venerdì, 09 maggio 2008

Nazi sulla strada di casa
Categoria:quotidianismi, scritto da andy capp


Può succedere è vero, può succedere a tutti. E la regola che se uno si fa gli affari propri può starsene tranquillo non vale sempre, forse non vale più. Perché a me è successo, quello che è successo a Nicola a Verona. Sono passati dieci anni tondi tondi e forse solo oggi, dopo Nicola, dopo Renato, dopo Dax, ripenso a quei momenti in maniera differente. Sono stato fortunato, anzia siamo stati fortunati, io e i miei amici, aggrediti e picchiati senza motivo da una banda di balordi, di naziskin, di ragazzi come lo eravamo noi all'epoca. Li rivedo oggi nelle facce di quei cinque infami che hanno tolto la vita a un'altra persona senza un motivo, li rivedo nei loro occhi spenti, in quelle acconciature anonime, nei vestiti e negli atteggiamenti violenti, da prepotenti, li rivedo nelle lacrime dei loro "non volevo", nelle loro giustificazioni. Li rivedo, ma non riesco a ricordarli, forse li ho rimossi per paura o per indignazione, non lo so. Forse quella notte ho capito definitivamente di essere molto diverso da loro. No, quelli non erano ragazzi come me. E non chiamatelo disagio o devianza, il disagio di chi va in giro a spaccare teste senza motivo non mi interessa; forse un mondo migliore per loro non l'ho mai voluto, anzi li farei vivere volentieri nell'inferno di teschi e svastiche che tanto amano.

E' ottobre, l'una di notte o poco più di un giovedì. Noi siamo cinque, c'è Luca, Cecco, Paoletto, Nino. E ci sono io. Veniamo da una serata anonima, rincorrevamo all'epoca il sogno di un progetto internet di cui poi non si fece nulla. Se avessi saputo che un giorno avrei scritto qui, mi sarei risparmiato parecchie incazzature. Prima di rincasare si decide per un cornetto dal solito cornettaro, quello che fa un cioccolato bianco e una crema senza paragoni. L'appuntamento è davanti alla serranda; chi si muove in macchina, chi prende il motorino. In dieci minuti siamo tutti di nuovo lì, facciamo la nostra scelta e ci mettiamo tranquilli sul marciapiede. D'improvviso il silenzio della notte è interrotto da alcuni cori piuttosto violenti. Dal pub vicino, frequentato da alcuni gruppi ultrà della curva sud vicini ad ambienti dell'estrema destra, esce un gruppo piuttosto consistente. Quei dieci, dodici ragazzi, avevano sicuramente alzato il gomito, ma si mettono in macchina e partono sgommando. Il tempo di percorrere pochi metri e succede l'imprevisto: una Fiat arriva dalla strada e gli fa cenno di passare facendo i fari per accostarsi davanti al cornettaro, proprio dove siamo noi. I nazi escono fuori di testa: scende il primo, polo Fred Perry nera con le righine gialle e capelli rasati sui lati e ossigenati sulla testa. La violenza con cui urla in faccia al conducente della macchina appena fermata è fuori controllo, del tutto ingiustificata. Si avvicinano un altro paio di pelati, uno pesa almeno cento chili. La tensione sale, noi siamo fermi a sei metri di distanza e smettiamo di mangiare i cornetti.

All'improvviso il conducente fa quello che non deve fare: un passo indietro, tira fuori un tesserino e con voce minacciosa tuona: "Ok, basta, sono della Polizia". Il gruppo, per niente intimorito, passa all'azione. Dalle macchine scendono tutti e si fiondano con violenza inaudita addosso ai due (era sceso anche l'altro) e cominciano a pestarli. Il poliziotto e l'amico in pochi istanti cadono in terra e sono costretti a subire una scarica di calci incredibile. La scena dura trenta secondi, noi siamo pietrificati. E anche noi facciamo quello che non dobbiamo fare (non lo so): "Ragazzi basta, così li ammazzate". A quel punto pensi che un gruppo di esaltati che ha appena massacrato una guardia e un'altra persona davanti a dei testimoni se la squagli, invece la reazione è un'altra: "Mò ce stanno pure per voi". Si passa dalle parole ai fatti in un attimo, io e Luca indietreggiamo, ma Cecco e Paolo sono già in terra: il primo svenuto perché colpito con un casco sulla testa, il secondo accerchiato da tre e preso a calci. Nino, minacciato con una catena viene bloccato e derubato dell'orologio, io mi avvicino al motorino - così per istinto - e mi ritrovo addosso l'energumeno da cento chili. Mi molla un destro in faccia che mi fa barcollare, Luca mi prende per un braccio e mi dice di scappare. Comincio a correre verso il nulla e penso che manca poco e tutto sarà finito. Mi giro e ne ho due dietro che mi rincorrono. Mi butto in mezzo alla strada nella speranza che passi qualcuno e intanto penso: "Ma perché ci picchiano?".

Un urlo interrompe quegli attimi infiniti: "Regà le guardie, via via!". Se ne vanno sgommando, così come tutto era cominciato. E' finita. Ho un occhio nero, Luca mi bacia in testa, Nino non lo vedo più, Paolo e Cecco sono a terra, uno ha perso i sensi. Tremo dalla paura. Non mi capacito del fatto che con quei tipi la domenica prima probabilmente ero gomito a gomito a tifare per la Roma. Sento le sirene, è la Polizia, e anche l'ambulanza. Il nostro amico cornettaro li aveva avvisati e si era preso anche un ceffone per aver tentato di intervenire. Il padrone della bottega invece lo stava rimproverando: "Devi farti i i cazzi tuoi hai capito? Noi stiamo qui tutte le notti". Ha ragione, penso. Ci portano al Commissariato e ci deridono anche i tizi in divisa: "Ragazzi ma che aggressione? Questa è rissa". Vogliono denunciare noi, incredibile. Non voglio sporgere denuncia, abito in zona e il primo pensiero è per mia sorella. Ma con due refertati del Pronto Soccorso la questione scatta d'ufficio. Intanto i due, il poliziotto con l'amico, si erano rialzati anche se malconci e con gli occhiali spaccati e sono al commissariato. "Tranquilli, me ne occupo io", ci dice quello che era al volante.

Fine dell'avventura: un riconoscimento dopo quattro anni non andato a buon fine e un storia da raccontare a dieci anni di distanza. Nessuna coltellata, nessun calcio in testa. Ma poteva succedere. Senza motivo. Oggi vado ancora in quella cornetteria e il padrone, quello che rimproverò il garzone, ogni volta mi sorride e mi fa l'occhiolino. "Che potevo fare? Avevo solo paura", sembra volermi dire. Ha ragione, ne ho avuta tantissima anch'io.

[Oggi è un giorno particolare.
E così dopo Nicola, Renato e Dax,
mi piacerebbe ricordare anche un altro ragazzo
ucciso da altri infami. Ciao Peppino]

giovedì, 08 maggio 2008

Vado via.
Categoria:scritto da andrea, factory del dissenso


Ritorno a parlare della mia esperienza di vita lavorativa. Di me. Dopo il mio ultimo intervento, avevo deciso ch'era arrivato il momento di cambiare.
 
Cambio.

L'occasione non tarda ad arrivare.
Un imprenditore vicentino cerca un operaio per la sua ditta. Si tratta di fare scarpe da calcio artigianali. Roba seria. Roba da campioni del mondo. Da signorine del pallone. La cosa mi prende bene per vari motivi. Il lavoro su tutto. Essere assunto mi permetterebbe di iniziare a fare un lavoro artigianale, a costruire qualcosa di fisico, di vero, autentico. Poi è ovvio, l'idea di costruire le scarpe per tutti questi campioncini non mi dispiacerebbe affatto.
 
Il contatto è rapido. Una telefonata e sono già nell’ufficio del "padrone". Mi parla, scruta le mie mosse, le parole che escono contate dalla mia bocca. Non voglio sbilanciarmi. Non posso strafare. Ho lavorato in fabbrica quando avevo 18 anni. Oggi ne ho 38, qualche anno è passato ed i movimenti meccanici del mio fisico si saranno sicuramente arrugginiti dal tempo e dall'abitudine di un lavoro diverso.
 
Alla fine del colloquio mi dice che ha bisogno di me il prima possibile. Mi chiede di licenziarmi, ma io non posso. Sono in paternità facoltativa almeno fino alla fine del mese di aprile. "Però posso venire in prova". E' un ghigno strano il suo. Mi dice che ha bisogno di un operaio che impari il lavoro subito, ma su tutto che parli il dialetto vicentino perché è l’unica lingua con cui sa esprimersi.
 
"Il padrone" è incasinato, deve seguire le fiere, i clienti e non ha tempo di rimanere sempre in fabbrica a "fare tutto". Alla fine troviamo un accordo. Uso questo periodo di sosta come ambientamento, nel frattempo mi licenzio a partire da fine mese potendo sospendere la paternità facoltativa già concordata con l'INPS solo dal primo maggio.
Inizio.

Il lavoro mi piace fin da subito perché è fabbrica vera, perché fisicamente mi faccio il culo, perché ti arriva la pelle e dalla pelle, dopo vari e non semplici passaggi, tiri fuori le scarpe da calcio. Non pensavo. Ma praticamente è tutto lavoro dell'uomo. Le macchine aiutano a rifinire piccoli particolari. Ma è la mano dell'uomo, il suo cervello, le braccia, i muscoli e la vista che poi fanno la scarpa.
 
Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Per poi cucire. La cosa forse più difficile. Vista, velocità e precisione. Ma alla fine, da un innocuo pezzo di pelle trattato, sia esso di vitello o di canguro, ti ritrovi con le tue scarpe pronte all'uso. Belle non c'è che dire. Ma su tutto pronte per i campi più importanti, quelli inseguiti dalla pubblicità.
 
Con me lavorano due ragazze ghanesi. E poi un via vai di persone in continuo movimento, gente mandata a rompersi le mani dalle varie agenzie interinali della zona. Ma la fabbrica è piccola, e anche se le scarpe fanno il giro del mondo, non do molta importanza a questo continuo alternarsi del personale.
Sono felice.

Mi alzo alle 5:30 tutte le mattine per essere al lavoro alle 7:00. E poi via a fare scarpe fino alle sei di sera. Il terzo giorno faccio 20 paia scarpe all'ora. Il quarto 25. La quota è bassa. Mi rassicura il fatto che sono appena 4 giorni che lavoro in questa fabbrica di scarpe per "glorie deviate", ma su tutto mi rinfrancano le parole "del paron".
"Per imparare questo lavoro ci vogliono almeno 2 anni e mezzo".

Mi metto tranquillo ripetendomi che arriverò tranquillamente alle mie 40 paia di scarpe all'ora pretese.
 
Tranquillamente, appunto.
Tanto tranquillamente che il titolare mi chiama poco prima della fine della quarta giornata lavorativa, chiedendomi di seguirlo in ufficio. Ci mette poco. Dice di aver fatto quattro conti. E che io assunto a tempo indeterminato gli costo troppo. Gli conviene affidarsi alle agenzie. "Che tanto tramite le agenzie quando non ne hai più bisogno, la gente la lasci a casa in qualsiasi momento".
 
In qualsiasi momento.
Una persona la lasci a casa in qualsiasi momento. In qualsiasi momento puoi dargli un calcio nel culo e mandarla a cagare ché tanto il tuo lavoro è fatto.

Cala il silenzio.
Un silenzio sghembo, prodotto più che altro dalla mia volontà. Penso alle corse fatte per licenziarmi, pur essendo in paternità facoltativa e con alle spalle un lavoro sicuro, per quanto ne fossi stato snervato. Penso alla lettera di dimissioni scritta alla mia vecchia azienda. Penso alla fila fatta all'INPS, all'ufficio del personale del comune di residenza per la compilazione del foglio di licenziamento volontario. Penso alla strada. Penso alla mia famiglia. Ai miei figli. Penso al fallimento. Penso allo schifo. Penso alla mia ingenuità.
 
Licenziarmi senza aver avuto nulla di scritto in mano mi fa sentire coglione da non crederci. Penso ai soldi. Penso alla spesa, al mutuo della casa, alle bollette, alle assicurazioni, alla scuola, ai buoni pasto, penso alla mia figura di padre.
 
 
Lo guardo in faccia, dritto negli occhi.
E voglio che sia silenzio. Voglio guardare in faccia "il padrone". Voglio vedergli la bava marrone del caffè incrostata sulle parti più estreme delle labbra. Voglio capire se mi conviene partire con un destro per spappolargli la mascella, oppure lasciarlo solo con se stesso. Voglio che vi sia silenzio, dentro quel cesso. Voglio che si vergogni, almeno in quel momento. Almeno fino alla durata del silenzio. Voglio vederlo imbarazzato. Voglio vedergli il sudore nelle mani. Voglio vederlo mangiarsi le unghie incrostate dal mastice.
 
Voglio questo momento.

40 paia di scarpe all'ora. Chiodi, mastice, diluente, suole, colla. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. E poi tacchetti, prati, stadi. "vetrine". Calciatori. 1200 euro al mese, 10 ore di lavoro al giorno. Lo guardo ancora una volta, in un silenzio nauseante.
Vado via
.
 
[Ringrazio di nuovo Andrea. Le sue storie "dal basso" sono quelle che mi piacciono, sono quelle che voglio qui dentro, su questo palco da dove non si urla ma si racconta. Approfitto per ricordare a tutti che La Factory del Dissenso, in attesa delle annunciate novità grafiche e di impostazione, è aperta e pronta a raccogliere le testimonianze di tutti. (basta mandarle qui) Storie come questa di Andrea e come tutte le altre che abbiamo già pubblicato. Non serve saper scrivere: serve avere un punto di vista, una storia da raccontare, una vena che pulsa nel collo ma anche la forza e l'intelligenza di non strillare inutili e demagogici "vaffanculo" - ndSte]

mercoledì, 07 maggio 2008

Quando nella vita compare e scompare la signora Olga
Categoria:attualitĂ , scritto da andy capp


La signora Olga da qualche settimana aiuta la signora Paola nelle faccende domestiche. La vecchia ha rimediato una brutta frattura all'omero, con tanto di operazione e riabilitazione piuttosto lunga. E se a questo guaio ci aggiungi gli acciacchi dell'età e qualche problema di salute piuttosto serio cominci a fare i conti anche con una situazione che tra qualche anno può farsi ancora più gravosa per i due figli, brillanti precari di 31 e 26 anni, tutto il giorno fuori casa per lavoro. Roma è una città che non accenna minimente a fermarsi. La periferia si allarga sempre di più e le famiglie si allontanano. Tiburtino, Quadraro e Tufello non stanno proprio a due passi da Primavalle. Ma i fratelli e le sorelle della signora Paola, tutti e tre più vecchi, soli e acciaccati, abitano ciascuno a 20 km di distanza in linea d'aria. Roba che con i mezzi ci si mette almeno un'ora e mezza, quanto non trovi traffico. E pensare che quando abitavano tutti e tre insieme, dopo cena il padre li portava a prendere il caffè con la panna da Giolitti, dietro al Pantheon. Oggi non è più così, prendersi un caffè insieme è impossibile. Succede così che i vecchi in città si ritrovano soli e con diversi problemi da affrontare nel quotidiano. Ecco perché all'improvviso nelle storie di queste persone compare un'altra signora, Olga appunto.

Olga dimostra almeno dieci anni di più dei suoi 43. Questo perché come dice lei "le donne ucraine sono belle fino a 30, poi diventano brutte perché c'è stato Chernobyl". Olga è un ingegnere, si è laureata a Kiev e conosce quattro lingue. Oggi in Italia pulisce il culo a un vecchio che abita alla Balduina tre volte alla settimana e aiuta la signora Paola nelle faccende domestiche fino a quando il suo omero non sarà tornato quello di prima. Abita a Villanova di Guidonia. Per arrivare a Primavalle prende due metro e due autobus, ma spacca il minuto ogni mattina alle 8.30. E' preoccupata, Olga, perché i documenti che aspetta con ansia da qualche mese non arrivano o meglio non sa dove andarli a prendere. Facciamo un passo indietro. Da qualche mese frequenta e vive con Vito, un calabrese che di mestiere ha una piccola impresa edile. Questo Vito ha vissuto in Canada per tanti anni, si è sposato, poi la sua storia d'amore è finita ed è tornato in Italia. Oggi ha promesso ad Olga il matrimonio, ma i documenti del suo divorzio non si trovano. Anche se dal Canada giurano di averli inviati. Tra pochi giorni il nullaosta di Olga scade e se non organizza a breve il matrimonio rischia di non vedere rinnovato il suo permesso di soggiorno. Sì, forse dietro questo amore, questo volersi bene, si cela qualcosa di meno nobile. Forse Vito non ha mai divorziato, forse Olga non lo ama alla follia. Ma probabilmente quando si arriva a una certa età i sentimenti teneri vanno incasellati tra quelli positivi e questo può bastare.

Una figlia di 27 anni con due bambine che vive in Ucraina e che le racconta di come i prezzi delle case in centro sfioriano quelli di Roma, mentre uno stipendio non supera i 400 euro, le fa stringere il cuore. Sarà difficile per Olga aiutarla se non riesce a rimanere in Italia. Ha sentito della vittoria della destra e del sindaco nuovo. Chiede con un po' di timore: "Questi adesso che pensando di stranieri?". La signora Paola cerca di non farla preoccupare: "Sai, co' sta storia della sicurezza e dei rumeni...". E' difficile immaginarla in un Cpt; Olga non resisterebbe a lungo. E se anche l'omero della signora Paola andrà a posto tra poco è più bello immaginarla sposata con Vito il calabrese, a pulire il culo del vecchio della Balduina tre volte alla settimana e a stirare i panni della signora Paola, piuttosto che rimpatriata a calci.

martedì, 06 maggio 2008

Ore 10.30. Nubile.
Categoria:factory del dissenso, scritto da simona


Mi ricordo le mani. E le venuzze che gli si gonfiavano sulle tempie quando si arrabbiava.

Mi ricordo ogni centimentro della faccia e le diverse sfumature dei suoi occhi.
So perfettamente com'ero vestita la prima volta che l'ho visto, quante sigarette ho fumato e cosa c'era scritto sul post-it attaccato allo schermo del computer.

Colloquio per fare la segretaria amministrativa in un'azienda di ricambi per auto. Una grossa. Azienda. Di ricambi per auto. Con sedi in tutta Italia. Loro sono in due: il capo-filiale con le sue venuzze ed il responsabile di zona del nord-est.

Dopo mezz'ora il lavoro è mio: me la chiacchiero bene, nulla da dire. Anche a scuola era così: liceo classico, voti ottimi, mai una versione a casa. Me la chiacchiero proprio bene. All'inizio va che è una meraviglia; lui, il capo filiale, con le sue mani, è simpatico e paziente, si congratula per la velocità con cui imparo, è indulgente per gli errori. Si ride, anche; ci si racconta. Oltre a noi ci sono due colleghi che però vanno spesso in giro per i servizi a domicilio; simpatici pure loro. Tutto perfetto.

Dopo un mese circa, cambia la musica; le venuzze cominciano a gonfiarsi all'improvviso e per un nonnulla. Basta un timbro messo in un punto sbagliato della scrivania e si scatena l'inferno. Insulti e grida. Io, sorpresa arrabbiata triste, mi chiedo dove sia finito quel signore simpatico che mi ha fatto il colloquio: questo tizio non è lui, è solo uno che cerca di farmi piangere ma che non ci riuscirà.

Andare in ufficio è come camminare sui carboni ardenti: combattere tutti i giorni con l'isteria di frasi cattive ("fammi un bocchino", "perché non la dài a quel cliente, così lo facciamo contento", "non capisci un cazzo") ed attenzioni da fidanzato adolescente, tipo che mi viene a prendere a casa senza che io l'abbia chiesto, anche perché un fidanzato ce l'ho già, lo amo e - guarda un po' - me lo sposerei domani, quindi grazie dell'offerta, ma prendo l'autobus.

Ormai è chiaro che i centrimetri della sua faccia si sono presi una cotta per me, però c'è una modalità ossessivo-compulsiva nel manifestare l'interesse che col corteggiamento non ha niente a che fare: alterna momenti di estrema calma, (momenti in cui, manco a dirlo, io credo davvero che tutto sia tornato a posto; retaggio di un passato che ha spostato i limiti della mia sopportazione un paio di abissi oltre il buon senso) ad altri di rabbia per la sua vilipesa mascolinità.

Nel frattempo reagisco, è ovvio: quando mi si avvicina, quando urla, quando mi dice che sono una troia. Parlo con il super boss del nord est, il quale cerca di appianare le cose, che però non si appianano. Parlo allora con altri responsabili di responsabili di responsabili. Nessuno muove un dito.

Finché arriva lo strappo: un telefono tirato in testa. E la settimana dopo una spalla lussata. Mentre salgo sul taxi che mi porta in ospedale, mi ordina di dichiarare che sono finita contro una porta; faccio di sì con la testa e intanto penso: "Col cazzo...".

Mi licenzio il giorno dopo: sono in infortunio, vivo da sola, devo mantenermi; ma non voglio comunque i soldi di quello schifo di Azienda. Un amico avvocato mi spinge a denunciarli: la società, lui, le sfumature dei suoi occhi. Mi lascio convincere solo perché ho i colleghi pronti a testimoniare, so come vanno queste cose, le umiliazioni che devi passare: ho già dato, grazie. La peggiore, di umiliazione,  è quello sguardo: una donna che ha subìto molestie lo riconosce subito, anche perché spesso segue la domanda, che spiega quello sguardo. "E tu che hai fatto per provocarlo?". Ecco perché non se ne parla mai abbastanza. Perché non si hanno risposte adeguate ad una domanda così. A parte inviti a recarsi in un posto che finisce per "ulo".

In buona sostanza vinco: o meglio, lui patteggia per la denuncia di mobbing e molestie sessuali. Chiedo il rimborso dei due mesi di stipendio persi causa spalla e delle spese legali. Non voglio altro. Tanto sono sicura che adesso verrà sbattuto fuori dall'Azienda e questo mi basta per pensare che c'è giustizia. E poi continua il processo penale per l'infortunio, quello va avanti d'ufficio, è lo Stato contro di lui (anzi, contro la Società) ed io figuro come testimone.

Sono passati sette anni.
Lui è ancora il direttore della filiale di una provincia benestante e bacchettona del nord Italia. Nessuno mi ha mai chiamato per scusarsi. Signorina, buongiorno, sono l'amministratore delegato dell'Azienda, volevo manifestarle la mia solidarietà per quello che ha passato: ho una figlia anche io, ho una moglie, una zia, una madre, un'amica, una donna che amo e mi vergogno a pensare che possano esistere realtà del genere sotto il mio naso. Quanto l'ho sognata, questa frase.

Adesso ho un nuovo lavoro, o meglio, ce l'ho da sei anni. Sono brava, nel mio lavoro, lo faccio bene. Sono un direttore commerciale, seguo altre cinque persone dell'ufficio vendite. Giro l'Italia e gestisco i clienti più importanti. Insomma, mi sono impegnata tanto e i risultati si vedono.

Un paio di mesi fa, in qualità di consulente tecnico-commerciale, vengo chiamata per supportare un mio cliente che deve proporre un grosso impianto di videoconferenza. Proprio a quell' Azienda. L'appuntamento è nella sede di Milano. Fortuna vuole che cada nell'unico giorno in cui tutti i direttori delle filiali italiane si trovano lì. Per cui, durante il mio incontro di lavoro, lo vedo, sul corridoio: le sue mani, venuzze, sfumature. Lui invece non si accorge della mia presenza. Aspetto che passi oltre, mi manca l'aria. Devo uscire, ma riesco a dissimulare, sono brava anche in questo. Una volta fuori, al mio cliente (con cui comunque c'è confidenza, lavoriamo insieme da tanto) racconto a macro linee perché ad un certo punto mi tremava un ginocchio. Lui mi guarda strano.

Non ci credo.
Eccolo, quello sguardo. E la frase che segue dice più o meno che è meglio che io prenda tutta la mia bravura e me ne torni da dove sono venuta; ha paura di perdere il cliente, di non riuscire a vendere all'Azienda il progetto che IO STESSA ho preparato. Anzi, non è che ho lasciato un mio biglietto da visita, vero? Si sa mai dovesse capitare nelle mani sbagliate e qualcuno si ricordasse di quella pazza che nel 2001 ha cercato giustizia.

Infatti non ho più sentito nemmeno lui. 
La conclusione di questa storia non esiste; non il lieto fine, non un altro inizio.
Scusate se sono stata troppo lunga o troppo poco chiara. E scusate se non so come chiudere, se vi saluto così, con un angolo della bocca che punta in basso.

Comunque avevo una gonna viola, un maglioncino bianco e gli stivali in pelle. Ho fumato due sigarette e sul post-it c'era scritto: "Ore 10.30. Colloquio. S. M., 20 anni. Nubile."
[Non molto da aggiungere. Ho conosciuto Simona e, quando mi ha detto di questa storia, ho pensato che un ulteriore sfogo non avrebbe potuto farle male. Quello delle violenze sessuali, delle molestie, del mobbing compulsivo-maschilista, sono tutti temi "sociali" che mi/ci stanno molto a cuore: non se ne parla granché nelle piazze o nei Vday di questo gran cazzo, perché non fanno moda, non strappano applausi a vene gonfie e spruzzi di bava dalla bocca. Ecco perché ho voluto che lei sussurrasse qui la sua storia: continueremo così in silenzio e senza urla, su questo blog, a raccontare storie di dissenso dal basso. Perché crediamo fortemente che ci sia verità nella frase ex pluribus unum e non nel suo contrario - ndSte]

lunedì, 05 maggio 2008

Esemplari di cane bavoso
Categoria:dissenso, scritto da andy capp


tarabuioguglielmo_corsipeioandrea_vesentinidalle_donne_1

Nelle foto in alto
e di lato,
nessun rumeno.

lunedì, 05 maggio 2008

Il genovese.
Categoria:attualitĂ , scritto da stefano havana


Tu a un genovese i soldi glieli devi lasciar stare, sennò il genovese s'incazza. I genovesi sono fatti strani, hanno quella faccia un po' così, come diceva que tale al pianoforte. I genovesi coi soldi non ci sanno fare: i genovesi sono dominati, dai soldi.

Tu lo puoi idolatrare, un genovese, puoi mandare a puttane il tuo cervello, se credi, te lo puoi prendere, il cervello, svitartelo dal cranio come una lampadina, e poggiarlo sul comodino, se ritieni che il suo, il cervello del genovese, possa fare tranquillamente le veci del tuo. Puoi firmare i referenda del genovese, gli puoi comprare i dvd, i giornali, le videocassette, i cd, gli alambicchi, i ritratti, i libri, e tutto questo puoi farlo perché lui, proprio lui, il genovese, ti implorava di farlo, perché altrimenti - altrimenti - avrebbe rischiato di non potersi pagare le spese legali e amministrative necessarie per consentirsi tutto ciò, gli puoi dare i tuoi, di soldi, al genovese, se il genovese si vuole comprare delle pagine sui quotidiani nazionali per sparare delle stronzate che potevi benissimo pensare DA SOLO, gli puoi chiedere un autografo per la strada, puoi anche evitarti di domandare PERCHE' il genovese non risponda mai, giammai, alle critiche, alle richieste di spiegazione e alle interviste, puoi fare lo gnorri, puoi far finta di niente quando cominci a fare caso che il genovese insulta i giornalisti attraverso gli amici suoi giornalisti e le trasmissioni televisive attraverso le trasmissioni televisive amiche sue, puoi alzare le spalle, dirti che i nodi verranno al pettine prima o poi, se qualcuno ti fa notare che nessun sistema  si è mai rovesciato dall'interno e che a forza di vaffanculo non si sovvertono nemmeno le decisioni di una partita di calcio, figuriamoci gli indirizzi di un Paese, sbufferai di noia quando scoprirai che gli uomini e le donne del genovese, gli amici suoi, stanno lentamente penetrando nei gangli della politica italiana, quella stessa politica italiana, cioè, che, secondo il genovese, è qualcosa di malato come un fegato abitato da metastasi, gli puoi fare tutto al genovese, però non gli devi toccare i soldi, i soldi no, come il Breil, avete presente il Breil?, toccatemi tutto ma non il mio Breil, quella roba là, ecco al genovese non devi mai far sapere quant'è divertente fargli i conti in tasca.

Perché, non si sa come, improvvisamente gli prende la tigna: tira fuori i coglioni, così, tutto d'un tratto, dopo anni che si limitava a fare i discorsi di peluche della casalinga di voghera. Gli prende tipo un ictus, al genovese, e che fa? Diventa pesto e dopo averci raccontato quanto bello fosse Internet e di quanto libero dovesse restare, Internet, e ad ogni costo, improvvisamente tuona che no, altolà, bisogna stare attenti a cosa ci si piazza, su Internet.

Dice il genovese che a rendere pubblici i nostri conti in tasca si rischia l'attivazione della criminalità. Come se uno tutti quei soldi li tenesse sotto al materasso, o nel
portaombrelli sul pianerottolo. Dovrebbe pensare, il genovese, che la medesima cosa, allora, potrebbe rischiarsi salendo sul palco a tuonare morte e distruzione contro TUTTO e contro CHIUNQUE. I giovani vengono istigati al delitto da cartoni animati e videogiochi: il genovese non crede che anche le sue parole d'odio e d'ira potrebbero alla stessa maniera crepare i delicati meccanismi chimici di chi lo ascolta pedissequamente con la lancetta dello spirito critico ormai sotto lo zero? Non ci pensa, il genovese.

Il genovese è scortato da centinaia di migliaia di adepti che sono felicissimi di delegare a lui, al genovese, lo sforzo del pensiero. Gli adepti non hanno più una sola idea propria, ma pensano tutti quanti idee che sono già state pensate dal loro Guru tascabile, il genovese. E il genovese non si sforza più di avere un solo pensiero originale: a lui, al genovese, interessa solo cavalcare l'onda emozionale data dal malcontento generale di un Paese allo sfascio. Solo che, d'incanto, il Malcontento Generale ecco che coglie anche lui, anche il genovese, quando in pubblica piazza - la stessa piazza pubblica che lui, il genovese, diceva essere la Via, la Salvezza, la Soluzione - quando in pubblica piazza vengono rovesciate le sue tasche, le tasche del genovese. Che sono legittimamente gonfie: nulla da dire in proposito. Anzi: sono soldi guadagnati onestamente. Allora monta la rabbia: allora, d'incanto, la Libera Rete è TROPPO libera, allora, magicamente, l'oasi Internet diventa un miraggio, allora, incredibilmente, colui che prima difendeva a spada tratta la scheggia impazzita, ne diventa oppositore.

E succede anche di più: succede che sul sito del genovese si legge, per la prima volta, malcontento: gli adepti storcono il naso, perché l'amico è amico finché non ti rendi conto che scopa molto (mooolto) più di te, finché non t'accorgi che è molto (mooolto) più ricco di te e allora anche tu, che semmai al genovese vuoi bene, due domande, vivaddio, te le cominci a fare e, per esempio, ripensi a tutte le volte che siete andati al ristorante insieme e lui ha fatto pagare te. E' sempre così che funziona: sono tutti buoni e cari finché non gli strappi un ciuffo d'erba dal giardino.

Questa rabbia che ha accecato il genovese è la prima rabbia genuina che io gli riconosco. E' umano, allora, vien da pensare. Com'è umanissima, e perfettamente borghese, la replica del Codacons, il quale ha deciso di fare causa a destra e a manca per un totale di qualche decina di milione di euro, tanto viene il totale se si considerano 55 euro circa di risarcimento a cranio per l'abissale colpa di cui si sarebbe macchiato Visco. Come se questo Stato Italiano navigasse nell'oro. E allora dico, io che genovese non sono, e anzi i soldi in tasca me li so tenere a stento, io dico che, caso mai qualcuno dovesse pensare in mia vece, giacché ho già detto che tale Sport Nazionale io lo schifo, lo sport di delegare ad un altro la fatica dell' intelligenza, dico che questi 55 euro non li voglio. Teneteveli: trovo legittimo che i redditi degli italiani siano stati resi pubblici. Lo trovo democratico, addirittura. Quei numeri che tanto scalpore hanno destato sono i numeri degli italiani che pagano le tasse. (se poi un odontoiatra dichiara 47 euro, cazzi suoi. Voglio vedere poi se avrà anche la faccia di accettare l'assegno circolare di 55 euro che gli farà pervenire il geniale Codacons) Il genovese dovrebbe perciò essere fiero di risultare in quegli elenchi: vedete?, potrebbe dire il genovese, vedete come sono coerente? Dico a voialtri di comportarvi bene e infatti io pago fino all'ultimo centesimo ciò che devo allo Stato. Voi mi pagate le ville, ma io le PAGO allo Stato. Guardate: leggete gli elenchi. Scaricateli: è gratis. E' libero. E' Internet. Prendetemi a esempio e moltiplicatevi. Così potrebbe dire il genovese: e invece no. Il genovese s'incazza. Vomita e sbraita. Mastica e sputa. Vuole mettere i lucchetti ad Internet come a Ponte Milvio. Lo sa, il genovese, è furbo e intelligentissimo, che un Martire da 5 milioni di euro funziona quanto una Maserati parcheggiata in un posto per invalidi. Sempre Maserati è, ma messa in quel modo puzza. Pure se ha il pass arancione sul parabrezza con il disegnino della sedia a rotelle.
"In questo momento il mondo, senza accorgersene, sta vivendo la terza guerra mondiale: quella dell'informazione. L'unico modo per salvarsi è sapere. Conoscere le notizie. Noi abbiamo un mezzo, la Rete, che ci consente di arrivare dritti alle notizie. La politica, le televisioni, i giornali arrivano sempre dopo". (Il genovese)

venerdì, 02 maggio 2008

La via delle rose.
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Tira aria di ponte.
Perciò il blog riposerà, più o meno silente, fino a lunedì.

Intanto qui si lavora e stamattina, alle ore 9.45 su Rai Due, è andato in onda il nostro (nostro) quinto documentario, per la trasmissione "Un mondo a colori", dal titolo "La via delle rose". Trovo che sia una delle storie più interessanti e "inedite" che abbiamo raccontato: il percorso, allucinante in termini di abusi ambientali e umani, di ciascun fiore reciso che vediamo arrivare in Italia e vendere, per esempio, dai venditori ambulanti nei centri turistici delle città.

E' stato pazzesco scoprire il vorticoso giro che una rosa percorre per arrivare nelle mani nostre: non ce n'è una che venga coltivata da noi. A Sanremo, per esempio: o a Genova. Parrebbe facile, ovvio: e invece questi fiori arrivano dal Kenya e da altri paesi del sud del mondo. A milioni. Per un giro d'affari sesquipedale. Con devastazioni geografiche e ambientali difficili da immaginare. Vi consiglio affettuosamente di darci un'occhiata: se ve lo siete perso in tv, c'è la possibilità di rivederlo in streaming direttamente da questo indirizzo.

giovedì, 01 maggio 2008

Buon 1 maggio.
Categoria:attualitĂ , scritto da noantri




ronaldonoantri

3

mercoledì, 30 aprile 2008

Attenzione e disgusto.
Categoria:scritto da pas, factory del dissenso


Avrò pure contribuito a far vincere la Destra, ma non sono andato a votare nemmeno stavolta. Non ci vado da tanto, forse troppo tempo. Sono anni che sono disgustato, mi ero ripromesso che ogni "election day" avrei riletto un capitolo di "La Casta" di Gian Antonio Stella. Stavolta ho sfogliato "Il Giornale" (non lo compro, me lo ritrovo sul tavolo al lavoro) e quando sono arrivato a pag.12, sono saltato dalla sedia.

Il titolone a 9 colonne era questo: "Onorevoli pensioni: 9mila euro al mese a 50 anni". Commenti non ne servono, basta leggere il pezzo. Con attenzione e disgusto.
Trombati? Sì ma con il portafoglio bello gonfio. Ora passa all’incasso tutta la schiera di ex parlamentari che, per essere entrati nel Palazzo, hanno diritto a pensioni e liquidazioni d’oro. Un’inchiesta di Panorama, oggi in edicola, fa le pulci ai prossimi ex membri della «casta»: deputati e senatori non rieletti che tuttavia hanno diritto a buonuscite di tutto rispetto. Tutta colpa di una vecchia norma degli anni Ottanta. Con 20 anni di contributi, a prescindere dall’età dell’onorevole, il Parlamento scuce. Per tutta la vita. Basta essere stati eletti prima del 2001. Ed ecco cosa viene fuori: ci sono i baby pensionati, quelli cioè che all’anagrafe hanno 50 anni o meno ma ne hanno molti di contribuzione (chi non arriva a venti può sempre riscattare i contributi mancanti ndr). Alfonso Pecoraro Scanio, 49 anni, 5 legislature alle spalle, si porterà a casa 8.836 euro lordi al mese. Interpellato, ha ammesso che «sì, è un privilegio ma lo utilizzerò anche per sostenere il volontariato ambientale».  Antonio Martusciello (Fi), di anni ne ha 46, di cui 14 passati in Parlamento. Potrebbe riscattare i restanti per arrivare a 20 e portarsi a casa per tutta la vita 7.959 euro lordi al mese. Pietro Folena, Prc, di anni di contributi ne ha 25: per lui sono garantiti 8.836 euro al mese. E ancora, tutti sotto i 60 anni di età, avranno il vitalizio di 7.959 euro lordi al mese, tra gli altri, Enrico Boselli (Psi), Oliviero Diliberto (Pdci), Ramon Mantovani (Prc) Maurizio Ronconi (Udc), Enrico Nan (Forza Italia), Fulvia Bandoli (Sd). Un po’ meno (6.203 euro) prenderanno Tana de Zulueta (verdi), Salvatore Buglio (Rnp), Gloria Buffo (Sd). Poi ci sono quelli con la mega liquidazione, che hanno 30 anni di contributi versati e/o riscattabili. Per loro 9.363 euro lordi al mese. Si tratta di Ciriaco De Mita (Rosa bianca), Gerardo Bianco (ex Margherita), Paolo Cirino Pomicino (Dc), Sergio Mattarella (Pd), Vincenzo Visco (Pd), Luciano Violante (Pd) e Valdo Spini (Psi). Il Senato staccherà un assegno di 9.604 euro per Armando Cossutta (Pdci), Egidio Sterpa (Fi), Alfredo Biondi (Fi), Clemente Mastella (Udeur), Willer Bordon (Consumatori) e Edo Ronchi (Pd). Ma non è finita qui. C’è infatti anche una sorta di trattamento di fine rapporto, che il Senato chiama «assegni di solidarietà». Il tfr di Palazzo Madama e Montecitorio è pari all’80% dello stipendio, moltiplicato per gli anni effettivi di mandato. Una bella sberla, quindi, liquidare Armando Cossutta (Pdci) che si porta a casa 345.744 euro, Clemente Mastella (307.328 euro), Alfredo Biondi (278.516 euro), Angelo Sanza (337.068), Luciano Violante (271.527), Sergio Mattarella e Vincenzo Visco (234.075).  Una montagna di denaro, insomma. Il Senato ha già messo da parte 8 milioni di euro per saldare gli onorevoli. Soldi loro, certo. Ma se in vent’anni un deputato sborsa 241.561 euro e l’aspettativa media di vita è di 78,6 anni, un neopensionato di 50 anni incasserà il vitalizio per 28 anni e mezzo. Gravando sulle casse dello Stato per oltre 2 miliardi di euro.  Cesare Salvi (Sd), alfiere della lotta contro i costi della politica, giura: «Mi sono battuto come un leone per modificare queste norme ma ho constatato un deficit culturale della sinistra su questi temi». E in effetti la riforma del 2007 annulla il riscatto dei contributi; il vitalizio si calcolerà sugli anni effettivi di mandato e le aliquote partiranno dal 20% per una legislatura al 60% per 15 anni e oltre.

Pas non è nuovo alla Factory Del Dissenso. L'ultima volta si era occupato di redigere un amaro sfogo sulla situazione "monnezza" a Napoli. (lui campano doc) Giornalista appassionato e di razza, sono felice di aver ricevuto nuovamente un suo spontaneo contributo. (che tra l'altro fa in qualche modo da "par condicio" a quest'altro post sulla viltà del non-voto) Grazie direttò.

martedì, 29 aprile 2008

Pietrelcina Revolution.
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


(due sono davanti alla tv. Uno ha il saio, l'altro no)
- Vedi, è questo il problema: guarda come appaio brutto...
- Brutto?
- Brutto.
- Ma brutto come?
- Guarda qui. Guarda che roba. Le rughe e quel pizzetto... Questi pensano che sono davvero un santino... La gente pensa... Io non lo so mica cosa si sono messi in testa questi scriteriati...
- E' una vita che la vedono così, signore. Lei è un'icona, prima di tutto. Lei è...
(l'uomo col saio si batte tutte e due le mani sulle guance. Con forza)
- Ma questa è la mia faccia, questa! Non quella del santino, delle figurine, delle bandierine, delle bandanine, delle iconine. Per chi mi hanno preso, tutti quanti? E per chi mi hai preso TU? T'ho chiamato apposta, non mi fare pentire...
- Però, signore, la guardi la gente com'è contenta... Come sono tutti... Tutti... Ecco, sereni. Sì: sono tutti sereni...
- Bof...
- ... Guardi, guardi i bambini, guardi gli anziani, le persone in carrozzella. Guardi! Guardi come fanno la fila, come aspettano pazienti il proprio turno...
(l'uomo col saio si dà una spinta coi piedi e la sedia su cui è seduto fa una piroetta all'indietro, allontanandolo dallo schermo)
- Ma stanno guardando un pupazzo. Un pupazzo di silicone...
- ... E poi guardi i giovani... Quante persone piene di felicità! Quanta gioia! Guardi quanta serenità, Padre! Quanta... Quanto...
- ... Quanto SILICONE! Quello un pupazzo di silicone è! Mettici una bambola gonfiabile e avrai la stessa gente "felice". Silicone per silicone...
- Padre, signore, ma lei deve pensare al fine, non al mezzo... Al mezzo ci pensiamo noi: è il nostro lavoro. Lei si goda soltanto i risultati.
(Padre Pio torna vicino al televisore trascinandosi coi piedi bitorzoluti avvolti da sandali)
- Credi che dovrebbe piacermi questo risultato?
- Con Gesù Cristo ha funzionato. Il Cristo rappresenta ad oggi la nostra maggiore soddisfazione. Lui ha avuto la lungimiranza di non curarsi dei mezzi ma di godersi solo del fine: ha lasciato fare a noi e adesso guardi...
- Io guardo e quello che vedo è una marea di ipnotizzati senz'anima.
- Ma è proprio questo il cuore della pubblicità, signore...
- Cuore un bel niente! Guardali! Dico: guardali. Piangono! Ridono! Si strappano le vesti! E che ne sanno di me? Ecco tutto quello che sanno di me, ecco tutto quello che hanno: uno stupido, ridicolo, insulso fantoccio. (Il frate si alza dalla sedia e comincia a camminare in tondo. La sua figura è imponente, la voce leggermente afona, però severa. Il piccolo burocrate incravattato prova a seguirlo: si alza a sua volta, con il suo catalogo in mano, e cerca di assecondarne il passo)
- La gente ha bisogno di...
- Sì, sì: la solita storia: la gente ha bisogno di questo, la gente ha bisogno di quello e noi glielo diamo. Noi siamo qui apposta, eccetera eccetera.
- L'Azienda Chiesa, Padre...
- L'Azienda Chiesa...
- Lei è stato frate e sa che...
- Io sono stato frate perché sono cresciuto tra frati e istruito da frati! Fossi nato tra postini sarei diventato un postino.
- Guardi padre, guardi quanta gente contenta che...
- La gente... (Padre Pio si adagia su un divano blu elettrico e si tira forte il pizzo. Odia il suo pizzo)
- L'Azienda Chiesa, prima fra tutte, non pensa mai al mezzo. Così anche lei si curi del fine, signore, e se lo goda. D'altra parte ha una certa esperienza in tal senso... O mi sbaglio?
- "Una certa esperienza" COSA? (Il famoso cappuccino blocca i propri movimenti e allinea le gambe, ginocchio contro ginocchio. Ritta la schiena. In attesa. Osserva con la precisione di un cacciatore il proprio interlocutore)
- Suvvia... Tutto quell'acido fenico ha... Fatto in modo che...  (l'omino incravattato si fa una risata nervosa) Quando ne parliamo nelle riunioni aziendali ancora ci battiamo le mani sulla fronte! Ci avessimo pensato noi, signore! Un'idea così semplice, eppure tanto perfetta, a tema, contestualizzata! La portiamo come esempio alle giovani leve che vengono da noi per gli stage: avrebbe un futuro nel marketing, ci ha mai pensato?
- Non ti azzardare a... (Padre Pio si alza: in altezza sovrasta il suo interlocutore) Io non ho fatto un bel niente. L'acido fenico mi serviva come antisettico. Come ti permetti di... (le mani prendono a tremargli improvvisamente)
- Padre... Padre... Non serve che lei... (l'omino fa un passo indietro e incespica contro la sedia) Le ripeto che a noi non interessa il mezzo... Quello che conta è il fine... Quindi lei non deve sentirsi in dovere di...
- Io non mi sento in dovere di un bel niente! Vuoi capirlo? (Padre Pio si porta entrambe le mani davanti agli occhi e comincia ad aprire e chiudere i pugni. Si osserva i palmi, attentamente, quindi i dorsi) L'acido fenico mi serviva come antisettico punto e basta: d'altra parte si sa come funziona per queste sostanze. Ognuno le usa come meglio crede: prendi Hitler con le sue iniezioni...
- Esatto! Stiamo dicendo la stessa cosa... Il fine giustifica i mezzi!
- ... Lo usavo come antisettico, l'acido fenico, va bene?, VA BENE? Vorrei non tornarci più. E, caso mai stessi per tirare fuori pure quest'altra illazione, la tintura di iodio mi serviva per denaturare le proteine: sai quanto fossi cagionevole di salute in vita... (il vecchio apre e chiude le mani per l'ultima volta, poi se le infila sotto le cosce come se volesse scordarle)
- ...
- Ma veniamo a noi.
- Dica, Padre.
- A me non interessa ciò che pensi tu: sei pagato, e in nero, per obbedirmi. Dico bene?
- Signorsì.
- Se vuoi fare San Tommaso mettiti in fila: non sarai certo tu il primo a levarti la curiosità.
- Sissignore.
- A te, a VOI, deve interessare solo obbedirmi. Rendermi felice, Dico bene?
- Assolutamente, Padre.
- Ecco e allora sentimi bene e vallo a dire ai tuoi capi...
- Sono amministratore unico dell'azienda di famiglia, signore. Si può dire che non abbia capi...
- A differenza mia... (Padre Pio gonfia i polmoni) Allora sentimi bene: io voglio un drastico cambio d'immagine. Basta con questa paccottiglia: questa è schifezza ad uso e consumo della ritualità d'avanspettacolo. Guardali, io ti invito ancora una volta a guardarli: (indica il televisore sintonizzato sulla diretta di Rai Uno) questi ipnotizzati pretestuosi che piangono e strillano e portano i loro neonati a guardare un fantoccio di silicone e paglia. Non è a questi che io voglio arrivare. Questi sono bolliti buoni per il Papa. Io voglio di più.
- Assolutamente d'accordo signore. Se mi permette vorrei appunto illustrarle...
- ZITTO!
- Molto bene, signore.
- Prima mi hai nominato Gesù Cristo. Ti intendi di Gesù Cristo tu?
- E' stato tra i nostri più affezionati e soddisfatti clienti. (l'omino fa per aprire il suo fascicolo con la copertina di velluto viola)
- Allora senti la novità: tu non sai niente di Gesù Cristo, va bene? Mettitelo in testa. Cliente o non cliente. Pensi che ne saprai di più di me, dopo che mi avrai aggiunto ai tuoi clienti?
- Nossignore.
- Guardalo, Gesù Cristo. No, dico: guardalo: tre giorni sulla croce e poi il Potere Assoluto. E quella storia dei pani e dei pesci? Altro che stigmate. Quella è la roba forte.
- Appunto le dicevo, signore. (il burocrate apre la sua cartella e spalanca un enorme sorriso) Ha appena confermato lei stesso, con le sue parole, che il lavoro fatto per il signor Cristo dalla nostra Agenzia è stato inappuntabile. Come le consigliavo poc'anzi, se mi permette...
- NON ti permetto nulla! (l'omino si immobilizza come una reliquia) Taci. Se mi sono rivolto a voi non significa che vi lascerò fare come credete: conosco le vostre credenziali, ma tu non devi perdere d'occhio quelle immagini e quelle facce e non devi dimenticare che ciò è MALE. (indica il televisore)
- Molto bene, signore.
- Non fu, forse, proprio il tuo Gesù a dire ai mercanti del tempio: "Portate via questa roba! Non riducete a un mercato la casa di mio Padre!"?
- Sissignore. Quella frase fu accuratamente messa a punto dal nostro reparto creativo. Proprio come la celeberrima camminata sull'acq...
- Ecco. Per l'appunto. Io voglio cose così. Frasi del genere. Non ne posso più di quest'aria da bravo nonnino.
- Potremmo organizzare dei ritrovamenti, testimonianze; modificare vecchie fotografie, oppure...
- Stai parlando con me? Non mi pare, non dovresti, perché IO non ti ho detto di parlare. Ti ho detto di parlare? Forse qualcuno ti ha detto di parlare? (si guarda intorno) Non c'è nessun altro qui, perciò nessuno può averti detto di parlare.
- Mi scusi, Padre...
- E allora.
- ...
- Tu che fai tanto il gradasso con Gesù Cristo, i clienti più affezionati, repertorio e bla bla bla, dimmi un po', ti ricordi forse cosa venne detto a Maria Maddalena, Giovanna e Maria che cercavano Gesù nel sepolcro?
(l'omino si monta sul viso un'aria di soddisfazione. Fa per cercare una pagina nel suo catalogo e mentre sfoglia recita a memoria)
- "Perché cercate tra..."
- Esatto, bravo! "Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Egli non è qui, è resuscitato".
- ...
- Capisci?
- Mi sta forse dicendo che...?
- Sì, ti sto forse dicendo che.
(c'è un attimo di sospensione in cui ognuno dei due astanti sembra cercare l'attimo giusto per trasformare il proprio pensiero in voce alta)
- Ma non si può. Signor Pio, Padre: è una cosa assolutamente sconsigliata, questa. Ma se l'immagina la gente che...
- Ancora con questa gente!? Lo vuoi capire o no che io la odio la gente? (Padre Pio si rialza con uno scatto da adolescente)
- Ma, mi permetta, Padre, se lei odia tanto la gente, perché si è rivolto alla nostra Agenzia? Saprà bene che il marketing e la pubblicità senza la gente non possono...
- Zitto!
- ...
- Taci!
- Molto bene, signore.
(Padre Pio si avvicina a una finestra che dà sul mondo dei vivi. Resta qualche secondo in silenzio, poi si infila entrambe le mani nelle tasche del saio e si volta con l'aria severa di un professore che ha scoperto l'alunno copiare)
- R e s u s c i t a m i.
- ...
- Io voglio resuscitare.
- Farà la felicità dei Testimoni di Geova, signore...
- Come hai detto?
- Niente, niente, signor Pio. (l'omino si fa piccolo)
- ...
- ...
- Senza la resurrezione non sei nessuno. E' questo il vero, unico e totalizzante insegnamento del Cristo. Serve il colpo di teatro, serve lo scoop, serve la botta mediatica: serve APPARIRE. Se Cristo non fosse resuscitato, nessuno ci avrebbe mai fatto i film al cinema.
- Ma anche su di lei hanno fatto film...
- Fiction! Stupidissime operette di fiction per la famiglia! Perché Zeffirelli non è venuto da me? (Ora il frate cappuccino da Pietrelcina è rosso in volto)
- ...
- Te lo dico io: perché non sono resuscitato!
- Ma lei E' resuscitato, signor Pio. Si guardi! Si....
- Imbecille!
- ...
- Se non avessi le mani in questo stato, ti avrei già preso a schiaffi!  (si porta le mani sulla gobba del naso) Tu non capisci! Quel coso di plastica dentro quel... Quell'acquario non sono io: è una caricatura, un'orrida scultura in vetroresina buona per ipnotizzare i rincoglioniti di quella foggia.
- Molto bene, signore. (l'omino prende appunti con una penna d'oca)
- Io. Voglio. Resuscitare.
- Ha qualche idea, signore, in merito.... In merito a QUANDO resuscitare?
- Certamente.
- E quando, signor Pio, intende resuscitare?
- Ora.
- Ora?
- Ora.
- Ma ora c'è la diretta televisiva, tutta quella gente e... (l'omino indica il televisore dove una signora grassissima con degli enormi occhiali da sole a forma di Padre Pio sta dicendo che l'unica via della salvezza è quella del digiuno assoluto e perenne)
- Ti sei appena risposto da solo.
- Signor Pio, mi permetta di dissentire... Lei se l'immagina quello che succederebbe?
- Certamente.
- Ma... Voglio dire... La cosa non crede che assumerebbe delle tinte... Uhm... horrorifiche?
- Precisamente.
- La salma di Padre Pio dentro alla teca che spalanca gli occhi e si solleva dall'eterno giaciglio? E magari si mette a camminare?
- Ha funzionato col Cristo, funzionerà anche con me.
- Ma, signor Pio, compito della nostra Agenzia è far riflettere i nostri clienti circa tutti i possibili...
- Ho riflettuto abbastanza! Qui ci vuole una bella Resurrezione.
- Signore, la gente scapperebbe. Comincerebbe a urlare. Si butterebbe dalle finestre: ci sarebbe un caos storico. Lo capisce che verrebbe rivoluzionato il pensiero degli uomini?
- Perché mai?
- Veder risorgere qualcuno!
- E allora?
- ...
(Padre Pio si avvicina al suo interlocutore e lo prende per le spalle. Delicatamente. Con saggezza paterna)
- Senti: se sono lì, tutti quei tizi in lacrime, adoranti, in linea teorica non dovrebbero nutrire alcun dubbio circa l'effettiva possibilità che qualcuno possa risorgere. Dico bene? E' così che sono stati istruiti, irregimentati. E' così che ha detto loro il Nuovo Testamento: è quello che credono. Credono a Gesù Cristo, alla Resurrezione, ai pani e ai pesci, a Lazzaro. Sfornano tutti quei ridicoli figli perché pensano che a noi ce ne freghi qualcosa. Credono che camminare sull'acqua si può. O no? Ci credono ad occhi chiusi: quelli lì non dovrebbero più stupirsi di niente, giusto? Accetteranno in quattro e quattr'otto la mia Resurrezione perché è proprio QUELLO che si aspettano! Loro. Credono. Nella. Magia.
- ...
- O no?
- ...
- Come avete fatto con Cristo?
- Ci sono dei permessi da chiedere, bisogna organizzare la scena: non ce la faremo mai per tempo. Pagare le comparse.
- E allora?
- E' previsto un milione di persone da qui ai prossimi mesi, signore. In fondo non c'è alcuna urgenza di farlo succedere oggi...
- Invece sì.
- E perché?
- Perché oggi c'è la diretta tv.
- ...
- Sei sicuro che la tua agenzia sia così abile come dici con la pubblicità e tutte quelle cose lì?
- Sissignore. I primi in assoluto. Se vuole consultare il nostro portfolio... (gli porge il catalogo viola)
- Silenzio!
- Molto bene, signore.
- Fammi resuscitare. OGGI.
- Oggi, signore.
- Oggi!
- ...
- E mi raccomando. (Padre Pio si riavvia i capelli. Poi si tira su il cappuccio e si guarda nel riflesso della finestra)
- Cosa signore?
- Fammi sembrare bello.

L'Aldilà di Noantri, altri racconti sul tema:
- Eternity
- L'Aldilà dei Valori

lunedì, 28 aprile 2008

A Roma nun fa' er gaggio
Categoria:ritratti romani, scritto da andy capp


FiniL'artro pommeriggio Gianfranco Fini ha deciso de fa' er gaggio. Ha scerto de fasse 'n giro da le parti de Boccea, che un po' sò pure le parti mia, pe' tirà la volata a Gianni Alemanno alla corsa ar Campidoglio. Famo subbito chiarezza: io Gianni Alemanno nun l'ho votato pe' la storia mia perzonale, però Gianni Alemanno, pure che nun è romano come sottolinea sempre Rutelli er cicoria - 'n antro che je piace da fa' er gaggio - nun c'aveva bisogno de 'ste goliardate.

Sì perché er grande  - grande co li piccoli e piccolo co li grandi - Fini s'è messo a strigne le mani dei passanti. Allora è passato er penzionato che voleva più sordi pe' la penzione, poi è passata la mamma che chiedeva l'asili nido, poi è stato er turno der vigile urbano che voleva la pistola, er tabbaccaio che reclamava sicurezza e la signora cor cane che je voleva fa' solo 'n saluto. A 'na certa so' passati pure du pischelli cor motorino che j'hanno fatto er braccio teso perché a Boccea ce so' tutti negozi d'ebbrei. Li fasci veri a Roma je rimproverano, a Fini er gaggio, d'esse annato a piagne a Gerusalemme e de avé rinnegato er fascismo.

Inzomma, dopo tutto 'sto bagno de folla, er gaggio (pe' comodità mo' lo chiameremo così) a 'na certa ha deciso de fasse grosso. Così s'è avvicinato a du venditori ambulanti de accendini, du eggiziani, e j'ha chiesto er documento. A gaggio ma che te sei messo pure a fa' la guardia? A gaggio ma che nun ce lo sai che tu nun li poi chiede i documenti a 'n antra perzona? Li du poracci, spauriti e circondati dalla folla che sbraitava insurti, j'hanno fatto vedé la carta d'identità e er gaggio ha rosicato: «Me sa - ha detto pure divertito - che voi due sete l'unici in regola in città». Er gaggio allora è annato a fasse 'n giro ar mercato der quartiere e lì tra chi je avrebbe voluto tirà du carote e chi je regalava du mele - du arance sembrava brutto - ha incontrato n'antri du negretti, seduti ar bar. Pure a questi allora j'ha chiesto li documenti. Uno ce l'aveva, l'artro se l'era dimenticati a casa: «Voglio vedé - ha detto er gaggio - se funziona la legge mia, ma me sa che nun è così... Nun è possibile che tutti c'hanno 'sto permesso, me sa che se lo comprano». Bella figura c'hai fatto a gaggio, nun sai manco come funziona la legge tua.

Fortuna che hai fatto la fine che meritavi, da gaggio a comparsa de la politica. Me sa che facevano bbene li du pischelli sul motorino che te 'nsurtavano. Manco Alemanno s'è fatto vedé in giro co' te. Pensace a gaggio, alla fine che hai fatto.

sabato, 26 aprile 2008

Il comico del malumore
Categoria:scritto da francesco merlo, factory del dissenso


Ecco una bella sfida per la nuova stagione della politica italiana: riprendersi questa piazza che Beppe Grillo riempie ma non merita, e non solo perché, in piena crisi artistica, non riesce più nemmeno a fare ridere. Il punto è che Grillo, per galleggiare nel malumore, ormai deve spararla sempre più grossa. E infatti, in questa escalation, ieri è diventato un altro di quegli irresponsabili italiani che di tanto in tanto vorrebbero riprendere e continuare il lavoro feroce dei partigiani - "ah se solo avessimo più cuore e più coglioni" - scambiando la tragedia della guerra civile con le gag da Bagaglino: "Siamo noi la nuova Resistenza".

Grillo attacca i giornali perché non scrivono quel che vuole lui e come vuole lui. Come tutti i demagoghi italiani, vorrebbe abbattere la stampa. Crede di essere una somma di Totò e del professor Sartori, uno che prende drammaticamente sul serio la propria scienza politica.

E come tanti altri anche Grillo attacca i giornali perché non scrivono quel che vuole lui e come vuole lui: "Pennivendoli di regime". E sogna un capo dello Stato meno "Morfeo" e dunque più decisionista, purché ovviamente nel consiglio di reggenza di questo virile presidenzialismo ci sia lui, Beppe Grillo.

Grillo non lo sa, ma il giornalismo, che come tutti i demagoghi italiani anch'egli vorrebbe abbattere, serve anche a mostrare la realtà che sta dietro il dito dell'inaudito. E dunque a segnalare che ieri a Torino la piazza era, come sempre in Italia, molto migliore di lui, nel senso che il malumore del suo "pubblico" non è solo l'umore andato a male di Grillo. E non soltanto perché lì, in mezzo a quei cinquantamila, c'è anche tanta gente che vorrebbe ancora divertirsi a vederlo recitare; gente che - dicono al Sud - lo "buffonia", lo prende in giro, gli fa credere d'esser lì per la sua sapienza politologica e invece è lì soltanto perché in piazza San Carlo non si paga il biglietto.

Insomma alcuni - quanti? - dei suoi fans sono "portoghesi" che sperano di ridere gratis partecipando a uno spettacolo di comicità. E nessuno li comprende meglio di noi che, pur di sentire cantare Ventiquattromila baci o Azzurro, siamo disposti a "buffoniare" Celentano. È così anche per Grillo. L'importante è che, tra una stupidaggine e l'altra di filosofia etica, ci faccia ridere e magari anche ghignare con i suoi lazzi, le sue pernacchie, la sua strumentazione di comico.

Abbiamo un rapporto speciale con i comici, noi italiani. Molti di loro ci hanno insegnato trucchi e scorciatoie di grande intelligenza. Abbiamo imparato molte più cose da Totò che non da Gramsci. Totò, con il suo "vota Antonio, vota Antonio", ci diceva per esempio che la campagna elettorale dei suoi tempi somigliava già ad un canovaccio da commedia dell'arte. Ma nient'altro Totò sapeva e voleva e poteva fare. Questo Grillo invece crede di essere una somma di Totò e del professore Sartori, una specie di Sartori totoizzato, uno che prende drammaticamente sul serio la propria scienza politica. E invece tutto può fare Grillo tranne che saltare la propria ombra, che rimane l'ombra di un comico (in crisi).

Nella rabbia dell'Italia giustamente insoddisfatta della politica, Beppe Grillo è dunque la carnevalata. I suoi sberleffi, le sue parolacce, le sue linguacce sono i coriandoli di piazza. E si capisce che "mandare a fare in culo" possa apparire più piccante che partecipare a una celebrazione - rituale per quanto solenne - della Resistenza.

Aggiungiamo adesso, senza alcuna reticenza, che in quella piazza ieri c'erano umori che non solo non si identificano con gli schizzi di bile nera di Grillo, ma sono, in parte, anche umori nostri. In tutti i movimenti - direbbe Alberoni - c'è chi fa cassa. Da Masaniello a Canepa a Bossi a Grillo... c'è sempre qualcuno che diventa l'espressione sgangherata di malumori forti e legittimi. E la buona politica dovrebbe calarsi dentro di essi; per tirare fuori, ad esempio, il buon umore dal malumore dei produttori del Nord che stanno con Bossi perché si sentono ipertassati e non protetti.

Così tra i piazzaioli di Grillo ci sono professionisti, docenti, giovani e giovanissimi che coltivano buoni sentimenti e disagio, e magari in qualche caso sono il meglio della gioventù, quella che non trova espressione nei codici della politica e va dunque a cercare un detonatore o un pantografo che percepisca e ingrandisca il segnale.

Due parole infine sulla lotta di liberazione contro i giornali che sarebbero fascisti, fogli di regime eccetera eccetera: roba per il vaffa. Tutti vedono che i giornali italiani sono un esempio di caotico pluralismo che produce più informazione di quanta si possa raccogliere e metabolizzare. Insomma in Italia c'è una sovrapproduzione di informazione che, in menti sciagurate e mediocri, produce ingorghi alluvionali. I casi sono due: o Grillo non riesce ad infilarsi in questo gorgo oppure, lì dentro, si ingolfa la sua intelligenza.

Vogliamo dire che Grillo scambia per prepotenza d'altri la propria incapacità di capire che la realtà è l'insieme di centinaia di punti di vista. Nulla di nuovo e nulla di grave, anche perché i giornalisti non sono sacri. L'importante è non attaccare il diritto degli altri a ficcare il naso nella realtà. Se dunque non gli piacciono i mille giornali che lo raccontano in mille modi, tutti diversi da come egli vede se stesso, Grillo faccia lui un giornale che gli somigli di più, che sia specchio del suo narcisismo: un giornale che canta, insulta e sputa in aria.

>>> killing Grillo.

venerdì, 25 aprile 2008

Liberi liberi.
Categoria:attualitĂ , scritto da vauro


giovedì, 24 aprile 2008

Un atto di viltĂ .
Categoria:scritto da elettore deluso, factory del dissenso


[Riceviamo e, come si dice, volentieri pubblichiamo un ragionamento metà filosofico e metà no circa l'opportunità o meno di astenersi dal voto e dall'astenersi in generale dalle decisioni che contano nella vita politica e sociale. Io lo condivido molto e per questo l'ho voluto pubblicare. Approfitto per ricordare che chiunque avesse una storia da raccontare alla "Factory Del Dissenso" lo può serenamente fare scrivendomi. Non è importante saper scrivere bene: ciò che conta è un punto di vista. ndSte]

Ogni italiano che si cimentasse a verificare di poter essere rappresentato al 50,01% da un altro italiano rimarrebbe deluso almeno al 50,01% scoprendo che non ce n'è in giro di tizi rappresentativi come lui vorrebbe.

E allora, visto che di tizi così in giro non ce n'è, ebbè quell'italiano dovrebbe decidersi in tutta fretta ad invertire le cose e proporsi lui agli altri italiani per informarli subitissimamente che il problema l'è già bello che risolto: è lui (che ne sa senz'altro più di tutti, che è di animo mite ed onesto e perciò non farebbe male ad una mosca, che ha girato il mondo ed ha provato ogni cosa sulla propria pelle, che è altruista e guarda ben oltre la punta del suo naso...), sì è proprio lui che potrà rappresentarli senz'altro tutti almeno al 50,01%. Che gli altri verifichino pure se lui è in grado o meno di rappresentarli al 50,01%. Purtroppo, però, "Ogni italiano che si cimentasse ...". (continuare ritornando qualche rigo più sopra!)
 
Naturalmente non andrebbe diversamente se non un singolo italiano bensì un bel gruppo coeso di italiani volesse fare la stessa verifica circa la rappresentatività almeno al 50,01% di un qualsiasi altro gruppo coeso di italiani nei confronti del primo. Preso atto che non esiste ancora un gruppo coeso che possa garantire una rappresentatività almeno al 50,01% ad un altro gruppo coeso, il bel gruppo coeso di italiani dovrebbe decidersi in tutta fretta ad invertire le cose e proporsi esso stesso agli altri gruppi coesi di italiani per informarli subitissimamente che …
 
Potrei continuare per ore. Ma ho deciso di risparmiarvelo.
Potrei addirittura cambiare la percentuale accettabile di rappresentatività scendendo fino allo 0,00003%, ma non cambierebbe nulla.
 
Il fatto è che le mie opinioni e le mie ragioni sono MIE al 100,00% (altro che il 50,01%). Ho tutto il diritto di averle e perciò sono libero di farci quello che voglio. E lo stesso varrebbe per le vostre, non c'è dubbio.

Sempre? No, non sempre.
Se si trattasse di politica, ad esempio, e avessi la fortuna di vivere in un paese democratico, quelle stesse opinioni e quelle stesse ragioni DOVREI IMPARARE ad ammorbidirle, a renderle sempre meno esclusivamente MIE. Dovrei convincermi che la loro sopravvivenza è necessariamente e indissolubilmente legata alla mia capacità e disponibilità a mescolarle con quelle degli altri, dovrei saper riconoscere che le opinioni e le ragioni inizialmente MIE al 100%, ancor MIE resteranno e vivranno senza vergogna pur diluite e ormai irriconoscibili tra le ragioni e le opinioni legittime dell’universo intero. E' così che va ogni cosa che ha vita in questo mondo. Noi stessi, io che sto scrivendo e voi e tutti gli altri, abbiamo mille e mille padri di cui portiamo dentro i geni biologici che dovrebbero farci diversi e invece ci rendono tutti uguali e fratelli, perché mille padri fa almeno uno fu padre comune per tutti (sigh!).
 
La politica, dunque. 
Se chi si candida politicamente alla guida di un paese non è tenuto a rappresentare "me" (dove per "me" posso, spero, indicare tutta una serie di questioni e valori in cui credo e che dovrei condividere almeno per il 50,000001% con chi dovrei votare), allora io non sono tenuto a votarlo.
 
La politica non funziona così, non andrà mai così.
Nacque alcune migliaia di anni fa su iniziativa di alcuni più bravi (furbi) di altri che si inventarono questo nuovo mestiere della Rappresentanza che avrebbe consentito ai pochi (militanti) di dominare sui molti. Le regole del gioco furono fissate allora e chi vuol giocare oggi, a quelle regole deve attenersi, a meno che - se ne è capace - non riesce ad inventare un nuovo gioco più convincente che riesca a divertire di più e per questo attragga nuove moltitudini adoranti. (il cui compito, però, sarà ancora una volta esclusivamente quello di pagare il biglietto, sedersi e assistere buone buone allo spettacolo).

Il problema, in politica, non è trovare chi possa rappresentare almeno al 50,01% (chiamasi UTOPIA), e nemmeno chi possa rappresentare allo zerovirgolaqualcosa. Il problema, in politica, è riuscire a ragionare, ad ascoltare, a sentire l'obbligatorietà della partecipazione, a pensare se stessi come parte integrante del contesto sociale in cui siamo condannati ad essere.

Cogito ergo sum (scusate, scusate, scusate...) in politica diventa: ho l'obbligo di fare una scelta di appartenenza, per me stesso e ancor più per gli altri, perché scegliere con chi stare - e poi restarci insieme lealmente fino alla prossima volta - è l'unico modo che può consentirmi di farmi riconoscere in quel Tutto Apparentemente Omogeneo eppur composto della maggioranza e delle tante minoranze, senza le quali - per altro - io semplicemente non potrei mai più sentirmi cittadino del mondo.
 
Astenersi, in politica e non solo, credo sia un atto di viltà così come lo è ogni rifiuto al ragionamento ed all'analisi. E' la soluzione banale. E' il rifiuto del rispetto per gli altri. E' immobilismo. E' un comportamento infantile: non gioco con te perché il gioco non l'ho inventato io.

P.

mercoledì, 23 aprile 2008

Gli uomini fanno progetti e Dio se la ride. (*)
Categoria:scritto da johnny durelli, factory del dissenso


In un post del 7 marzo Johnny raccontò alla nostra "Factory del Dissenso" l'incredibile percorso che lo portò a perdere il lavoro. La sua testimonianza sollevò un gigantesco dibattito: questa è la seconda puntata con l'evoluzione (sempre sintomatica) della situazione. Viva l'Italia e grazie amico JD.

Son seduto qui a casa, fatalmente brillo dopo pochi bicchieri del vino prodotto dal DON (alcool mischiato a sudore). I miei coinquilini son presi dallo studio matto e disperato pre-esami e questo li rende sufficientemente sociopatici: in sostanza, sto per vincere il titolo di uomo più solo del condominio.

Se la primavera a Roma mi aveva lasciato intravedere la possibilità di un mondo migliore, la pioggerellina salmastra milanese manda il mio barometro interiore a valori da depressione.
In poche parole, qui si muore a puntate.

E così mi siedo al pc dopo aver messo in circolo altro caffè nel sistema nervoso e cerco di tirar fuori dalle mie circonvoluzioni mentali e dai miei angoli bui qualcosa di nuovo e interessante.

Tanto per iniziare, è evidente come la traiettoria delle mie intenzioni e dei miei progetti e quella del mio destino lavorativo, (da me non deciso), vadano ognuna per i cazzi propri.

Oggi ho rifiutato una proposta di lavoro.
E vi spiego perché.

Si sarebbe trattato dell'ennesimo contratto a termine. L'ottavo, per l'esattezza. E ho rifiutato per parecchie ragioni. Anzitutto, un nuovo contratto a termine mi avrebbe impedito di poter fare progetti di alcun tipo per almeno un altro anno. Vivere e lavorare a termine sarebbero stati la stessa cosa.

Avrei poi percepito uno stipendio più basso, anche se di poco, rispetto all'ultimo impiego. Anche qui, insomma, niente progressi. Inoltre, si sarebbe trattato di un lavoro che ho già fatto per circa due anni: un lavoro che, a dirla tutta, non mi entusiasma granché e soprattutto un lavoro iper-specializzato che mi impedirebbe di crescere sia all'interno, (non è prevista una grossa carriera in un ruolo del genere) sia all'esterno, (con un lavoro così iper-specializzato e che fanno in pochi, o uno di quei pochi muore e ti chiamano a sostituirlo oppure non ti cercherà mai nessuno).

L'obiezione più ovvia che si possa muovere a questa decisione suona più o meno così: "Intanto accetta, poi cerchi altro". Ma non è così. E vi (ri)-spiego perché.

Nel momento in cui accetti l'ennesimo contratto-capestro a tempo determinato, ti rendi automaticamente disponibile ad ingoiare altre tonnellate di merda nella speranza che poi ti assumano a tempo indeterminato; cosa che poi quasi puntualmente non avviene. E allora inizi a guardarti intorno. E a quel punto, e parlo per esperienza, chiunque ti cerchi non fa altro che proporti un altro tipo di collaborazione a tempo: "Se ne hai accettati così tanti finora, potrai accettarne anche questo".

Ciò accade perché la loro tattica è quella del "Non puoi fare altro visto che sei con l'acqua alla gola", meglio nota come regola del "Ti prendo per le palle". In sostanza, accettare la proposta fattami oggi sarebbe stato il mio epitaffio lavorativo.

Mentre oggi mi recavo a questo colloquio, fumavo ininterrottamente e cercavo disperatamente una decisione. Ero uscito di casa pensando di accettare; (sapevo già la struttura dell'offerta per sommi capi). C'era però uno scrupolo a lasciarmi indeciso: uno scrupolo che nasceva dall'esaminare mentalmente tutta la ragnatela degli errori e delle decisioni lavorative sbagliate fatte e prese finora. Uno scrupolo che più camminavo e più diventava sdegno. Sdegno verso me stesso e sdegno verso questa gente per la quale non posso che augurarmi che le loro madri intrattengano piacevoli e continuativi rapporti con dotati turbonegri.

Più lo sdegno vibrava con grinta, più mi fermavo e accendevo l'ennesima sigaretta. E allora la decisione è uscita fuori da sola e mi è sembrata l'unica percorribile. Dovevo finirla con questo schifo che addolora la dignità. Dovevo rompere questa spirale.

E così ho fatto.
Vi confesso che ho tentennato, e parecchio. Quando ti parlano di soldi, tentenni sempre. Sempre. Soprattutto se son comunque di più di quelli che prenderesti facendo il barman o il commesso alla Feltrinelli.

Ora.
Non voglio certo applausi.
E so. So benissimo che me ne pentirò tantissime volte. So benissimo che spesso mi ritroverò imbrigliato in un intrico di rimpianti e recriminazioni. So benissimo che tutto questo nasce anche dal mio istintivo amore per i casini. So benissimo che spesso e volentieri i grossi rischi rendono spericolati e le insicurezze spavaldi, (sto citando qualcuno ma non so chi) ma che poi spericolatezza e spavalderia lasciano il campo alla paura fottuta. So benissimo tutto questo.

Oggi, però, questo scampolo di dignità ha reso meno problematico e complicato il mio fascicolo interiore.

(*): Michael Chabon: "Il sindacato dei poliziotti yiddish".

martedì, 22 aprile 2008

Va benissimo così com'è.
Categoria:scritto da ornella, factory del dissenso


Anna ed io siamo amiche da sempre, siamo coetanee ed è l'unica cosa che abbiamo in comune. Per il resto siamo molto diverse: lei è il bianco io il nero. Lei è credente, praticante (appartiene a C.L.) e devota, io atea. Lei ha 5 figli e un marito che la ama, io una figlia e nessun marito. Lei è casalinga, io lavoratrice. Lei di centro destra, io di estrema sinistra e cosi via. L'elenco sarebbe molto lungo e non voglio tediarvi; dicevamo diverse ma cosi vicine da sempre con reciproco affetto e stima.
 
Qualche mese fa Anna mi chiama, è trafelata, ha la voce che trema:

- Ornella sono di nuovo incinta!
- E' una buona notizia? – le chiedo, non capendo davvero, se per lei lo  sia
– NO. È terribile, non ci voleva, non ce la posso fare ad averne un altro. Il piccolo ha solo 18 mesi gli altri dipendono ancora da me al 100% e Fabrizio (il marito - ndO) lavora sempre, non è mai a casa ed io non ho altri aiuti se non me stessa e poi lo sai, mi devo ancora riprendere dalla depressione post-partum e  il solo pensiero di dover affrontare un'altra gravidanza, mi fa impazzire!
- Cosa conti di fare?
- Non lo so, ma io non voglio questo figlio, non posso... Aiutami Ornella.
- Ma se non desideravi un’altra gravidanza, perché non hai preso un contraccettivo, perché non avete usato delle precauzioni? - Le chiedo senza giudicare (non l'ho mai giudicata), piuttosto cercando di capire.
- Scherzi? Lo sai che a Noi non è consentito...
- Lo hai detto a Fabrizio che sei incinta e che non vuoi il figlio?
- Gli ho detto che sono incinta ma non che non lo voglio. Come faccio a dirglielo? Lo sai come la pensa, come la pensiamo... Sto malissimo, sono confusa. (piange a lungo). Vorrei abortire, Dio mi perdoni, non ce la faccio. Aiutami...

Il giorno dopo ci incontriamo.
Lei ha la faccia tirata, non dorme e non mangia da giorni, i suoi figli sono tutti sistemati: i 3 più grandi a scuola, la quarta all'asilo e il piccolo è li con noi.

Decidiamo di andare al Consultorio per parlare con il Ginecologo e la Psicologa, per affrontare il discorso dall'Interruzione Volontaria di Gravidanza.

La accompagno la settimana successiva: Anna viene visitata dal medico e fa un colloquio con la Psicologa. Alla fine di tutto, nonostante la sua sofferenza psicologica e fisica, prende la decisione di non abortire.

- "Perché non è giusto, perché i figli sono una benedizione di Dio, perché lo amerà come ama gli altri e perché non potrei mai uccidere una creatura umana. E inoltre, ti immagini che scandalo se mio marito venisse a sapere che ho fatto una cosa del genere, se lo sapesse la Comunità! (quelli di C.L.) Mi caccerebbero! Non posso farlo!".

Spiego ad Anna che in caso di I.V.G. la sua privacy sarebbe tutelata e che se volesse non far sapere a nessuno le sue intenzioni,  potrebbe farlo senza problemi, perché ne ha tutto il diritto e perché la legge glielo consente. Mi risponde che ormai ha deciso: terrà il bambino e confiderà nell'aiuto del Signore per superare questo momento di difficoltà e di sbandamento personale. Mi ringrazia per la mia disponibilità e per l'amicizia che da sempre le dimostro e ci salutiamo con la promessa di chiamarci presto.

Non ci sentiamo per un po'.
E' passato meno di un mese, quando ricevo la telefonata di Fabrizio. Io sono al lavoro.

- Ornella, Anna è stata ricoverata d'urgenza in Ospedale: ha avuto un'emorragia e da ieri sera ha la febbre altissima, credo che stia perdendo il bambino!

Mi precipito in Ostetricia, Anna sta malissimo, Fabrizio mi chiede di parlare al medico prima che la portino in Camera Operatoria, per capire cosa sia successo: lui è troppo agitato per farlo e ha una paura folle che il bambino non si possa salvare.

Prima di parlare con il medico vado da Anna che, come mi vede, scoppia in lacrime e mi racconta cosa è successo.

Anna è stata da una "mammana" (così vengono chiamate quelle che fanno abortire in casa le donne) sperando di poter simulare un aborto spontaneo. La donna le aveva assicurato che non ci sarebbero stati problemi e che così non avrebbe fatto sapere a nessuno che voleva abortire: bastava introdurre un piccolo ferro  (sterile! per carità!) nell'utero, raschiare un po', e in men che non si dica sarebbe comparsa l'emorragia (niente di copioso! per carità!). In questo modo sarebbe andata in ospe