martedì, 30 novembre 2004

Capirmi
Categoria:quotidianismi, scritto da granduca di palau


E' in atto un momento in cui chi crede forse non crederà più. Nell'amore, nella Vita Bella, Intensa, Profumata quasi, di gelsomino come la "sento" io. Già, perché un momento di tristezza è un attimo solo per chi sta al di la della nebbia che ti avvolge. Sì, a te un minuto sembra un millennio figuriamoci ore, giorni. Quello che hai non lo trovi sotto il letto come tutte le mattine, e ripensi a mille cose, mille momenti. Allora guardi dentro di te e cerchi di capire se ora è come deve essere. E capita, sapete, che non ci riesci e chissà perché. La vita sembrava così facile ieri mattina quando tutto era al suo posto. Il caffè, la barba, la fretta, il cellulare, il cane, l'università, il lavoro, la palestra. E Tu. E Noi. E tutte le cose banali e ripetitive che certi giorni che palle e certi giorni che bello. Ma siamo onesti io e te? Siamo giusti io e te? Lascia stare. Non capisco me stesso non capirò mai IO e TE.

Non capirò mai forse dove sta la realtà e dove sta il sogno e mi perdo nel tempo che non riesco a fare mio e, purtroppo, neanche tuo. Mi perdo in facce che conosco appena e mi chiedono qualcosa e trascuro Te che non mi hai mai trascurato. Sì, è vero: sono troppo buono ed è una colpa al giorno d'oggi dove i buoni sai che fine fanno, hanno le compiacenze di tutti e le risate di molti. Forse sto bene solo dove cerco di stare bene e a volte capita, sai, che io non trovi quello che cerco. E' per questo che a volte volo via per l'autostrada e sono lontano e pochi sanno dove sono. Ma ti giuro, Tesoro mio: sono lì come sempre. E' che a volte, ho voglia di capirmi. Il granduca

martedì, 30 novembre 2004

I mille motivi per cui non sono uno scrittore maledetto
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Vostro onore, mi hanno accusato di essere un sedicente scrittore maledetto. Sono qui oggi per smentire categoricamente tale calunnia e a favore di ciò porterò fatti, mica pugnette. Alla fine della mia arringa, vostro onore, l'accusa di cui soprà cadrà completamente: si comincerà a pensare che sono un perfetto coglione, certo, ma va bene. Pagherò questo dazio se così vorrà la pubblica opinione.

Ecco dunque i motivi per cui non sono uno scrittore maledetto.

- Lo scrittore maledetto ha -almeno una volta - scritto un romanzo di formazione con un personaggio di nome Dean o quanto meno Arturo, ambientato tra Los Angeles e Denver. Io non l'ho mai fatto: sfido chiunque a rovistare nel mio cassetto o nella mia cartella sul desktop

- Lo scrittore maledetto non scrive di amore. E nelle mie storie ogni amplesso ha come conseguenza almeno una carezza e un sorriso. Soprattutto, nelle mie storie, l'uomo e la donna - dopo aver trombato allegramente - il giorno dopo si rivedono: se questo non è amore...

- Io sono maledettamente melenso, romantico e perseguitato da eventi zuccherosi. Mi sono commosso a guardare L'Era Glaciale, Kramer contro Kramer e quando Jim Carrey va sul tetto della casa della Aniston colmo d'amore in Una settimana da Dio, ho dovuto distrattamente passarmi il dito indice sotto l'occhio destro

- Ho troppi - dico troppi - miti artistici omosessuali. L'omosessualità non è degna di uno scrittore maledetto che, invece, non fa altro che vomitare e drogarsi di cocaina

- Se mi infilo in bocca una sigaretta comincio a tossire come Tom Hanks nella parte finale di Philadelphia (testimoni i miei amici). L'erba mi piace, ma mi fa sputare due costole e un polmone per le convulsioni. Se poi la sigaretta me la infilo maledettamente all'angolo della bocca, mi brucio le labbra e devo sputare tutto in terra pestando con la suola della scarpa destra

- Quando mi ubriaco, puntualmente faccio fioretto che non capiterà mai più, lo giuro lo giuro, non farmi stare troppo male. Un poeta maledetto, invece, se ne starebbe impassibile a bere ancora e ancora e non contento se ne fumerebbe un'altra tra una lattina e l'altra e le lattine stesse se le schiaccerebbe sulla fronte; io le colleziono perché mi ricordano qualcosa

- I cocktail li bevo con la cannuccia di colore inesorabilmente verde pistacchio o rosso fuoco

- Mi piacciono i Quattro salti in Padella della Findus

- Guardo la trasmissione dei pacchi di Bonolis quasi ogni sera se sto a casa o non lavoro

- Non ho mai con me un preservativo

- Non ho mai con me una pistola carica

- Sulla tastiera dove dovrei comporre le mie opere maledette ho un adesivo di una macchinina rossa, uno di un porcellino con un quadrifoglio tra le orecchie, uno di un gatto accovacciato e due sorpresine degli ovetti Kinder incastrati tra il tasto PagSu e il Bloc Num

- Ho un maiale di peluche che se lo tocchi grugnisce. Ma non è questa la cosa grave: la cosa grave è che ha le zampe e il naso blu e che sto sempre a toccarlo per farlo grugnire

- Quando parlo con una commessa carina mi metto sempre una mano dietro la nuca per grattarmi distrattamente imbarazzato

- Quando sono in un negozio di vestiti sto bene attento che la tendina del camerino sia perfettamente chiusa

- Non ho il coraggio di vomitare spontaneamente (le classiche due dita in gola)

- Ho una passione inconfessabile per Elisabetta Canalis

- Il giorno prima di prendere un aereo faccio tutto come se dovesse essere l'ultima volta

- La canzone "Vaffanculo" di Marco Masini mi fa vibrare l'anima (ecco, l'ho detto)

- Mi piacciono le trasmissioni di Gigi Marzullo (ecco, ho detto pure questo)

- Se di notte incappo casualmente in una di quelle pubblicità dei telefoni erotici con le tipe che si palpano ovunque, non faccio lo spavaldo tornando poi ad accarezzare la sinuosa curva del seno della modella bretone nel mio letto, ma mi alzo per andare a leccare lo schermo (il che dà anche la scossa, qualche volta)

- Ho scaricato la canzone "Brutta" di nonmiricordopiùcomesichiamailcantante

- Non riesco a ingoiare le pillole con l'acqua perché ho paura di soffocare

- Quasi mai a mare vado dove non si tocca

- Ho guardato almeno una volta trasmissioni come "Carramba che sopresa", "C'è posta per te", "Amici", "L'Isola dei famosi" e "Operazione Trionfo", provando addirittura una certa simpatia per Miguel Bosé

Ma due cose mi allontano definitivamente e senza più alcun dubbio, vostro onore, da ruolo del sedicente scrittore maledetto. Ve le esporrò qui di seguito giurando di dire la verità e soltanto la verità:

la prima: non ho mai letto nulla - dico nulla - di Charles Bukowski

la seconda: previa regolare e spontaneo provino, quasi mi presero (e sono testimoni i miei più cari amici) alla seconda edizione de Il Grande Fratello (o era la terza? Insomma quando vinse Flavio Montrucchio - al posto mio, aggiungerei)

Ora, vostro onore, giudicate voi se questo è uno scrittore maledetto.

martedì, 30 novembre 2004

Termini insopportabili
Categoria:svago, scritto da stefano havana


Se volete fare amicizia con me, non dovete mai - dico mai - inserire in un discorso la parola performante.

martedì, 30 novembre 2004

La voglia di scrivere
Categoria:narrativa, scritto da davide firenze


Come nasce la voglia di scrivere? Voglio dire, perché un giorno ti passa improvvisamente la voglia di scrivere e per mesi scrivi al massimo qualche triste e scontata mail di lavoro, poi da un giorno all'altro ti riprende e ti basta una chiacchierata con Stefano (sempre sia lodato) per rimetterti in carreggiata dopo tanto tempo? Quale meccanismo mentale c'è dietro a tutto ciò?

Allora, scartando la mancanza di tempo che rappresenta sempre una magnifica foglia di fico ma non permette di giungere al nocciolo della questione, sono giunto alla conclusione che è tutto un problema di emozioni. Avete capito bene, emozioni: tutti le hanno, no? Solo che una persona emotiva, magari un po' chiusa (anche se lo maschera bene) e lontana dalla sua città, oltre che da quasi tutti gli amici e i parenti, dove può riversare le sue emozioni se non su un diario?

Poi un bel giorno arriva lei, bisognosa di attenzioni come un cucciolo abbandonato in uno scatolone nella nebbia di gennaio, e prende il cento per cento di te, assorbe tutti i tuoi pensieri, le tue emozioni, il tuo tempo. Quello libero e quello non libero. Ed è a quel punto che puff, ti passa tutta a un tratto la voglia di scrivere. Oltretutto senza che lei ti abbia detto niente o te l'abbia chiesto in qualche modo, intendiamoci. Anzi, lei manco lo sapeva, che ti dilettavi a scrivere qualche cazzatella ogni tanto. Perché inspiegabilmente tu, istintivamente, con lei te ne vergognavi. A pelle. E non riuscivi a dirglielo. Lei non aveva segreti per te, tranne quello della scrittura. Non è strabiliante?

E non ci credo che è un caso. Perché poi, per l'appunto, quando lei si allontana da te la voglia di scrivere riprende imperiosa a farsi largo nella tua mente. E effettivamente ricominci. E ti piace, cazzo se ti piace. Quasi da farti dire "meglio così".

Ogni mente ha i suoi misteri, e probabilmente sono proprio quelli a renderla affascinante. Però diamine, non è possibile che i misteri della mia mente siano tali anche per me. O forse è proprio questo il bello?

lunedì, 29 novembre 2004

Mafiosi?
Categoria:sport, scritto da granduca di palau


Tratto da goalcity.it: "Se ho bisogno di quattro cinque guardie del corpo per la trasferta contro il Porto? Direi di sì- ha affermato Mourinho-. Se ti rechi a Palermo penso ne avresti bisogno".

Quindi il Portogallo terra di mafia come la Sicilia del resto.
Ah: Mister Mourinho è stipendiato da un certo Abramovich.

lunedì, 29 novembre 2004

Non avrai paura
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana, noi e le donne


Non avrai paura quando mi incontrerai. Sarai bella e sarà sera. Sarà quando non me l'aspetterò, sarà quando non te l'aspetterai. Sarò preda di un pensiero e starò imbrigliandolo con le redini della distrazione del giorno qualunque. No, non avrai paura amore mio.

Non avrai sentore di quello che sarà. Ci incontreremo all'improvviso, qualcuno ci presenterà: conoscerò le tue lacrime. Non avrai paura di me, sentirai di poterti fidare e io sorriderò nel buio andando a letto quella notte. Andrà così, tesoro mio. Sei da qualche parte e nel tuo cuore alberga lo stesso vuoto che è nel mio. Dove andrai? Cosa farai? Che vita vivrai fino al giorno in cui mi incontrerai? Vai, ti prego, cammina, fai presto, sii veloce, non ti perdere, non dare retta gli altri, non ascoltare le distrazioni che ti arricceranno i capelli e vizieranno i tuoi capricci. Corri da me.

Non avrai paura, non avrai paura piccola mia. Raggiungeremo un largo spiazzo e sarà lì che ci abbandoneremo, arricchiti di nuove parole, cresciuti di polverosi mesi e scorbutici litigi. Lì ci lasceremo, corroborati di ricordi da accarezzare nuovamente. Non avrai paura, piccola mia. L'Amore che ci lega esiste già. Esiste prima di te e prima di noi e tu non avrai paura quando mi troverai. La mia fiducia non vacilla mentre attendo alla luce tremula di questa candela che è l'ansia di vivere da solo, senza uno zampillo d'amore nuovo, come se Amore stesso fosse morto. La mia ombra si allunga nell'attesa tanto grigia. Verrai da me e io sbaglierò tutto, percorrerò gli stessi errori, vivrò delle medesime incertezze. Passeranno nuovi giorni e nuove notti e non avrai paura la prima volta che trarremo lo stesso medesimo respiro, contemporaneamente chiudendo gli occhi e ingabbiando le dita le une dentro le altre. Non avrai paura la prima notte in cui ti sveglierai e mi troverai al tuo fianco ad osservarti. Non avrai paura la prima volta che piangerò per te senza un motivo, solo commosso dalla rara coincidenza che tu in un mondo popolato di esseri migliori, abbia alla fine scelto me.

Non avrai paura la volta che rideremo insieme e il nostro riso si estinguerà in un primo bacio. Allora avrò paura io, finalmente. Paura di nuovo, paura di fallire, piccola mia, paura di non saper dosare la mia forza e di perderti come sabbia che scorre inesorabile in un pugno troppo stretto. Non avrai paura quando da quel primo bacio noi ci staccheremo e ci guarderemo stupiti e con le guance rosse. Non avrai paura quando in quel bozzolo di profumi tu saggerai il mio dopobarba e io riconoscerò la marca del tuo lucidalabbra: la consapevolezza che ti sei fatta bella per me mi farà sorridere e tu chiuderai quel sorriso con un nuovo bacio più deciso. Quando mi incontrerai sarà per caso e tutto questo sarà racchiuso ancora in una gemma di futuro.

Giocheremo a innamorarci e un giorno io ti terrò stretta in cima al mondo e ti sussurrerò qualcosa dopo un altro bacio. Tu non capirai subito, ma poi sorriderai senza rispondere. Affonderai il tuo viso nel mio collo e riderai stringendomi: tutto questo accadrà quando ti dirò che t'amo. Solo allora, per un minuto e basta, avrai paura. La paura diventerà sollievo e ci rialzeremo insieme. Litigio dopo litigio. Lacrima dopo lacrima, brindisi, cena, vetrina e strada. Percorreremo un po' di vita insieme e ogni tanto ripenserai alla volta in cui ci siamo visti. Io finirò a piangere da solo, a bere, a scrivere, a inebetirmi nelle mie letture, nei miei rifugi artistici.

E non rivedrò mai più un sorriso bello come quello che mi regalerai la prima volta che tu ed io ci incontreremo.

lunedì, 29 novembre 2004

Hemingway col cazzo che e' morto
Categoria:svago, scritto da stefano havana


Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce.

Con queste parole comincia "Il vecchio e il mare".
Quello che il mondo intero non sa - perfino i grandi studiosi, quelli che della vita del buon Ernest ci hanno scritto tomi o girato documentari - è che Hemingway è ancora vivo. Certo, passa il suo tempo alla Havana, ma gira voce che Fidel non gli stia più molto simpatico e che cominci a soffrire molto - vecchio com'è - le privazioni dell'embargo, soprattutto per quanto riguarda le medicine.

Allora spesso viene in Italia, i soldi non gli mancano.
Si nasconde dentro abiti giovanili e dietro nuvole di fumo di marijuhana. Sabato pomeriggio l'ho incontrato a Firenze seduto e pensieroso che sembrava un ventenne. Eccolo qui, reincarnato nel corpo terreno del Vicerey Federico fumante droga.

Ah, quanto amo il color seppia nelle foto. Se tutto il mondo fosse di questi colori, che bello sarebbe. Non possono uccidere i proiettili color seppia. Non possono ferire insulti color seppia. Non può far male un incidente stradale color seppia. Così, nientemeno, il color seppia fa diventare scemi dalle risate se uno scatto e una tirata in più ti resuscita anche il Vecchio e il Mare dalle pieghe di un libro e del tempo.

Caro Vicerey, mi devi quantomeno una birra: queste foto sono troppo top.

domenica, 28 novembre 2004

Domenica sera
Categoria:musica, scritto da granduca di palau


E' una notte senza luna,

Ubriaco canta amore alla Fortuna,

Senza freddo e senza pane, Ubriaco canta Amore alle persiane,

seduto sull'asfalto che fuma, sembra un tempo da Medioevo,

Qualcuno dice che è un Pazzo un altro dice: non è Nessuno.

UBRIACO CANTA AMORE - BANDABARDO'

domenica, 28 novembre 2004

L'acceleratore del buonumore
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Strano weekend. Sabato in particolare.
Splinder fuori uso, l'impossibilità di raccontare a caldo.

Metà dei Noantri si sono ritrovati a Firenze per un pomeriggio dei nostri in compagnia di fratello Davide: goliardico, divertente e divertito. E' incredibile quanto tempo del tutto noi si riesca a passare ridendo. Abbiamo camminato, abbiamo guardato, abbiamo mangiato e bevuto. Ci sono almeno un paio di foto che valgono la pena di essere postate. Ma non subito. Tra un po'. Il nostro solito spirito, incrollabile o quasi: eccolo, non faccio fatica a vederlo oltre la linea dell'orizzonte.

Ma adesso va così.
Sarà che mentre scrivo è una bellissima domenica di sole e mi toccherà passarla a lavorare. Sarà che il viaggio di ritorno, in autostrada ieri, non è stato dei più facili. Oddio, siamo stati alla grande dal primo chilometro all'ultimo. Se non fosse stato per quei quaranta minuti in mezzo, verso le 21: ce la siamo fatta tutta a 110 orari massimo, dopo. La prima volta in vita mia che rispetto i limiti.

Succedono imprevedibilmente cose che ti bruciano del tutto la capacità di pigiare sull'acceleratore dell'auto e del buonumore. Poi passano è vero.

Certo, quel cadavere inspiegabile che ci siamo ritrovati in mezzo alla strada e che per poco non abbiamo travolto mi è rimasto avvinghiato nelle retini.

sabato, 27 novembre 2004

Quelle piccole passioni che poi ti insegnano a vivere
Categoria:musica, scritto da stefano havana


Era viva mia nonna, era vivo mio nonno. Forse era il millenovecentonovantadue o novantaquattro o giù di lì: le piazze e le vie, i palazzi e i portoni, le donne e le panchine, le rampe di scale e tutto quanto mi sembrava infinitamente più alto, grande e importante. Mi ricordo: stavo a casa di zia, seduto nell'angolo. C'era l'albero di Natale con le luci rosse: non era nata mia cugina, non era nato mio cugino, chissà dov'erano i miei amori e le mie amicizie future. Una passione, però, sì. Sapevo dov'era: ce l'avevo in mano. Mi avrebbe cambiato l'esistenza, il mio primo cd dei Queen.

Me lo rigiravo tra le dita come una moneta in un gioco di prestigio. Il Greatest Hits II, copertina blu, la scritta. Lo stemma con i quattro segni zodiacali di Freddie, John, Roger e Brian. La linguetta rossa, quella che ti facilita l'apertura, il booklet intonso, profumatissimo e il cd, ovviamente, blu, la superficie pura, bella, neanche un graffio. Eccola là, la mia facciona rotonda da bambino brufoloso riflessa sul retro. Non ne sapevo nulla di Freddie Mercury, di Aids, di froci, di baffi, di arte allo stato puro. Ho aspettato di essere a casa, ho acceso lo stereo - due cd avevamo allora: uno di Phil Collins e uno di Lucio Battisti - mi sono seduto per terra senza scarpe e ho ascoltato con quella curiosità mischiata a disinteresse tipica del primo ascolto. Non mi ricordo tutto: solo due cose. Non ci fu un attimo durante la traccia numero quattro - I Want It All - in cui io non mossi la testa su e giù per tenere il ritmo. E non ci fu un istante durante la traccia numero nove - Who Wants To Live Forever - in cui io non desiderai di essere innamorato.

Allora Freddie Mercury era già morto, il suo corpo già polvere secondo il rito della sua religione. Ricordo che piansi qualche mese dopo, con la mia collezione già completa. Piansi quando impilai l'ultimo cd.

C'è questa fulgida malinconia. Ti prende questo strano colpo allo stomaco, quando ti rendi veramente conto che la morte porta via le idee, gli interessi, l'arte di una persona prima che la persona stessa. Non sarebbero venuti più cd dei Queen: e tutte le notti che io avevo passato con le cuffie nelle orecchie e tutti i commenti e i litigi con Giovanni perché a lui piacevano più i Megadeth e i testi che avevo faticosamente tradotto e trascritto e i libri su Freddie e le fotografie e le biografie e le videocassette e tutti i video e Another One Bites The Dust e We Will Rock You e Sail Away Sweet Sister e A Night At The Opera e Somebody To Love e Bohemian Rhapsody e Wembley '86 e il Live Aid e il Rock in Rio. C'è questa strana sensazione che ti prende alla gola e ti fa incazzare con Dio in persona e ti ritrovi a quattordici anni nella tua stanza a maledirlo e a chiedergli spiegazioni - vieni qui bastardo, vieni qui che cazzosbruffonevanitosopezzodimerdafaichetitrovo - che se fosse morto tuo fratello te la saresti presa allo stesso modo.

E' musica a livelli mai più raggiunti, certo.
Ma i Queen e Freddie Mercury - poteva essere qualunque altra cosa, me ne rendo conto: a me è toccato loro - sopra ogni altra cosa mi hanno fatto capire l'arte e la morte.

E' morte l'opposto di arte.

giovedì, 25 novembre 2004

Sono o non sono un tipo veramente top?
Categoria:svago, scritto da stefano havana


E' tutta una questione di opportunità.

Se io mi chiamassi Kevin, se fossi nato a Los Angeles o in un posto - che so - tipo il Kansas e con un gruppo di amici avessi fondato una di quelle boy-band da quattro soldi, tutte addominali e niente musica; se avessi una storia di droga e macchine rubate alle spalle e il mio gruppo si chiamasse F.I.G.A. - da pronunciarsi Faiga - e se invece di un tatuaggio sul polso avessi la cicatrice di una pugnalata sul fianco;

se sulla mia strada si fosse intromessa una Maria De Filippi qualsiasi o un Maurizio Costanzo o che so io e se avessi trascorso mesi della mia vita su un trono rosso vestito di Dolce & Gabbana a corteggiare femmine dal quoziente intellettivo di un idrante e se quelli fossero davvero i miei occhiali da sole e non quelli di una mia amica, ebbene sarei o non sarei il perfetto sex-symbol del nuovo millennio?

Questa indiscutibile riflessione mi è venuta in mente osservando quei depensanti concorrenti del Grande Fratello urlare durante la diretta televisiva del giovedì sempre questa cazzo di insopportabile parola: top. Mary, sei troppo top. Questa coperta è troppo top, Barbara sei troppo top, Ale sei toppissimo, o raga 'sta faccenda è troppo top, mammamia che situazione top. Oh, se loro possono dire in prima serata delle robe simili, io potrò almeno postare un messaggio così su questo blog?

So' top.

giovedì, 25 novembre 2004

Fenomenologia dell'agente immobiliare
Categoria:quotidianismi, scritto da davide firenze


Mai come in questo periodo mi è capitato di avere a che fare con una categoria sociale a dir poco incredibile, quella degli agenti immobiliari. Temibilissimi. Come in ogni mestiere che si rispetti, anche nella cerchia degli agenti immobiliari esistono vari tipi di professionisti: si va dal tarantolato, che (nei pochi minuti a disposizione tra uno dei suoi 300 appuntamenti quotidiani e l'altro) ti riversa addosso il suo secchio di parole nella speranza che tu ti faccia infinocchiare e ti convinca a dirgli , al disperato, che sapendo che non ha niente che faccia al caso tuo cerca di proporti qualunque cosa pur di arrivare a incassare la sua benedetta mediazione, fino all'arrampicatore sugli specchi, che tra le altre cose cerca di cambiarti le abitudini di vita, e ti descrive come «simpaticissima» (giuro, testuale) una mansarda nella quale non entrerebbe in piedi manco Chiambretti, proposta tra l'altro a un prezzo per il quale pure il Colosseo sarebbe caro. Che dire poi del killer mancato, palestrato e col codino, col suo aspetto da bono, che vederlo così ti avvicina al dramma di un uomo frustrato costretto a vendere case svogliatamente mentre vorrebbe stare in palestra o a Capocotta, o in palestra a Capocotta. E come non menzionare l'arrapona, vecchia, cicciona e inguardabile, sebbene simpatica (falla pure antipatica, direte voi) che nel tragitto che vi divide dall'appartamento trova il modo di raccontarti di quanto la carne dopo i cinquanta diventi dura e schifosa, di quanto la pelle diventi rugosa, e ti racconta persino di come cambi il sapore del sesso (eh sì, dalla bocca cicciosa della nostra beniamina fuoriesce proprio la parola «sapore») dopo i cinquanta, e infine ti predice il futuro anticipandoti di quando, come lei ora, rimpiangerai la pelle liscia dei vent'anni. E mentre un brivido gelido ti percorre la spina dorsale pensi che vorresti morire, pur di non essere costretto a farle mai toccare neanche per sbaglio la tua benedetta pelle liscia dei vent'anni.

Sono comunque consapevole del fatto che non potrò dire di aver completato la raccolta finché non avrò avuto a che fare con il viscido, quell'essere schifosamente elegante, di un'eleganza Oviesse-style, che con il suo nodone enorme alla cravatta e il suo incredibile vocione impostato cercherà di convincerti che la casa è sempre l'investimento perfetto, che «abborza» non è sicura mentre il mattone sì, e che ovviamente quello che sta cercando di rifilarti è un investimento per il tuo futuro e non una fregatura, un gioiello e non un buco indegno nel quale non vorresti passare manco i dieci minuti necessari per visitarlo. Figuriamoci la vita.

Sono convinto che nella scelta del proprio alloggio, sia esso per un acquisto o per un affitto, contino pochissimo le starnazzanti parole di una persona che è lì per convincerti, però al contrario sono determinanti per farti cambiare idea: se la casa merita e il prezzo è decente non c'è bisogno di cercare di buttarla in caciara, quindi se uno tenta di farlo vuol dire che c'è qualcosa che non va, e viene subito automaticamente scartato. Lui e le sue proposte irrinunciabili e signorili.

Ma il vero capolavoro, il colpo di coda, l'agente immobiliare lo dà nel redarre gli annunci, vere perle nella produzione delle quali esce fuori tutta l'irriverente e a volte incompresa genialità dell'agente immobiliare: sui giornali di annunci è tutto un fiorire di cucinotti, cucinini, angoli cottura, piccoli cucinotti e perifrasi varie, e a volte persino cucine abitabili (e ci mancherebbe che non fosse abitabile, io guarda un po' ci devo proprio abitare), oltre a balconi e balconcini, più camere, camerine e camerette, bagni e bagnetti, case «molto particolari», «signorili», «per amatori» e a volte addirittura «per veri amatori», che tradotto significa che non si capacitano neanche loro di come possa piacerti, ma nel dubbio ti ci chiedono sopra una cifra impossibile, sperando che magari visto che sei un vero amatore non e' detto che tu non sia pure un po' coglione.

Per gli affitti poi è ancora meglio, tutti a cercare categorie di persone non esistenti in natura, o comunque diverse da quelle a cui appartieni te: e quindi via alla ricerca di studenti (a proposito, sappiate che nel linguaggio dell'agente immobiliare scrivere «adatta a studenti» equivale a dire «casa demmerda»), meglio ancora se studentesse (non ci scrivono «magari pure fighe», ma quello non guasta mai), oppure studenti stranieri, ricercatori (giuro), o una delle innumerevoli varianti delle categorie di cui sopra. Probabilmente una ricercatoressa straniera sarebbe l'araba fenice dell'agente immobiliare, non so, la preda di cui vantarsi al bar con i colleghi. Ah, naturalmente «astenersi perditempo», «solo referenziati» (a volte addirittura issimi) e in qualche caso anche «solo comunitari», che poi e' un modo elegante (e manco troppo) per dire «no negri a casa mia».

Poveri cristi e onesti lavoratori mai, quello ancora non l'ho mai letto.

Oggi però posso dire di essere soddisfatto: ho scoperto di essere «referenziato», a tratti addirittura «referenziatissimo». Quindi se un giorno leggerete annunci in cui si cercano persone referenziate, e volete vedere come sono fatte, ora sapete a chi pensare. Che poi sostanzialmente non è altro che un modo un po' peloso e, perché no, vomitevole per dire che non sei un poraccio. Del resto, gli occhietti languidi dell'agente immobiliare ti dicono chiaramente «non vorrai mica pensare che io affitti casa a un poraccio, no?», sottintendendo con questo che uno povero dia meno problemi al padrone di casa nel pagare l'affitto, e sia meno ciarlatano, di uno ricco: dimenticando sempre che in un Paese dove di imbroglio in imbroglio c'è chi è arrivato persino a fare il capo di governo, probabilmente per il ricco che non paga l'affitto c'è già bello e pronto in attesa di approvazione un condono sugli affitti non pagati, mentre il poveraccio dovrà lavorare ancora una vita per potersi permettere gli eccessi di un affitto alle stelle.

Cari miei, auguratemi un in bocca al lupo, ne ho bisogno: se domani arriva la risposta che mi auguro passerò, ahimé, il weekend a traslocare, però finalmente mi lascerò alle spalle (e con un bel vaffanculo) la bella situazione in cui mi trovo attualmente. E riprenderò a vivere.

mercoledì, 24 novembre 2004

Cose che non si augurano neanche al peggior nemico
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Oggi ho focalizzato la mia attenzione su una nuova categoria di soggetto alla guida: il tipo con la freccia perpetua.

Il tipo con la freccia perpetua te lo trovi all'improvviso davanti e il suo biglietto da visita sono due stop rossi che ti si piantano nelle retini: il tipo con la freccia perpetua è tipicamente indeciso sul da farsi, per questo frena ad ogni curva, suona a ogni incrocio, e - come sarà già chiaro a tutti - gira per la città con la freccia sinistra o destra perpetuamente accesa.

Il tipo con la freccia perpetua guida una Lancia Ypsilon, una Smart color crema o una Mercedes Classe A: non si scampa da questo. Si palesa nella cornice del tuo parabrezza sempre e solo quando hai una fretta della madonna e sei rabbiosamente in ritardo per un appuntamento fondamentale (scopata-lavoro-cinema). Il tipo con la freccia perpetua è difficilissimo da superare, perché con il fatto della freccia perpetuamente accesa non si capisce se ha appena girato e se l'è scordata, oppure se sta immanentemente per voltare da qualche parte.

E' veramente bastardo il tipo con la freccia perpetua. Tu ti sbracci, slampi, apri entrambi gli sportelli, azioni i tergicristalli, fai il mimo con il gesto delle frecce, tipo Robin Hood o amazzone o Legolas che dir si voglia e quello niente: dritto per la sua strada in quella febbrile dicotomia tra l'andare dritto e il girare. Il tipo con la freccia perpetua non si augura neanche al peggior nemico: sconquassa gli ormoni, destabilizza la psiche, fa improvvisamente diventare atei e dopo 14 km che ce l'hai davanti a te, a 28 km/h di media sempre con quella cazzo di freccia lampeggiante a destra o a sinistra, la gente comincia a voltarsi e a guardarti e i bambini ti indicano a distanza con le loro mamme che gli mettono una mano sul visino per non farli impressionare: questo succede perché stai mordendo dissennatamente il volante. Vieni via Giacomino, quello è l'uomo cattivo. Così, fanno.

Il tipo con la freccia perpetua: e mica è finita.
No, a un certo punto - senza un motivo - capita che quello inchiodi in uno stridere di freni come se davanti a lui si fosse aperto il mondo e fosse sbucato Mosé. Inchioda, giuro, e tu ti fiondi sul freno con tutta la forza dei tuoi quadricipiti: sulla testa ti si stampa un enorme punto interrogativo e due gocce di sudore si uniscono proprio sotto il mento quando lui - dopo essere ripartito lento lento, niente, toglie la freccia.

martedì, 23 novembre 2004

La prima volta
Categoria:quotidianismi, scritto da federico roma


Fermi tutti.

So già a che cosa state pensando. Vi vedo già leggere con l'espressione languido-perversa di ognuno di noi quando si parla di sesso.

E invece no. Purtroppo questa mattina la mia "prima volta" è stata quella del colloquio di "lavoro". Scrivo lavoro tra virgolette perchè ho un'alta concezione del lavoro. Il lavoro è quello dell'Artista che crea l'Universo, quello che, con immenso sforzo e scarificio, costruisce strade e monumenti che sfidano i millenni. Il lavoro è quello dell'artigiano che costruisce un trono partendo da una quercia, quello del sarto che crea un abito da un ammasso di stoffa. Quello del contadino che ara il suo campo affondando tra le zolle fino al ginocchio. Ecco, i costruttori delle Piramidi hanno lavorato. Direi abbastanza e anche bene.

Invece qui possiamo parlare di una serie di attività che occupano le ore della giornata, retribuite più o meno bene. Si parla di "professioni liberali". In particolare, si parla di Avvocati.

Ecco. Già vi sento ridere fragorosamente davanti al monitor, oppure lanciare oscure maledizioni in lingue morte e proibite. Tranquilli, non me la prendo. Fate bene.

Sveglia all'alba delle 7:30. Rapido avvio delle più elementari funzioni celebrali. Il primo tentativo non va bene; non mi oriento, mi fa male la spalla (ricordino del BBT di ieri, ma va bene così) non capisco quello che devo fare e perchè mi sono dovuto svegliare così presto.

Poi Windows riesce a partire e connetto. Dopo la doccia, tra spasmi di freddo e di fame (!), mi vesto da "Galantuomo". Il vestito odora ancora del giorno della Laurea. Allo specchio mi viene da ridere; mi viene in mente Bianchi con il casco in testa che fa lezione.

La mia Amata Auto è gelida ma il peggio lo devo ancora incontrare: serpentone di traffico che parte davanti casa. Il veleno che ci ucciderà. In quel momento penso che non sia giusto. Che sia TUTTO sbagliato. Che la vita non può essere un ripetersi di fanali e acciaio colorato.

Alle ore 9:00 in punto sono sul portone. Quando mi ci metto sono preciso. Mi accoglie una giovane segretaria (not bad, at all) che mi introduce nello studio. Il Prof. mi fa accomodare con modi gentili e affabili. Mi offre un caffè che declino ma ho già capito una cosa. E' un ostinato tabagista con tanto di tosse e per quel che ho visto anche un caffeinomane. Ottimo. I salutisti mi atteriscono. Esordisce con uno splendido "Allora...tu vuoi fare 'sta cazzo de professione..." con il mio curriculum in mano. Va bene. Sono tranquillo.

Nell'odore di Marlboro al mattino (che è diverso da quello del pomeriggio e della sera) sono ormai a mio perfetto agio. Mi accorgo dell'arredamento. Stile moderno ma sobrio. Può andare, i legni e le pelli sono di prima qualità.

Parliamo per una mezz'oretta di argomenti con cui non vi tedierò. Ad un certo momento entra un tale, che il Prof. mi presenta. Il nome non lo ricordo bene perchè ho dovuto mordermi le labbra quando sono stato presentato per la prima volta come "il Dottor...". Ricordo però che il tale era evidentemente ricchissimo e la scena mi ricordava uno dei legal-movie (esisterà 'sta categoria? bhò, comunque ci siamo capiti) americani. Mi dà un paio di pacche sulle spalle, è simpatico e si compiace della mia giovane età. Calcolando che Mozart è morto a 33 anni e io ho 24 anni e du' mesi, mi restano 9 anni e 10 mesi per passare alla Storia degli Uomini.

Il colloquio è andato bene. Mi farà sapere, ma sono abbastanza contento del fatto che sono stato più sereno di quello che mi aspettassi. L'importante è non prendersi troppo sul serio.

Esco dallo studio e mi chiamano sul cellulare. Mi comunicano che ho un altro colloquio a cui non pensavo minimamente. Quando? Oggi pomeriggio alle 18. No! Cioè sì, ma no! Vabbè andrò a vedere. Secondo voi posso parcheggiare sul marciapiede dell'Altare della Patria?

Vi farò sapere.

Don Federico de Morrowind y Vivec

martedì, 23 novembre 2004

Come fai a non amare Forest?
Categoria:televisione, scritto da davide firenze


Domenica sera a Mai Dire Iene, il Mago Forest: «L'avvocato Taormina ha chiesto una perizia psichiatrica per Annamaria Franzoni... (attimo di pausa)... E perché non viceversa?»

lunedì, 22 novembre 2004

Riflessioni tre. Al freddo, da solo ho scoperto cose
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Stamattina in tram faceva talmente freddo che mi sembrava impossibile sopravvivere alle nove di mattina. Poi le nove di mattina sono arrivate e con esse il termosifone bollente della redazione: allora sì che è diventata vita. E non solo: nel frattempo, nell'algida mattina, ho fatto in tempo a gonfiare di fiato tre riflessioni. Sentite qua.

La prima: gli autisti del servizio pubblico di Roma sono dei craniolesi. Va bene la categoria sottopagata, sovrasfruttata, disagiata; va bene tutto, ma io detesto, esecro, avverto il gravido peso sui testicoli di tutte quelle classi lavorative che lamentandosi della propria condizione si sentono in diritto di perpetrare la propria professione al peggio. Io dico che è impossibile, ma veramente impossibile guidare meno bene degli autisti ATAC di Roma, a meno che alla guida non ci sia un sottosviluppato depensante privato dell'abilità motoria e con un singhiozzo compulsivo. Ho controllato, giuro, e il tizio - al di là di un'antipatia congenita - non mostrava altri particolari handicap. Ergo: era esattamente e matematicamete un coglione svogliato, mica altro.

Seconda riflessione: gli uomini - intesi come maschi - non sanno gestire l'approccio casuale di una donna. Oggi due perfetti frustrati se ne stavano seduti in tram, quando una ragazza - poverina - ha pensato di avvicinarsi a loro per chiedere delucidazioni circa alcune funzionalità del suo biglietto. Inutile dire che i due, dopo aver elargito la spiegazione, hanno preso a guardarla con occhio truce e impavido da playboy consumato come se quella avesse domandato: "Ehi maschi, ma un pompino seduta stante come lo vedreste?", anziché: "Scusate, ma il biglietto c'è bisogno che lo timbro ogni volta o basta una?". No, loro si davano di gomito, ridevano a squarciagola, si lanciavano in battute pesanti e complimentosi gorgoglii. Alla fine uno ha detto all'altro - e qui sta la rivelazione -: "C'ho un collega alla centrale..." e l'altro dopo un po': "E' che in polizia va così...". Ecco spiegato: erano tutori dell'ordine. Il porto d'armi esclude l'intelligenza, lo sapevate questo?

Terza riflessione: arriva a un certo punto nella vita di ognuno- e vale per tutti - uno strano momento insignificante, ma importantissimo e soprattutto ineludibile in cui vuoi la vecchiaia, vuoi che si perde un po' il passo con i tempi, vuoi che evapora quella giovanile arroganza, vuoi che i vestiti si fanno obsoleti, vuoi quello che ti pare ma arriva questa fase in cui - a bordo di un autobus - la gente comincia a scambiarti per il controllore. C'è sempre un tizio addobbato esattamente come un controllore, giacca blu imbottita, borsa di pelle color cachi a tracolla, stivaletti, cappello da tramviere, aria annoiatissima e un po' cattiva e tu te ne stai lì con le braccia incrociate a guardarlo di sottecchi e il cuore in tumulto, già ti dai dello stronzo per non aver voluto spendere un euro e ora sai che multa, pensi a qualunque sistema per fuggire, prendi addirittura in considerazione l'evacuazione dalle finestre o la presa in ostaggio della vecchietta con le buste della spesa, fino a che il tizio in questione non va a timbrare anche lui il biglietto e allora capisci che - fiuuu - era solamente un falso allarme.

Oh, c'è chi usa il walkman per passare il tempo in strada.
Io, invece, penso.
Sarà che di mestiere faccio l'essere vivente.

lunedì, 22 novembre 2004

Bisogna essere matti per restare
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana


Dicono: viaggiare.

Sì, viaggiare.
Ma tu lo sai quanto tempo ci vuole per viaggiare?
Così mi sento rispondere e rispondo io stesso ai miei pensieri ogni volta che mi viene in mente un viaggio da fare e prendere e partire. Ma tu lo sai gli impegni che ho? Lo sai che io lunedì ho una riunione di redazione? Lo sai che io martedì ho un appuntamento con il professore? Sì, viaggiare. Lo sai che gli impegni e la professionalità e le divise e le reti e le convenzioni e le convinzioni?

Certo, viaggiare.
Tu lo sai che l'Australia è il posto più lontano del mondo e che ci vogliono più di venti ore per raggiungerlo?
Oh bé, effettivamente.

Venti ore.
Son tante, dicono.

Io ho 24 anni.
Migliaia e centinaia di migliaia di ore vissute, dormite, cagate, pisciate, pompini e spermatozoi sprecati.
Venti ore.

L'altro giorno per esempio: sono stato due ore nel traffico. Aggiungicene diciotto. Sei ore di sonno. Aggiungicene dodici. Un'ora di fila alla posta. Undici. Mezz'ora a litigare al telefono. Mezz'ora ad aspettare l'operatore Wind. Dieci. Due ore su Internet a scaricare l'ultimo video di Paris Hilton che scopa. Otto. Due ore per guardare Troy, il film più brutto degli ultimi 400 anni. Sei. Un'ora così, a non fare un cazzo. Cinque. E nel giro di una giornata non ce la passi un'altra ora nel cesso, tutto sommato? Quattro. Trenta minuti di attesa alla fermata del tram. E trenta minuti di attesa alla fermata del tram per tornare a casa. Tre. Una serata con gli amici che potrebbero partire con me e che invece non lo fanno.

Eccoci qua.
Australia, perdio.

E' lontana, dicono.
E io qui, chiuso in questa gabbia di matti.
Matto anche io.

Domani a quest'ora saranno passate più di venti ore e l'Australia sempre lì a galleggiare sul mare.

domenica, 21 novembre 2004

Quest'uomo è veramente un uomo
Categoria:televisione, scritto da stefano havana


L'intervista ad Adriano Pappalardo a Mai Dire Iene, stasera su Italia Uno, mi ha convinto ad avere figli. Perché voglio avere dei nipoti a cui poterla raccontare, in futuro.

Ha insultato chiunque. Senza curarsi di nulla.
Che mito.

Esco che sono in ritardo, ciao.

domenica, 21 novembre 2004

Fine ottobre Tramontana 35 nodi 9 air.
Categoria:sport, scritto da granduca di palau


domenica, 21 novembre 2004

Fotografie
Categoria:svago, scritto da granduca di palau


Sì cazzo. Odio farmi fotografare cosi in un momento qualunque. Mi piacerebbe che lo si facesse mentre faccio qualcosa di avvincente, ma mentre mangio parlo o passeggio mi dà fastidio fisico. Per questo metterò una mia foto orrenda e in primo piano ora e che non sia mai più se non con la mia approvazione. E' la foto più brutta e più in primo piano che ho: che sia l'ultima. Il granduca.

P.S A morte i Poser, nel windsurf, nello snow e nella vita.

domenica, 21 novembre 2004

Una tipica domenica da Noantri
Categoria:scritto da stefano havana, storie de noantri


Alla presentazione della Notte dei Blog, Gianluca Neri (da me stimatissimo, nonostante l'idiosincrasia con tutto quello che sta facendo ultimamente nel suo Macchianera) ha detto che secondo lui i blog non esistono in quanto tali, ma sono in effetti soltanto dei normalissimi siti creati a questa stregua per chi non fosse troppo in simpatia con html e affini. Inutile dire che non sono assolutamente d'accordo con lui: come mi faceva notare l'atra sera il Granduca, il nostro è ancora un blog. Un diario: dunque chi ci legge e chi ci leggerà viaggia e viaggerà insieme a noi nelle nostre cazzate quotidiane, appunti di viaggio, stronzate, dolori e simpatie. Per questo si differenzia da un sito qualunque: un quotidiano di informazione, politica, attualità. Noi (dico "noi" perché siamo in sei qui, non perché sono impazzito autocelebrativamente) non siamo questo e mai lo saremo. Giammai ci leggerete su un libro (a meno che non mi offrano una Ferrari gialla come premio o a meno che non lo offrano di scrivere SOLO a me), giammai comprerete le nostre magliette. Giammai leggerete recensioni di qualcosa.

In compenso, ogni tanto, troverete la storia di una giornata come questa. Una giornata che a raccontarla in giro si dovrebbe iniziare così: "Oggi, signore e signori, non è successo nulla". Eppure tutto. E giacché non un filo di coerenza esiste, cominceremo dalla fine.


[Siamo a Sacrofano. Vicino Roma. Cittadina antica, piena di guglie e mattoni e sole e fumo di camini. Cielo azzurrissimo e freddo. Qui vediamo Gian - che non posta di frequente sul blog, perché in quella fase universitaria che non glielo permette - ma sempre presente quando conta. E, soprattutto, sempre brillo]


[A Sacrofano eravamo in sette. Mancava Davide anche se, in sostanza, era come se ci fosse dacché abbiamo parlato di Firenze e anche di lui e abbiamo deciso che sabato prossimo saremo lì in Toscana. C'era perfino Luca con un suo amico spagnolo di Oviedo conosciuto in Erasmus. Luca è forse la persona più folle che io conosca e meriterebbe di rientrare tra noi. Ma non lo farà perché non scriverebbe mai. In questa foto, invece, ci sono Gian e il Vicerey Federico. Niente, hanno bevuto troppo]


[Ecco, dai. Ve lo presento: questo qui è Luca e, per quanto è bravo, meriterebbe di giocare nella Roma al posto di Ferrari. Ma si accontenta del "sottoclou" calcistico romano e, nel frattempo, si diletta a battere ogni record in fatto di prestazioni sessuali. Se in Spagna nell'ultimo anno la popolazione è aumentata demograficamente, il merito è anche di questo scemo qui]


[Questa, invece, è la gallina del ristorante "Il grottino". Next question, please]


[Non bisognerebbe bere vino rosso a tavola. Non così tanto, almeno]


[Dedicata ai vegetariani. Gli unici rimasti a credere che le vacche, se potessero, non ci ammazzerebbero per mangiare]


[Piccolo spazio pubblicità: la Z4 del GranDuca, vista dalla nostra macchina. La targa l'ho oscurata io, non è che se ne va in giro come Riina]


[Il Vicerey Federico. Giuro, non stava in posa. Stava masticando 33 grammi di agnello. Lui lo fa così: è una questione di classe]


[Di nuovo Luca. Niente, è proprio cretino. Non è che stava così perché io l'ho fotografato. L'ho fotografato perché stava così. La differenza è sottile, ma decisiva]


[S'è pagato tanto, veramente tanto. Soprattutto perché il Vicerey Federico ha detto di aver dato la sua quota, ma in realtà ha messo tre pesos cubani]


[Viaggio di ritorno. Noi tre dietro - Gian, io e Fede - a cantare a squarciagola "We Are The Champions" dei Queen. Prima o poi ci mostreremo sobri, giuro. Prima o poi succederà]


[Ops, a proposito. Il GranDuca odia farsi fotografare. Ha ucciso per molto meno: dunque non vi dirò chi è dei due, tra quel tizio in basso e quel prosciutto appeso in alto]

E niente: viva il blog, viva noialtri, viva anche voialtri e viva il vino quello buono.

domenica, 21 novembre 2004

Scusate, ma questa è fantastica
Categoria:blog, scritto da stefano havana


Me ne vado su uno dei miei blog preferiti e cosa ci trovo?
Un tentativo di omicidio ai danni del nostro Davide.

Tieni duro, Alberto.
Sono cose.

sabato, 20 novembre 2004

Tante falsità
Categoria:dissenso, scritto da granduca di palau


Una bella sera di tramontana invernale pensando a nevicate, discese adrenaliniche e grappe corpose tra amici. Fuori con il mio cane incappucciato come fossi al polo nord. Sì, camminando lentamente tra i mille pensieri di cose da fare ancora non fatte. Eravate voi a chiedermi se la falsità fosse la cosa peggiore? Con se stessi forse o verso chi ti vuole bene o quantomeno ti sta accanto? Sì, eravate sempre voi che non sapete negare la verità a giudicare. Ebbene mi son sentito falso, nei desideri, nelle espressioni, nelle risposte. Eppure credo di essere uno che ci crede sempre a quello che fa. Forse sbaglio e questo mi fa tremare: pensate voi se quando una cosa vi appare com'è poi in realtà non lo è.

No signori no: non posso essere il solo a celare umori, apparenze stati d'animo. Quando avevo quindici anni lo ricordo bene, era poco tempo fa dopo tutto, si faceva a gara e cercare di essere come invece non si era, a cercare di nascondere le propie sensazioni per apparire come si doveva apparire. Poi ho capito che tutto è più facile se si è come si è davvero, se si fa quello che si vuole fare, ma soprattutto se non si cerca di essere quello che non si puo diventare. Ora invece in una notte mi ritrovo falso perchè di nuovo non riesco a far vedere chi sono a tutti indistintamente, mi differenzio non volendolo, mi celo dietro una risata senza senso. Non voglio rimanere, come molte persone che vedo e frequento, un pupazzo in cerca di un pittore che gli dipinga la faccia giusta per l'occasione. No. Forse non sono il solo? Il granduca.

sabato, 20 novembre 2004

E la notte stessa... così
Categoria:quotidianismi, scritto da granduca di palau


sabato, 20 novembre 2004

Esattamente quell'istante prima
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Fuori faceva un freddo cane e noi ce ne stavamo in macchina, la sua Smart rossa, a mangiare due McFlurry.

Il McFlurry è quel gelato con gli smarties che vendono al Mac Donald's. Tecnicamente è disgustoso: te lo mettono in quei barattolini colorati e la macchina che lo versa fa degli strani risucchi e gorgoglii preoccupanti. In più la ragazza alla cassa che ci ha serviti era veramente brutta e veramente incazzata; tuttavia se si passa questa prima fase, si scopre oltre ogni azzardata previsione che il McFlurry è una cosa vomitevolmente buona. E c'è  un'altra cosa. Mangiare cose fredde gonfia le labbra e a me le sue già fanno impazzire così. Dopo il gelato, ragazzi...

Abbiamo fatto un gioco strano, fermi sotto un albero a Piazza San Giovanni (ieri era bellissima. Deserta). I due Mcflurry, vuoti, sul cruscotto. Tarda notte. Siamo due un po' strani noi. Questa ragazza ed io. Entrambi passiamo le nostre vite a scrivere, quindi ogni volta che ci vediamo (non molto frequentemente, proprio come piace a me) c'è tutto un scambio di fogli e racconti e nuove storie e appunti e stampate di libri famosi - leggi questo passaggio che è stupendo - e così via. Ieri, espletato anche questo appuntamento ci siamo intreattenuti in una strana cosa: definire il secondo prima, esattamente l'istante prima di qualcosa di importante. Ma anche no. L'attimo dopo il quale - comunque - tutto diventa diverso.

C'è da passarci una serata.
Il secondo prima di capire che si tratta della tua canzone preferita. Il secondo prima di capire che l'ami. Il secondo prima della domanda inziale di un esame. Il secondo prima che risponda al telefono, chiunque sia, in quell'attimo di rumore della cornetta sollevata quando tieni il fiato e pensi a cosa dire. Il secondo prima di una bugia. Il secondo prima di capire che è quella giusta per te. Il secondo prima di capire che ci sta. Il secondo prima di un bacio. Il secondo prima di creare la Cappella Sistina. Il secondo prima di mettere in bocca la prima fetta di pizza. Il secondo prima di capire che non la rivedrai mai più. Il secondo prima di dimenticare cosa stavi dicendo e poi giustificarti che forse non era importante. Il secondo prima di capire che il film è finito, quando lo schermo diventa nero e già sai che non ci sarà un'altra scena, ma solo il nome del regista in caratteri bianchi. Il secondo prima che ti aprano la porta ad una festa e i rumori e le risate si amplifichino improvvisamente. Il secondo prima di cominciare a ballare in una pista affollata, un sabato sera. Il secondo prima di capire che sarà una notte insonne. Il secondo prima di un orgasmo, certo. Il secondo prima di incontrarsi a un appuntamento, quando ci si cerca con gli occhi tra tanti. Il secondo prima di trovare la parola giusta per iniziare un racconto: quell'attimo in cui apri e chiudi le dita e lo schermo o il foglio è ancora tutto bianco. Il secondo prima di svegliarti. Il secondo prima di capire che il portiere non riuscirà ad arrivare sul tuo tiro. Il secondo prima di capire che hai vinto lo Scudetto. Il secondo prima di atterrare con l'aereo, quando sai che è tutto finito: pericolo scampato. Il secondo prima di voltare le spalle per sempre alla casa che ti ha ospitato per le vacanze con gli amici, tutte le valigie ai piedi e un taxi che ti aspetta destinazione l'areoporto. Il momento prima in cui un dito si posò sul pianoforte e quella che venne fuori fu la nota iniziale di Imagine.

Poi che altro?

venerdì, 19 novembre 2004

Era meglio amare da piccoli
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Non ci si innamorava meglio, quando ci si innamorava da piccoli?

Io me lo ricordo quand'ero innamorato da bambino. Mi ricordo un amore su tutti: una volta, che ero veramente bambino, ero cotto di Giulia. Giulia la vedo ancora oggi e non ha davvero nulla della donna che possa farmi innamorare. Ma veramente, veramente nulla: è bionda per esempio. Un uomo dotato di raziocinio e lungimiranza non può innamorarsi di una bionda. Le more e le bionde, intendiamoci, diventano stronze allo stesso modo a lungo andare, ma diciamo che una bionda fa meno strada.

E allora: chissà, poi, se quello era vero amore. Di sicuro era un sentimento che escludeva il sesso. Sì, me la guardavo Giulia: quando giocavamo a nascondino (perché giuro, noi giocavamo a nascondino da bambini: quasi ogni sera) io facevo di tutto per nascondermi con lei e se per caso ci ritrovavamo stretti vicini vicini non è che restassi proprio indifferente. Però erano occhi diversi, i miei. Ero incantato dalla sua presenza e odiavo tutti quelli che avevano a che fare con lei senza riconoscere che dono prezioso fosse. C'era questo foglio di carta su cui Giulia aveva scritto il suo nome: l'ho conservato per anni e - mi ricordo - quando a scuola ero nervoso e non sapevo dove rifugiarmi me ne andavo lì, su quel foglio di carta col suo nome. Ripensavo al pomeriggio d'estate in cui lei l'aveva scritto e l'inverno, tutto a un tratto, mi sembrava soleggiato. Un pensiero così, di tale puro amore, io non lo provo più adesso. Mi ricordo che insieme vedemmo i Mondiali del '94, quelli americani. L'Italia di Sacchi e Signori, Baggio e Massaro, Evani e Baresi, Zola e Mussi: arrivammo in finale e nella partita prima, contro la Bulgaria, Giulia si presentò con il viso dipinto di bianco, rosso e verde. Io restai incantato e - già innamorato perso - mi innamorai di più.

Aggiunsi amore ad amore e quella sera, la ricordo come se fosse appena passata, a casa di Daniele io non guardai che lei. Oggi la rivedo, Giulia, ci incontriamo per strada. Lei mi saluta dal finestrino della Z3 del suo ragazzo cranioleso e io non vedo che una statua di gesso e sale: che fine ha fatto quella bimba saltellante di cui m'ero perso, col viso disegnato del tricolore? Non ne è rimasto niente: solo fard e ombretto e vestiti firmati e scarpe alte col tacco e superficialità. Forse quello che già era, con la differenza che allora non avevo tempo o cuore per rendermene conto.

Bionda o mora, allora Giulia non aveva colore né fattezze.
Per tutta quella meravigliosa estate, non arrivai mai a guardarle i capelli o a capire cosa fosse veramente. Non feci mai in tempo: io guardavo il sogno che quell'amore significava per me e davanti agli occhi avevo solo i frammenti appuntiti della paura di perderlo. Sì, ci si innamora meglio, quando ci si innamora da piccoli. O forse, dopo, non ci si innamora più?

venerdì, 19 novembre 2004

Firenze Santa Maria Novella
Categoria:quotidianismi, scritto da davide firenze


Da quando sono a Firenze assomiglio molto ad un emigrato italiano degli anni Cinquanta: frequento praticamente solo romani strappati alla loro città e fidanzate ingrate (anche se uno dei due problemi per ora e' risolto), e quando sono coi miei simili parlo un dialetto molto più esasperato rispetto alle non tantissime espressioni romane che usavo prima. Vado spesso a vedere la Roma al pub, trovandoci ogni volta altri romani fuor d'acqua, anche se spesso, bontà loro, sono qui solo temporaneamente.

Una delle cose che ho sempre amato di Roma sono i suoi negozianti: ecco, probabilmente i negozianti sono lo specchio di una città. Eccezioni a parte, normalmente nei negozi di Roma si incontrano persone allegre, solari come la loro città, interessate ad ascoltare quello che hai da dire e non solo a vendere freddamente della merce. A Firenze questo non accade: sarà per il fatto che qui vedono transitare turisti su turisti, sarà perché la quasi totalità dei loro concittadini fa lo stesso, in ogni caso i negozianti fiorentini sono scostanti, scorbutici, raramente danno confidenza, sperano di venderti quel che hanno da venderti e togliertisi dalle palle in fretta. Soprattutto se sei romano e hai sempre voglia di scherzare. E questo per te, che per l'appunto sei proprio romano e hai sempre quella maledetta voglia di scherzare, è un vero dramma.

C'è un detto che fa più o meno così: se milioni di mosche mangiano merda ci sarà un motivo. Bene: se quelli che nascono qui sono spesso antipatici ci sarà un cazzo di motivo. Sarà l'acqua dell'Arno, sarà il pane sciapo (anzi sciocco, come dicono qui), sarà il clima gelido d'inverno e bollente d'estate, o chissà che altro. Fatto sta che pure io da quando sto qua tendo a diventare antipatico e scorbutico. E ciò non è bene.

Bando alle ciance: non credo che riuscirò a restare qui a vita. Quindi cari concittadini, arriverà il giorno in cui mi avrete nuovamente intorno. Alle partite di calcetto, alle feste, nei pub, in famiglia. E non voglio sentire ragioni: quando questa cosa accadrà, non ditemi che non ve l'avevo detto.

E poi, se volete, a Firenze ci venite voi a dirmi se mi sbagliavo...

giovedì, 18 novembre 2004

Mtv Music Awards a Roma
Categoria:musica, scritto da stefano havana


Esiste una flebile speranza che in tanti anni di onorata carriera, il Colosseo scelga stasera per crollare pezzo a pezzo sopra Tiziano Ferro?

giovedì, 18 novembre 2004

Al solito tavolo
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Al solito tavolo del solito pub i tre amici di sempre alzarono i bicchieri e si guardarono negli occhi.

- Brindiamo, allora
disse uno.

- Brindiamo, sì, che non c'è molto tempo
rispose l'altro che guardò negli occhi gli altri due.

- E a che cosa?
chiese il terzo accavallando le gambe e sollevando il gomito.

Al solito tavolo del solito pub i tre amici di sempre si guardarono in silenzio e ognuno pensò istantaneamente a tutto quello che era stato fino a quel momento: i giochi, la crescita, le donne, le scoperte, le delusioni, le risate. Tutti quei pensieri si staccarono dalle menti dei tre amici e salirono su al cielo avvinghiandosi l'un l'altro per le code come dispettoso fumo di sigaretta. Non potevano sbagliare: non quella volta. Era il brindisi più importante.