lunedì, 31 gennaio 2005

Per Davide - comunicazione di servizio
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Fratello vuoi davvero sapere dove stavano le chiavi della macchina, poi?

lunedì, 31 gennaio 2005

Comandamenti
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Nonostante mi impegni, non riesco proprio a capire perché mai dovrei amare indiscriminatamente il prossimo mio come me stesso.

lunedì, 31 gennaio 2005

Reciproche passioni
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Sabato mattina - stavo scrivendo dissenatamente al computer - dovevo sentire Marco per il calcetto, ma nessuno dei due chiamava l'altro. Alla fine mi sono deciso e alla tipica domanda salva-imbarazzo del che facevi?, lui mi ha risposto: stavo doppiandoE' stato bello sapere che il nostro ignorarci reciproco era dovuto all'espletamento di rispettive passioni in barba a scadenze e appuntamenti.

domenica, 30 gennaio 2005

Pubblicità amicizia
Categoria:sport, scritto da granduca di palau


Quando si ha un mezzo di comunicazione pur se semplice come questo, fare pubblicità può risultare squallido. Ma l'altra sera un nuovo amico mi ha fatto un regalo insapettato. Un regalo frutto del suo lavoro, ma soprattutto della sua passione. Il regalo in questione è Sud - La curva magica - un libro sulla curva sud e la sua storia. Ci sono immagini bellissime di ogni epoca e episodi di vita.

Voglio consigliarvelo non per fare favori o per ringraziarlo, ma perché è bello davvero. Per i tifosi della Roma o per chi pensa che il calcio sia uno sport intriso di romanticismo al di là dei soldi e delle televisioni.

Grazie Pat ora è nella mia libreria preferita.
Il Granduca

domenica, 30 gennaio 2005

Ciao Vincenzo
Categoria:sport, scritto da granduca di palau


E' che certe volte li rivedi quei momenti. Quando te ne stai a sentire un po' di musica, quando corri, quando studi. Sembra banale, ma nella vita i ricordi sono la cosa più bella che hai sempre nella valigia. Anche quelli sportivi forti quanto leggeri, frivoli. E allora ti sembra ieri quando le fasce di un campo di calcio erano percorse da due fulmini, tutti classe e potenza, eleganza e reattività. Ce li hanno invidiati, ce li hanno portati via, chi un ingaggio piu alto chi la vita e le sue pieghe. Li ho visti Campioni d'Italia e d'Europa e del Mondo ed ero felice, sempre, come a casa di Fabio quel giorno di luglio di qualche anno fa. Da due giorni circa anche l'ultimo padrone di quelle fasce è andato via e allora grazie Vincent, che la vita ora, al di là di quelli che pensano che se uno ha i soldi ha tutto, ti sorrida di più.

Vincent Candela Campione d' Italia 17 giugno 2001.
Il Granduca

sabato, 29 gennaio 2005

L'assenza di motivazione è la motivazione più grande
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Mi succede, certe volte, di avere una profonda voglia di scrivere e non sapere cosa.

Giuro: ti svegli e scendi giù dal letto prima del solito per essere un sabato mattina in cui non devi lavorare. Storci la bocca per il pavimento freddo. Tasti il mondo con il naso e gli occhi appannati per scoprire se sarà sole o sarà pioggia. Senti vibrare tra le costole e sulla punta delle dita questa immotivata voglia di raccontare senza avere definitivamente nulla da dire. Pisci. Ti gratti il culo. Non fai assolutamente nulla di tutte quelle cose che leggi nei romanzi che svendono sentimenti. Non inspiri a pieni polmoni l'aria della città. Non ti prepari un té alla vaniglia. Non riempi affatto la vasca da bagno con petali di rosa. Non ti dai ai tuoi hobbies dimenticati ascoltando Mozart. Sei semplicemente te stesso. I capelli spettinati. Il segno del cuscino sulla guancia. La camera in perfetto disordine. Libri ovunque. Cd e dvd sparpagliati. Il cellulare perpetuamente acceso, retaggio di quand'eri innamorato. Pacchetti di caramelle. Batterie scariche della fotocamera. La ferita sulla nocca della mano destra non si è rimarginata. Nulla è cambiato. Nella patetica banalità del transito notte-giorno puoi tranquillamente dire di non essere invecchiato di un attimo. Eppure ti senti inspiegabilmente gravido. Ci pensi sù. Fai quella stupenda colazione lenta che qualche volta ti concedi. Davanti al naso e attraverso gli occhiali il meraviglioso David Means. Ti siedi a gambe incrociate sulla sedia. Tamburelli con le dita sul marmo del tavolo. Il libro poggiato a V rovesciata. Sul bordo della tazza piccoli torrentelli di cappuccino fuoriuscito. Sei con il mento affondato nel palmo. Il gomito puntellato sul tavolo. Le orecchie tese a percepire il vento fuori. I fornelli della cucina spenti. Le manopole del gas serrate. L'imminenza della pioggia. Un calzino tirato su. L'altro alla caviglia come quei bambini. Ti senti addosso tutto il futuro della giornata. La fatica del calcetto. Il freddo di quando uscirai alle sei solo in pantaloncini corti. La fame che avrai a cena. Il pensiero del numero due del giornale che inevitabilmente ti prenderà verso mezzanotte. Il sonno. Hai tutto addosso, in attesa che accada. Una frenata brusca e il rumore sordo di due auto che entrano in contatto. Paraurti-paraurti e le due portiere spalancate. Chiacchiericcio serrato colpatua-colpamia e silenzi burocratici per la compilazione dei moduli su righe preventivamente tratteggiate. Si forma una fila. Clacson. Senti imposte che si aprono. Curiosità. Ti sembra di avvertire il palazzo inclinarsi da un lato. Tutti quanti sui balconi e alle finestre per spiare. Sperare in una lite. Devi scrivere. Ma cosa? Ti infili in camera, ma senza fretta. Non hai appena visto la donna della tua vita. Non ti sei bloccato con la mano a mezz'aria tra il piatto e la bocca e il maccherone che la forchetta infilzava non è ricaduto nel piatto schizzando sugo. Non sei il ridicolo personaggio di una fiction. Ti lavi i denti. Schizzi lo specchio che non ripulirai. Ascolti musica. Leggi Busi. Leggi Bunker. Leggi Wallace. Uno dopo l'altro. Senza darti fretta. Passa un'ora e mezzo. Scrivi, ma - davvero - non hai niente da scrivere. Ti viene in mente uno di quegli starnuti. A volte capita: te lo senti nel naso. Spalanchi la bocca. Chiudi gli occhi. Prendi fiato. Lo stai per fare. Poi passa. E ti ritrovi da solo. Con gli occhi giusto un po' umidi a tirare su col naso. Ecco. Decidi che è questa la sensazione. Decidi di scriverne. Lo hai appena fatto.

venerdì, 28 gennaio 2005

Il locale a luci rosse
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Da due settimane ho un insegnante di tecniche di scrittura creativa.

Dice: che ce frega e che c'entra col titolo del post?
Ora ci arrivo. Il fatto è che da due settimane ho una strana sensazione: il corso è interessantissimo e seppure assolutamente inutile nell'ambito di imparare a scrivere o imparare a scrivere meglio, è invece parecchio interessante nell'ambito dell'imparare a leggere con più attenzione e imparare a leggere cose buone e che non conoscevi prima. Non solo: la strana sensazione è dovuta soprattutto al fatto che - per la prima volta in vita mia - ho a che fare con autentici scrittori e appassionati di quest'arte. I medici con i medici, gli avvocati con gli avvocati, le sedie con le sedie e io con chi?, per dirla come Aldo Busi. Ecco, io con gli scrittori.

Siamo in sei.
Tutti abbastanza stereotipati.

C'è la tipa bruttina con un background culturale devastante.
Cl'uomo attempato che nella vita ha fatto tutto, dal jazzista al free climber e che non c'è un libro o un autore o un regista che tu possa nominare senza che lui sollevi le sopracciglia e ne faccia un simposio.
C'è il ragazzo tipico, tipico in una maniera che non sai definire: semplicemente una figura che - per qualche strano meccanismo delle sorti e della credibilità - ci deve sempre essere.
C'è il sinistrorso convinto, simpatico e alla mano che - inevitabilmente - ti sta simpatico al primo sguardo.
C'è la tipa carina, bionda e serenamente scopabile se non fosse che parla con la lentezza di Madre Teresa di Calcutta e appare troppo intelligente per poter pensare di stenderla su un letto e limitarsi a emettere vocali.

Poi ci sono Io, naturalmente. Il più giovane, come sempre. Non ho mai fatto nulla in vita senza essere fatidicamente il più giovane del gruppo. Il più giovane di brutto: avrò dieci anni in meno di media e ieri pomeriggio è risultato che del libro di cui si stava parlando, solo io fossi all'oscuro. La tragedia è quando il nostro insegnante emette la domanda a proposito di un autore o di un testo: "Chi l'ha letto?". Io tipicamente non l'ho letto; gli altri tipicamente sì. Sono cose per cui fuggire dalla finestra alla volta del Texas. Resto convinto che Dante e Calvino non potrebbero insegnare a nessuno ad essere Dante e Calvino e non mi faccio illusioni. L'arte della scrittura è qualcosa verso la quale non puoi nutrire alcuna predisposizione all'apprendimento o all'insegnamento: c'è e basta. E' come l'acqua che bagna le cose: un dato di fatto che non puoi imparare, insegnare o disimparare.

Adesso abbiamo un compito da fare: vivere qualcosa di non familiare e scriverne. Tre o quattro cartelle di lunghezza: la faccenda è interessante. Ho già pensato a un paio di cose: andare al ristorante da solo, fare la fila alla posta, entrare in un negozio di biancheria intima femminile. Possibilità scartate: alla fine ho deciso. Una delle prossime notti me ne vado in un locale a luci rosse del centro di Roma. Con il mio moleskine in mano e la penna. E prenderò appunti per queste quattro cartelle, se non scapperò dalla vergogna al momento di pagare alla cassa.

Non doveste più sentirmi, magari sono scappato in Ungheria con una Svetlana qualsiasi.

giovedì, 27 gennaio 2005

Istantanee
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Chissà quante meravigliose conversazioni nella storia dell'umanità sono state interrotte - senza essere mai più riprese - dall'arrivo di un cameriere.

giovedì, 27 gennaio 2005

Battuta stupida
Categoria:quotidianismi, scritto da davide firenze


Oggi se non sbaglio era la giornata di qualcosa, ma non riesco proprio a ricordarmi di cosa...

giovedì, 27 gennaio 2005

A proposito della foto qui a sinistra
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti cubani


L'ho scattata alla fine di una giornata lunghissima e calda, primissimi di agosto. Ce l'eravamo fatta tutta a piedi, l'Havana: chilometri e chilometri sotto un solleone da primato e 35 gradi fissi. Fabio, Fede ed io: non eravamo da molto nell'Isla, stavamo ancora guardandoci intorno e tutto ci sembrava assurdo. Parlavamo di noi, ogni tanto, delle cose che c'erano capitate, di quelle che avremmo voluto vivere. Poi - a un certo punto - tutto si è fermato: perché oltre un viale che dava dritto sul Malecòn, ecco, c'era questo cielo in alto che tutto poteva sembrare ai nostri occhi tranne cielo.

 

Una sottile striscia di terra e navi lo separava dal mare: tu te ne stavi lì, fermo, le braccia ciondolanti lungo i fianchi e non capivi - giuro, non capivi - dove cominciavano le nuvole e dove iniziava il cielo vero, dove le nuvole erano più scure e dove invece era un tenue insinuarsi di notte precoce ad annerire il tutto. Il mondo a strati: c'erano nuvole più vicine rispetto alla nostra posizione ed altre più lontane. Ti sembrava di allungare le mani o di poter soffiare forte per cambiare l'aspetto di ogni cosa: i tasselli di un puzzle scomposto su un tavolo male illuminato. Sembrava - è difficile a dire - che il mondo fosse stato preso alla sprovvista dal nostro arrivo, o che noi stessi fossimo giunti in anticipo e che tutto stesse ancora organizzandosi, dopo un grande spostamento di cose e colori.

 

Così era il cielo, quel giorno di agosto e mai - dico mai - il sopraggiungere della notte mi è sembrato un tale spreco: tante sono le cose che la notte spezza e altrettante che ravviva. Eppure quel giorno, sul farsi delle sei di pomeriggio, l'unica cosa che ti veniva in mente era di restare fermo immobile e stringere i pugni forte forte nella speranza di intimidire il tempo perché quello non passasse più. C'era questo via vai di persone: tutte indaffarate a fare nulla. Le vecchiette affacciate da balconi diroccati e bambini di corsa a torso nudo. I pescatori che pescavano senza necessità di fare a gara con nessuno, i bar sul lungomare pieni di persone, quelle sedie bianche tutte occupate e una distesa di cannucce verdi e azzurre nei bicchieri di mojito come canne da zucchero in una coltivazione. Ho scattato la foto e poi ho raggiunto Fabio e Fede con passo più svelto, come un bambino che perde il passo dei più grandi: ho detto loro di osservare nel monitorino, poi c'è stato tutto un tirare la macchina fotografica a destra e a sinistra perché ci sembrava impossibile che fossimo proprio noi quelle sagome scure stagliate contro l'orizzonte.

 

Mi sono detto, allora, che questa foto avrei dovuto metterla da qualche parte dove poterla vedere sempre. Il blog - questo blog - non esisteva ancora in quell'agosto lì. Ora c'è, nel frattempo è nato: e sono felice di averla potuta piazzare qui vicino alle cose che si scrivono ogni giorno, così che sempre possa guardarla e ricordarmi di quel giorno assurdo e degli amici con cui l'ho vissuto.


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mercoledì, 26 gennaio 2005

Sono Dio
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Sono caricato a molla.
E' il momento più intenso della mia vita.
Finirà, lo so.
Il momento e la vita.
Sono solo una sacca di sangue e carne mortale: non me lo dimentico mica.
Sono sperma vestito a festa. Inutile pulviscolo.
Ma sono carico a tal punto che è due giorni che non dormo.
Adrenalina come droga.
Tutto gira.
Tutto funziona.
La gente mi ama.
Le donne crollano ai miei piedi.
Mi sento ispirato che neanche Dante.
Mi sento Dio.
Pregatemi.

Aspetto solo l'autobus che mi tiri sotto.

martedì, 25 gennaio 2005

Ecco, ve lo volevo presentare
Categoria:giornalismo, scritto da stefano havana



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lunedì, 24 gennaio 2005

Metti che una notte d'inverno si realizza un sogno
Categoria:giornalismo, quotidianismi, scritto da stefano havana


Fai schifo. E puzzi. E sono le tre e quaranta di notte. E i tuoi sbadigli - in macchina - sanno di hashish e fumo. E hai questo sorriso stampato in faccia che la gente, quella poca gente ancora rimasta in giro, ti vede dalle altre macchine e ti invidia. Sono passate quindici ore da quando hai fatto la stessa strada nell'altro verso e nel frattempo è girata una vita con la semplicità di uno spinello. Ora è tutto un lampeggiare di semafori e un rumore di rotative nelle orecchie, lanci di allarme, bestemmie e pugni sbattuti sul tavolo, risate e pacche sulle spalle, sorrisi e facce contrite dall'ansia, Patrizio, Marco, Pasquale. E' passata una giornata e più di lavoro intenso, duro, vero: hai creato un giornale nel frattempo. Dopo mesi di idee e momenti di tensione. Alle tre e zerocinque la prima telefonata con la conferma del vagito. Gool è vivo e sta bene. E, cazzo, è roba nostra.

Si trova, a volerlo proprio leggere, ogni lunedì mattina a partire dall'alba in tutte le metropolitane, le fermate dei tram, le stazioni e presto anche nelle Università: è il primo free press sportivo d'Italia ed è figlio dei vari Metro e City. Gira a Roma, a Milano e a Napoli e proprio come un blog e proprio come piace a me è completamente gratis. Dentro quelle pagine ci siamo tutti noi. C'è la mia faccia, c'è quella di fratello Pat, c'è quella di Marco e Pasquale soprattutto, c'è quella di Campo, Nik, Raf, tutti quanti i miei compagni di viaggio e lavoro. E' il mio primo giornale di tale importanza: ho scritto per anni e in migliaia - non credo di esagerare - mi hanno letto e riletto. Da giornalista signor Nessuno e da Scrittore Sconosciuto sono stato letto e riletto e in mille modi diversi ho ricostruito i miei sogni dandogli forme imprevedibili: a un giornale non avevo mai pensato e in effetti anche adesso che l'ho fatto non è l'idea del giornale ad esaltarmi, quanto il pensiero concreto tra le dita di tutta la fatica che è stata fatta per rubarlo dal mondo dei sogni e riversarlo in quello vero.

Quella di ieri - domenica - è stata una giornata esaltante. Una delle più belle che ricordi in assoluto: è cominciata presto che in giro c'era il sole ed è finita che dietro la porta il sole stava già pulendosi i piedi sullo zerbino per rientrare un'altra volta. Puzzi, è vero. E fai schifo. E i vestiti che hai addosso ti sembra di averli dal giorno della nascita: hai visto l'editore camminare avanti e indietro per la redazione con le mani dietro la schiena a controllare l'ora. Hai visto fratello Pat incularsi fisicamente la stampante perché i file pdf non uscivano e le lancette correvano e correvano. Hai visto persone cambiare sedia e posizione mille volte nell'arco di una giornata e di una notte. Hai visto computer ribollire e porte aprirsi e chiudersi. Hai visto carte accumularsi nei cestini e cartoni della pizza impilarsi uno sopra l'altro. E lattine di birra svuotarsi hai visto, luci accendersi e poi rispegnersi, stanze desolarsi e labbra contorcersi nella forma di un insulto a Dio. Hai visto persone abbracciarsi negli angoli bui e dietro le porte dove nessuno le vedeva: Nik con Campo, Marco con fratello Pat. Li hai visti abbracciarsi e girare spinelli e appoggiare i piedi sulla scrivania, finalmente a lavoro finito, il giornale spedito in tipografia che sembrava impossibile e ti viene da piangere. La telefonata di Pasq alle tre e zero cinque della notte ti fa sentire il primo vagito e nelle sue parole tremanti, non ci sono parole per dire quant'è bello, ritrovi il senso della vita, quello antico e puro: quello che spinge i bambini a ridere e gli adulti ancora a sognare. Sai di sudore, di nicotina e hashish. Sai di birra e pizza e mani sudate degli altri. Sai di fatica e di realizzazione.

Sai di tutto questo e spegni la macchina sotto casa che non ti sei mai sentito tanto stanco: ti tasti il ventre, come se avessi appena partorito qualcosa e alle quattro non ce la fai ad andare a letto. Sei come drogato, giri in tondo per la stanza, guardi l'orologio pensi che come spunta l'alba te ne torni in strada a pizzicare con le dita la prima copia del giornale calda calda. Pensi che sì, ti fai un giro per Roma deserta con la tua creatura davanti agli occhi senza neanche guardare dove metti piedi. Pensi esattamente a questo mentre invece scivoli nel sonno e rivedi tutte le facce che sono state con te durante il giorno e parte della notte. Le rivedi tutte, una dopo l'altra. Le loro voci, il loro modo di fare. Ti addormenti piano piano, ti guardi intorno nel buio con gli occhi pesanti e ti senti Gianni Brera.

sabato, 22 gennaio 2005

Momenti
Categoria:quotidianismi, scritto da granduca di palau


Sai sono solo momenti quelli che passano. Quel susseguirsi di eventi in un giorno che ti possono cambiare la vita o fartela sembrare uguale, noiosa. Ma è vita credimi, sempre bella anche se brutta, sempre affascinante pur se insidiosa. Una notte storta può farti deprimere, farti immergere in mille pensieri. Nessuno lì con te, solo dubbi, colpe, omissioni. Ma il mondo è lì che ti aspetta nuovamente, te e le tue avventure, le tue giornate intensissime, le tue mille parole. Tu e i tuoi occhi neri, profondi e sinceri. Tu e quel brutto ricordo che sembra non scomparire.

Non so cosa sarai un giorno, o chi sarai, ma una notte è solo un momento. Passa.
Il Granduca

sabato, 22 gennaio 2005

A proposito della marijuana
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Non ho mai visto tante persone felici e serenamente innocue come queste.

sabato, 22 gennaio 2005

Non mi faccio illusioni
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


A proposito del maresciallo italiano ucciso a Nassiriya, credo sia solo una questione di tempo - anzi mi meraviglio che non sia già successo. C'è questa strana magia mediatica e retorica per cui un italiano morto, purché sia in divisa, improvvisamente e senza che nessuno ne abbia mai sentito parlare prima - sim sala bim - tutti all'improvviso cominciano a chiamarlo eroe.

Definire uno così eroe - non prendetevela - è come definire famoso uno appena uscito dalla casa del Grande Fratello. Dagli tempo tre settimane e - adieu - com'e che si chiamava quello?

venerdì, 21 gennaio 2005

Serata di maschi seduti e donne a un bancone
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Serata di faccia nascosta dietro le mani e risate strizzate dentro un pugno. Serata di fratello Pat che ci pensa su tre volte se scavalcare i tavoli e dirglielo in faccia quant'è bella. Serata di un bicchiere via l'altro, seduti al bancone del solito posto, come sempre: noi davanti, dietro tutti gli altri. La nostra distesa di vetro, guglie minacciose sui borghesi rum e pera degli avventorucoli medi da bevuta frettolosa e conseguente lamento del conto maturato: Marco che fa i cocktail come pochi e che con le parole e i sorrisi te li rende più buoni ancora. Serata di Andrea che passa e ripassa con la parannanza rossa; serata che ti devi decidere però, fratello Pat se la vuoi o non la vuoi quella lì. Serata che fuori fa freddo e la gente che esce se ne resta sotto il porticato ad aspettare che spiova: questi impermeabili rossi e ombrelli neri, questi cappucci calati sulla testa, mentre dentro - al caldo - un altro bicchiere si svuota e Pat le lancia uno sguardo nuovo e poi ci guardiamo - lui ed io - e lo prendo per il culo e gli dico che doveva venire in cravatta e mi risponde che no, soffiando un altro vaffanculo nel suo bicchiere, flauto di vetro e note di alcol miscelato e shackerato. Ghiaccio e cannuccia.

 

C'è questa atmosfera familiare, le braccia incrociate al petto e tutto un mondo che si muove intorno: "Sto in crisi coi capelli". Così mi dice fratello Pat e io alla parola crisi - giuro - penso veramente a una crisi, a qualcosa di serio omammamia, penso che la frase successiva contemplerà qualcosa di gravissimo, il lavoro, una donna, degli amici. "Sto in crisi coi capelli", mi fa invece cercando con le mani di aggiustarsi cotanta fluente chioma vaporosa. "Stai bene, eddai", gli dico io mandando giù un altro sorso e sorridendo di più al mondo, alle luci. "E' carina, Pat", gli faccio anche. Perché è carina davvero. Tracagnotta, come la definisce lui mettendosi le mani davanti al petto e simulando due tette grandi così. Gli dico vai, gli dico chiedile il nome pure se lo sai già, perché - figurati - ci siamo informati dai nostri informatori in seno. E' stato tutto un sussurrarsi frasi all'orecchio e darsi di gomito sul farsi della sera. Andrea gli fa a un certo punto, a Pat: "Le ho detto che un ignoto viene qui al locale solo per lei". Pat si fa rosso, rosso che pare viola e si chiude la faccia dietro le mani e io lo vedo che vorrebbe scomparire, che non vorrebbe mai essere venuto, che si è addirittura pentito di tutto. Poi un altro bicchiere accende una luce nuova. Ci alziamo, parliamo con lei con la scusa di mille scuse diverse: vedo Pat contorcersi, penso fallo!, lo vedo titubare, lo vedo avanzare, ritrattare. Poi ne ordina un altro e dice "Aspé, vediamo". Che bello, quando non c'è fretta. E si parla di lavoro, perché si lavora insieme noi due ed è un gran bel momento, pieno di fibrillazione per quello che dovrà essere. Si parla di viaggi e metropolitane, di amici e boccali di birra, di tensioni e di terzi che non sono presenti. Secondo me - se lo vuole davvero - quella è già sua.

 

Guardo Pat, mentre l'ultimo bicchiere - quello della staffa - scende giù lungo la gola. Lo guardo guardare il mondo attraverso le dita come uno spettatore pauroso davanti a un film dell'orrore: lo guardo sorridere, ridere, felice e dubbioso. Lei se ne sta lì a sbrigare le ultime faccende. Tracagnotta: ci ripenso e rido. Rido per loro, rido per me, rido per le donne. Li guardo entrambi e tutta questa felicità leggera mi esalta e mi impensierisce. Ho come l'impressione all'improvviso che le donne e gli amori ti rendano felici a patto che restino al di là di un bancone: finché te le sogni di notte - le donne e il modo di conquistarle - finché non ti appartengono, allora tutto va bene. Poi all'improvviso che non te ne accorgi - puf - passano dall'altra parte, Pat un giorno l'avrà conquistata e siederà con lei a un tavolo bevendo molto meno e con molta meno spontaneità. Ricomincerà un altro giro di giostra e si ritroverà da solo a parlarne con me e con gli altri amici, pensando a cosa non è andato e a cosa poteva andare meglio. Corri, ti agiti, ti innamori, ti ecciti davanti l'ennesimo push-up, ridi con gli altri brindando alla figa e ai culi sodi e incroci le braccia al petto un giorno qualunque della settimana, mentre ne guardi un'altra e pensi che è proprio carina e perché no? Dopotutto sei carino pure tu e ne ordini un altro che ti inoculi il coraggio necessario per cascarci ancora.

 

Alla salute, fratelli.

Viva quelli che ci cascano.

giovedì, 20 gennaio 2005

E ora?
Categoria:quotidianismi, scritto da granduca di palau


Appena compiuti 25 anni. E ora?

Giornate lunghe di sole, ore  piccole in compagnia, ore infinite al lavoro, delusioni per donne che sfiori ma non possiedi, sorrisi e gioie per tutte le cose belle che capitano e capiteranno, ingiustizie e sopraffazioni, scoperte, vittorie, sconfitte ovvio, voci perse nel buio che senti una volta e non sentirai mai più, voci forti  che sai sempre essere lì con te, amicizie, amori, passioni. E mille cazzate con una verità in fondo, altrettanti perché senza risposta o con risposte talmente semplici da far rabbrividire e tante, tante parole. Potrei contarle, per non essere banale e argomentare. E un  tesoro, magari, un giorno. E un cielo più azzurro sì, mi piacerebbe. E libertà e giustizia per tutti, ma suona banale detto così. Quindi forse Verità, e gente vera, questo auguro a tutti. Sincerità. Passione.

Quante cose vorrei la notte dei miei 25 anni. Non mi bastano i sorrisi degli amici e i bicchieri vuoti, non mi basta sapere di non essere solo. Voglio di più ancora, voglio sapere che i miei sogni sono sotto il mio cuscino e aspettano di essere liberati. Non mi piace la gente ostile nè chi vuol essere a tutti i costi originale, mi piace che tutti siano come hanno deciso di essere. Vorrei un anticonformismo estremo, ma una gentilezza antica. Sapere amare anche, dimostrandolo se possibile.

Vorrei odori di spezie e agrumi sempre. Per ricordarmi che il mondo è vario e talmente ben assortito da poterlo osservare tutta la vita. Vorrei una vita semplice e un lavoro onesto. Vorrei poter dire e fare sempre quello che mi pare, come un bambino. Simpatie e occhi dolci, ragazze romantiche e pensanti. Vorrei dare me stesso per niente, amare insomma. Ma poi sarei un Nessuno al cospetto dei forti e di chi impegna la sua vita ad arrivare.

E allora vorrei solo ricominciare.
Il Granduca

mercoledì, 19 gennaio 2005

Improvvise prese di coscienza
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


E se fosse in fin dei conti assolutamente giusto - per non dire legittimo - che il più forte abbia il dominio sul più debole?

mercoledì, 19 gennaio 2005

Questo sì che è anticonformismo
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Io non l'ho mai capito cos'è che spinga la luna a starsene su in cielo pure quando è mezzogiorno esatto. Né voglio saperlo: la risposta deve essere per forza di un'ovvietà scientifica imbarazzante. Deve riguardare la luce, la magnitudine, l'esposizione, la posizione della terra, la stagione in corso, il momento politico o che so io. Non mi interessa: ci sono cose - stupide, per carità - che pretendo rimangano senza risposta. L'amore, l'odio, Berlusconi al governo, la gioia immotivata, la Juventus iscritta al campionato nonostante la frode sportiva: certe volte la verità indossa abiti dal colore insopportabile, freddo, ebete. Perché, allora, la luna se ne sta in cielo pure quando nel mondo è mezzogiorno?

Cosa s'è dimenticata? Perché è così in ritardo? Lo sa che l'ho scoperta? Con chi ha fatto l'amore tutta notte per restarsene così, tanto profondamente addormentata? E' ubriaca? E' stata una notte di bagordi? E' questione di un dispetto? Di beata testardaggine? Narcisismo? Egocentrismo? Se ne sta lì la luna, certe volte che tu stai quasi per andare a pranzo e sorridi, pensi alle tue cose, ai tuoi amici, al mondo che ti è intorno e decidi che forse è questo il più alto grado di rivoluzionario anticonformismo.

martedì, 18 gennaio 2005

Cose disonorevoli da dirsi al telefono
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Ci sono cose che sembrano essere appuntite da dire. Sembra che a pronunciarle, la gola finisca a fettine e che dalla bocca possa venir fuori tutta una scarica di mezzelune di lingua e trachea e tonsille e spruzzi di sangue. Per quanto mi riguarda - ad esempio - è impossibile ammettere di essersi appena svegliati, se per caso una telefonata alla mattina ti butta giù dal letto. Prima di tutto ci rifletti su - il tempo di tre o quattro trilli ingombranti - se sia il caso di rispondere oppure no. Stringi gli occhi, li riduci a due fessure per individuare nel semibuio della camera il numero sul display del telefono e anche se alla fine si tratta del tuo migliore amico, niente, pure ti fai mille problemi. Tossisci un paio di volte, come il grande attore nel pugno della mano mentre il sipario scorre sui binari, e ostenti il pronto più brillante del mondo. Squillante, euforico, pieno di sé, come se fossi in piedi da ore o addirittura lì acquattato sotto la scrivania, pronto a saltar fuori e ad afferrarla con spavalderia quella cornetta.

 

 

 

 

 

 

"Scusa, dormivi?".

"Ovviamente no. Mi stavo preparando".

 

Ma anche quando sei a tavola: rispondi con voce strascicata, ovattata da bocconi di prosciutto e tonnellate di maionese, molliche di pane sul maglione e sotto le unghie, nel naso il profumo della carbonara, tra i denti fili di spaghetti, nella gola manciate di formaggio e quel poonno che dovrebbe significare pronto, tu non sai come giustificarlo alla persona dall'altra parte del filo, eppure non c'è niente da fare. Alla domanda: "Scusa, mangiavi?", la tua risposta non differirà granché da una simile a: "Figurati, ancora non è pronto", oppure "Guarda, ho appena finito". E te lo meriti di essere ancora lì, con la cornetta in mano, affamato come un indù 75 minuti dopo.

 

 

 

 

Tuttavia è rispondere la parola "Niente" alla domanda fatidica del "Che facevi?", ad essere proprio contro ogni natura. E' inutile, non ce la si fa. Ammettere una decontestualizzata nullafacenza a qualcuno che verosimilmente sta chiamando da un posto di lavoro o durante una meritata pausa-studio è del tutto fuori discussione: pure se in quel momento tu non stai facendo altro che misurarti il cazzo con il righello, al tuo interlocutore ostenterai comunque funamboliche risposte degne del più grande sofista della polis: "Devo finire alcune ricerche", "Stavo al computer a immettere quei dati", "Ho da finire un lavoro", ma anche cose del tutto slegate concettualmente tra loro tipo "Non sai, quanto ho fatto tardi ieri sera, ora stavo rimettendo a posto delle carte", oppure degli autentici no-sense basati sull'anticlimax: "Non solo tra pochissimo devo uscire ché sono in grave ritardo, ma figurati che domani è giovedì e allora uhhhh". Eppure è così artisticamente onesto non avere un cazzo da fare che dovrebbe essere un onore poterlo avanzare al prossimo come scusa assoluta per non poter stare al telefono.

 

 

Son cose o no?

lunedì, 17 gennaio 2005

Riflessione da tipico conservatore
Categoria:società, scritto da stefano havana


Dice: abbiamo speso miliardi di dollari per la scienza.
Miliardi di dollari.
Mei cojoni.

Dice: sono stati fatti passi da gigante per l'umanità con tutti questi quattrini. Passi da gigante: e grazie al cazzo. Con miliardi e miliardi di dollari tu ti compri l'immortalità, altro che evoluzione. Con miliardi e miliardi e miliardi di dollari abbiamo - minimo minimo - sconfitto il cancro. Ridotto lo tsunami a una vertigine da sbornia e poco più. L'abbiamo messa in culo all'aids, ridotto la fame del mondo a una semplice voglia di qualcosa di buono.

Dice: no, manco per niente.
Però siamo arrivati su Nettuno.

E 'sti cazzi?

sabato, 15 gennaio 2005

C'è una qualche speranza che sia anche lettrice di questo blog?
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Da stanotte è una cosa fissa nel cervello. Non ci devo pensare troppo, altrimenti fa male: come quando hai un dolore intercostale e non puoi tirare il fiato a fondo. Credo, in effetti, di essermi persuaso circa il fatto che la cameriera mora del Tamoshanter (ammesso che si scriva così) - a due passi dal cinema Adriano a Roma - sia la donna che freudianamente vado cercando da quando sono al mondo. E' mora, con la pelle chiara e gli occhi scuri. I capelli lisci, sufficientemente alta, magra, un culo da prendere a morsi, una femminilità istintiva e - niente - il punto è che quando la prima volta ha sorriso di mestiere pregandoci di occupare un altro tavolo, io me ne sono rimasto così, senza parole.

Sto ufficialmente escogitando un piano.

venerdì, 14 gennaio 2005

Se io fossi un grande divo
Categoria:società, scritto da stefano havana


Ma perché, se tu fossi un grande divo non te la godresti al massimo? Vaffanculo, io farei schifo se fossi un grande attore o un famosissimo calciatore. Dicono: ah, Vieri. Ah, Ronaldo. Ah, Beckham. Questi ragazzi: mica si può vivere così. E invece sì, porca puttana. Ricchezza, bellezza e un sacco di tempo libero: che c'è di più bello e innocente in un mondo perverso dove la gente si eccita a innescare bombe atomiche? Io rivendico il diritto alla nullafacenza, al fancazzismo, allo sperpero dei quattrini, all'ostentazione del talento e alla perversione. Voglio vivere di manifesto egocentrismo e banali facezie: anzi, finora non ho mai fatto una lampada e prima o poi - ho deciso adesso - devo provvedere.

 

Lo dico: metti che rinasco, io rinasco Beckham. Adoro Beckham. Si è comprato una Lamborghini con i cerchioni personalizzati: c'è il suo numero di maglia al centro. Ha comprato un luna-park ai figli, ha decine di Bentley inutilizzate in garage, si scopa le segretarie e le assistenti, entra gratis nei locali di Madrid più in voga, si tinge i capelli per 3000 sterline alla volta e - meraviglia delle meraviglie - parcheggia con la macchina in pieno centro. Si è fatto tatuare il suo nome sul culo, Beckham! Ti rendi conto? Sulle chiappe: che c'è di più volgarmente inutile? Se io avessi il mio nome tatuato sul culo, un sorriso compiaciuto ogni mattina davanti allo specchio - guardandomi - già sarebbe assicurato. L'altro giorno sentivo alla tv - c'era questo rotocalco - la mamma di uno dei militari italiani ucciso a Nassiriya. Diceva (con estrema dignità, devo ammettere): "Ah, mio figlio. Un ragazzo terra terra, senza vizi, senza difetti. Non faceva mai nulla di strano". Ma chi cazzo la vuole una vita così? Dove sta scritto che per essere un bravo ragazzo devi assomigliare a Ghandi? Ma chi, nella storia dell'umanità, è diventato Grande se non grandissime teste di cazzo, a partire da Einstein, per finire a Maradona? Secondo me tutta questa corsa all'umiltà, al risparmio, questa demonizzazione degli estremi (dall'esultanza di Di Canio ai vezzi di Brad Pitt) è l'ennesima forma di retorica culturale.

 

Detesto i soldi. Faccio di tutto per non averne mai in tasca. Non uso borsellino, tanto per dirne una. Appena ho due centesimi li spendo: esclusivamente in stronzate di marca. Se divento ricchissimo, morirò poverissimo: ma nel frattempo, amici miei, viva chi se la gode al massimo. Che poi, metti che un giorno - te ne stai lì, con la tua faccia seria - e puf, ti passa addosso uno tsunami.

giovedì, 13 gennaio 2005

Cose strane stamattina e riflessioni argute
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Fatto numero Uno:

Sarà stato il sonno - che ne so - fatto sta che in tram alle 8.30 stamattina ho dato il meglio di me. Me ne stavo lì, appollaiato come un panda nella speranza di non addormentarmi, quando sono salite queste due bambine con il padre. Devi vedere come parlavano in francese. Penso: cazzo che brave. Avranno cinque anni e senti che pronuncia. Perfetta. Beati 'sti bambini: gli dai una cosa da imparare e quelli ci mettono cinque minuti. Poi - cazzo - il sonno mi ha dato una tregua pietosa e allora ho capito: Ste, porca puttana, non è che parlavano bene il francese. Erano francesi.

Fatto numero Due:

E' incredibile, in metropolitana, la puntualità con cui i controllori all'ingresso fermino tutte le persone malvestite e gli extracomunitari per controllare loro il biglietto e lascino passare la maggior parte degli altri - signorotti con ventiquattrore e donnine impellicciate. Ed è incredibile la puntualità con cui le persone malvestite e gli extracomunitari siano correttamente muniti di biglietto o, addirittura, abbonamento e tutte le altre - signorotti con ventiquattrore e donnine impellicciate - manco per niente.

Fatto numero Tre:

Le sedicenni che vanno a scuola oggi sono del tutto differenti dalle sedicenni che andavano a scuola con me. Le mie avevano i peli sotto al mento e assomigliavano a Gorbaciov; queste altre hanno tacchi alti, culi tondi, tette sode, gambe chilometriche e - in generale - dimostrano non meno di 27 anni. Io alla prossima che mi trovo davanti così sulla Metro A e che a ogni frenata mi rovina addosso con compassata disattenzione, non faccio più sconti da differenza d'età e la sdraio sul cofano della prima Panda che trovo.

Fine dei fatti.

mercoledì, 12 gennaio 2005

E' o non è la cosa più bella che poteva capitare a questo blog?
Categoria:blog, scritto da stefano havana


Che eomozione.
Sentite (e guardate) qua: questo è il regalo più bello del mondo, a firma del nostro fratello - e in questo momento residente all'estero - gabbiano Fabio. La sua auto americana - una fiammante S2000 nera - con targa personalizzata. No dico: e che targa!

La Fabio-mobile è attualmente parcheggiata di fronte la sua casa a Columbus, Ohio, ove la temperatura è rigida, nevosa e grigia. Il Dr. è impegnatissimo a diventare un futuro Premio Nobel, dunque le occasioni per essere dei nostri sono poche: certo è che con questa cosa fatta alla sua targa ha recuperato tutto il tempo perduto. Che dire ancora? Noantri rules anche in America, grazie fratello! See you a febbraio.

mercoledì, 12 gennaio 2005

Due ore di autobus
Categoria:quotidianismi, scritto da granduca di palau


Ora che sapete, non posso esimermi dal dire che sì, sto sclerando. L'ho detto, non mi capitava da molto tempo e non ritiro queste affermazioni, Vicerey, te le confermo. Quando hai da fare mille cose importanti e necessarie ti viene in mente che l'unica cosa che vorresti davvero fare è vivere. Troppe cose sono successe e tutte insieme da poterlo postare qui e descrivere e non vorrei sembrare un bambino con un nuovo gioco. La paura di sbagliare è qualcosa che non mi aspettavo in questo periodo e mi ha colto talmente tanto di sorpresa ed in modo così forte da non sapere spesso cosa fare.

Stè non è come pensi te: ancora puoi aspettare a cantarmi la canzoncina di ieri sera quando Marco ti guidava nella tua ubriachezza leggera e anzi, forse non la canterai mai. Ma credo che questo momento me lo ricorderò per un po' di tempo comunque, perché certe sensazioni e certi particolari della vita vanno assaporati fino in fondo. No ragazzi, credo che non sarò mai una persona che dedicherà la sua vita alla carriera perché troppo forte è il sentimento di libertà e giustizia che mi pervade quando la vita mi riserva giochetti come questi. Il mio problema è che davvero non so astrarmi.

Due ore di autobus, tanto basta. Per dirvi di aspettare a deporre il cuore nel cassetto o su una scrivania. Per dirvi che se la canzone continua a suonare allora tutto ora avrà piu senso. Il Granduca.

martedì, 11 gennaio 2005

Non scherziamo
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Ora non voglio incazzarmi
però senti
della crociata antifumo me ne sbatto
non fumo
anche se levare alla gente i propri vizi, secondo me è come uccidere bambini
ma vabbé
ora quel vecchio ministro del cazzo
Sirchia
parla di crociata anti-alcol.

A bello
io vengo là
ti strappo le braccia
me le metto in tasca
e ti meno quando c'ho tempo.

Non mi toccare l'alcol, cazzo.
Divento una bestia.

lunedì, 10 gennaio 2005

Personaggi, anzi personagge che mi va di raccontare
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti cubani


A Cuba stai sempre a incontrare donne. A volte sono puttane, a volte no. Che poi dipende da come vivi una cosa come il sesso a pagamento: io lo esecro. Neanche mi verrebbe duro, credo, o almeno quando ci penso è così che immagino: per altri è una cosa del tutto normale e anche per le stesse ragazze - tutto sommato - è un modo per vivere, spesso l'unico possibile. Comunque, riguardando vecchie foto - stamattina - ho ritrovato queste e mi è venuto in mente quando uno degli ultimi giorni di permanenza lì, ho conosciuto - si fa per dire, avremo scambiato cento parole in tutto - questa ragazza.

Johanna l'ho vista la prima volta che era sera.
Non ero ubriaco, ma seduto a quel tavolino tondo mi sembrava tondo anche tutto il resto. Lei ballava la salsa con un signore che avrà avuto sessant'anni: non era granché bello a vedersi. Si muoveva stancamente e insieme alla musica sembrava accompagnato da mille dolori alle anche, alle ginocchia. Johanna era lì che gli indicava con le dita i passi giusti. I suonatori dietro, tutti neri, mai nessuno che si dimenticasse di sorridere. Johanna indossava - me lo ricordo - pantaloni color oro e scarpe col tacco alto, di quelle che vedi nei musical ai piedi delle ballerine di flamenco. Non c'entravano niente con tutto il resto, ma lei ci stava bene: si vedeva che le portava con ironia. I capelli legati dietro, lo smalto scuro sulle unghie.

Johanna odiava Varadero.
Anche noi odiavamo Varadero. Ci siamo andati gli ultimi tre giorni, per ripulirci dalla polvere e per riposarci perché le settimane precedenti erano state massacranti. Johanna lì ci stava qualche mese all'anno. "Poi voglio andare a Hong Kong", mi ha detto una volta. Ma si vedeva che in realtà, non lo pensava. Hong Kong se ne stava lì, dietro i suoi occhi neri. Tutti quei cinesi, i negozi con le luci sempre accese, i palazzi con le pareti di cartapesta, le strade larghe: se ne stava tutto lì, dentro la sua immaginazione, tra le sue dita che articolavano disegni nell'aria mentre la raccontava, Hong Kong. Però si vedeva che quel pensiero nasceva già morto, disincantato. Johanna era bella, ma non bellissima: però era dolce. E quando la mattina la incontravi, lei ti strizzava un occhio e sorrideva con quei denti bianchissimi. La andavo sempre a guardare la sera: lei ballava e una volta mi ha invitato. Io non sono andato: mi girava la testa, avevo la diarrea, stavo sotto antibiotici e avevo le guance scottate dal sole, ero innamorato di Cuba e la stavo per lasciare: lei per tutta risposta mi ha fatto la linguaccia. La linguaccia, capito? Non me lo scorderò più.
 
Era incredibile Johanna.
La incontravi nelle ore più disparate del giorno e ogni volta faceva una cosa diversa: la cameriera, la ballerina, organizzava i giochi sulla spiaggia, puliva la piscina. Qualche volta, quando il rum stava ancora tutto dentro il bicchiere, arrivavo a pensare che forse Johanna passava qualche ora anche in qualche letto: essì. Magari qualcuno di quei vecchi asessuati se la sono fatta e lei ha finto un orgasmo arricciando nei pugni le lenzuola blu. Quando la mattina la incontravo al chioschetto dei cocktail prima della spiaggia, la trovavo sempre con un bicchiere in mano. La cannuccia verde.
 
Il giorno che ho scattato queste foto me ne stavo da solo a riva.
Stavo fotografando Fabio e Federico sul catamarano, quando nel mirino è comparsa lei: "Mi vuoi fotografare?". Così mi ha domandato e ha cominciato a fare pose sceme. Io ho scattato, ma le prime volte è venuta male: sembra stupido, ma fotografare una di colore non è facile. Devi calcolare bene l'esposizione, altrimenti quella pelle si succhia via tutta la luce e il cielo viene bianco. Alla fine ce l'ho fatta, ma è venuta tagliata via all'altezza delle caviglie. Poi si è seduta con me sull'asciugamano e le ho fatto vedere il risultato. Lei ha guardato il monitorino, ha sorriso e se fossimo stati in un altro mondo e in un altro tempo, le avrei chiesto l'indirizzo email oppure il numero di cellulare. Ma Johanna, queste cose mica ce l'ha. Già guardava la mia fotocamera con gli occhi sgranati di un bambino delle elementari.
 
Che storia, Johanna.
L'ultimo giorno di vacanza, dopo colazione, lei stava servendo ai tavoli quei vassoi pieni di cornetti. Mi sono avvicinato, le ho detto che partivo. Johanna ha fatto quella faccia buffa che fanno i bambini quando gli dici che è ora di dormire: ha arricciato le labbra e si è montata sù un'aria triste. Poi ha sorriso: "Dove vai?". "A Roma, a casa", ho risposto io. Allora ha riabbassato le spalle e mi ha porto la guancia per un bacio. Io gliel'ho posato e ho raggiunto gli altri senza girarmi. E' l'ultimo ricordo vero che ho di Cuba, a parte l'aragosta nel terrazzo di Raùl, due ore prima del volo e quattro ore dopo di quello. Ma questa è un'altra storia. Un'altra fotografia che forse racconterò.
 
Chissà dov'è adesso.
Johanna: neanche lo so se si scrive davvero così.

domenica, 09 gennaio 2005

L'allegato vibrante
Categoria:svago, scritto da stefano havana


Mi domandavo se quest'oggetto in allegato all'ultimo Max - lo shaker -  e l'espressione di evidente godimento sul volto della dottoressa in copertina, insieme alla posizione quantomeno strategica della sua mano sinistra, avessero un qualche legame.