sabato, 30 aprile 2005

Un homme et une femme
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


L'ho capito stanotte facendo benzina a un self service. Me ne stavo lì facendo la cosa che più odio fare (benzina alla mia macchina) e l'ho capito. Quando si tratta di una donna, generalmente, le provi tutte pur di conquistarla se ti piace. Provi a essere Brad Pitt per farla sciogliere con la possanza della tua mascella. Cerchi di fare Tom Cruise per non farla più voltare altrove se non dentro i tuoi occhi blu. Ce la metti tutta per essere Johnny Depp, sfoderi quel fascino un po' sporco che pensi possa essere vincente. Diventi il grande psicologo per sorprenderla con qualche intuizione da grande laureato; fai lo scrittore maledetto, così che le resti qualche tua frase decadente incastonata nei capelli, mentre gira la testa sul cuscino. Ti sforzi per montarti addosso quell'immagine di Uomo Dei Suoi Sogni, pur di avere l'illusione di una chance.

Dieci euro ho messo, stanotte. Erano quasi le cinque: il momento più bello è stato quando Pat da dentro la macchina s'è messo le mani nei capelli e ha urlato (l'ho sentito pure col finestrino chiuso): «Nooo! Gli uccelletti!», perché quando senti gli uccelletti che cominciano a cantare sugli alberi vuol dire che hai fatto veramente tardi. Ho rimesso il bocchettone a posto e ho capito che quando una donna ti piace veramente, non vuoi altro al mondo che farla sorridere. Non ti interessa che ti trovi bello, affascinante, muscoloso, particolarmente intelligente. Cammini e preghi di trovare solo un altro modo per farla ridere così. Da questo capisci - secondo me - che ti piace un poco di più del solito. E allora li scarti tutti, mentre intorno a te la gente vive e cammina e pensa ad altro e tutto sarebbe talmente più bello se soltanto tu potessi farla ridere semplicemente sempre: scarti Brad Pitt, Johnny Depp, il grande attore, il cantante fascinoso. Li metti tutti via con una manata precipitosa, mentre capisci che non vorresti essere nient'altro che il suo personale Charlie Chaplin.

venerdì, 29 aprile 2005

Annunciaziò annunciaziò
Categoria:svago, scritto da stefano havana


A tutti coloro che arrivano qui dal Fuffa Aggregator incazzati neri con il sottoscritto (solo loro sapranno il perché), sappiate che non ritratto nulla!

venerdì, 29 aprile 2005

Internet ha affossato la tv
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


L'ha detto Beppe Grillo, quindi mi fido.

giovedì, 28 aprile 2005

E adesso parliamo un po' di cinema
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


L'altro giorno sono rimasto per la prima volta chiuso in ascensore. Per fortuna c'era il mio Lato Eroico a mantenere saldo il mio Lato Ossessionato Dai Luoghi Chiusi. Il Lato Eroico ha fatto puff e si è appoggiato con la schiena alla parete fumando una lucky strike tenuta col pollice e con l'indice. Il Lato Ossessionato Dai Luoghi Chiusi ha usato invece l'indice per schiacciare il pulsante giallo dell'allarme come se dalla giusta pressione di quello dipendesse la rotazione dell'asse terrestre e con l'altra mano ha telefonato a Pasquale dicendo con voce isterica

Pasqualeaiutosiamochiusiinascensorevedichepuoifarechiama
qualcunotiracifuoridiquitipregomoriremotutti

formulando allo stesso tempo una serie di fioretti irrispettabili – pur di venirne fuori vivo – il cui primo verteva sulla possibilità di dare una seconda chance a Donnie Darko, perché non è possibile che, vistolo una sola volta, mi sia sembrata contemporaneamente una cosa geniale e una cagata pazzesca.

giovedì, 28 aprile 2005

Diamoci in pasto agli squali
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


E così, dopo averne dette di mille colori su due vincitori del concorso Feltrinelli 100 parole, mi pare giusto avanzare fino alla prima linea e riprovarci anche io, dopo l'esperimento del mese scorso. In attesa della legittima colata di fango che a questo punto dovrebbe spettarmi, avanzo il nuovo tentativo così che anch'esso venga surclassato da un altro che - tipicamente - non riterrò meritevole (perché - si sa - sono un rosicone). Si chiama Baghdad Blues. Fa così:

Le radici gonfie dell'albero davano alla strada davanti alla libreria un che di mano di vecchia. Adibi entrò a mezzogiorno preciso, tutto sudato, i capelli corti nerissimi e un'ombra sul viso. L'impatto con l'aria condizionata lo fece tremare, anche se un po' tremava già prima. Il tempo di uno sguardo veloce con le labbra serrate, poi scelse il reparto saggistica; lì depositò il suo zaino e sgattaiolò via con passo affrettato. All'uscita scontrò una madre e il suo bimbo con la bocca rossissima. Nel cervello di Adibi ci fu allora una specie di scossa e, afferrata la creatura per il gomito morbido, se la portò via al sole di maggio. Morì la madre con gli occhi sgranati, morirono tutti nella deflagrante esplosione.
      Oh yeah.

Oh, badate bene a come me lo trattate, perché io mica vado a dire che è soltanto una prova (o per di più malriuscita). A me piace un bel po'. E ho dovuto pure studiare per capire come riportare un blues in prosa. Se ne avete di vostri, poi, postate o linkate pure: è sempre un piacere.

p.s. in realtà un difetto logistico, questo micro-racconto ce l'ha. Vediamo se lo trovate

mercoledì, 27 aprile 2005

Quello che voglio dire
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Secondo me uno dei più grandi limiti dell'essere umano è che prima o poi gli scappa da pisciare. L'esigenza di pisciare porta spesso le persone alla demenza: non c'è un'impellenza simile che riduca tutto il resto della vita a un livello tale di marginalità. Voglio dire: se ti scappa da pisciare mica ce l'hai il contentino della scorreggia. Non è che puoi farne un poco poco e poi il resto a casa.  Leonardo o Mozart – perché scappava da pisciare pure a loro a un certo punto – diventavano perfetti idioti quando gli scappava veramente: mollavano pennello e spartiti e non potevano fare più nulla che non fosse tenersi le mani tra le gambe camminando come sconsiderati. Non più una nota geniale saliva alle orecchie di Mozart e non più un'esigenza di pittura correva per le dita di Leonardo: entrambi diventavano complete nullità e se avessi domandato loro – in quel preciso istante – per cosa avrebbero pagato o dato un brano della loro intelligenza, secondo me tutti e due avrebbero messo al primo posto il paradiso di svuotare la vescica. Sto pensando anche agli uomini di grande malvagità e rinomata ferocia: Hitler, perfino, se gli veniva una di quelle pisciate lì, mentre si trovava tra i suoi soldati schierati a menar stronzate, neanche più un ebreo pensava di voler bruciare, perfino gli omosessuali gli sembravano tutti improvvisamente simpatici e qualunque razza diversa dalla sua gli appariva all'improvviso impregnata del più elementare diritto all'esistenza. Non sto dicendo che sarà una pisciata a salvare il mondo, ma che una cagata – volendo – si può anche rimandare.

martedì, 26 aprile 2005

Vado a Cuba, faccio prima
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Ne parlavo l'altro giorno, scoprendo l'acqua calda in un boato di auto-consensi: il Paese è in gravissima crisi culturale, prima di ogni altra cosa. Lo dimostra – definitivamente – il fatto che non posso andare a vedere con comodità Comandante di Oliver Stone dal momento che in tutti i cinema di Roma preferiscono proiettare il capolavoro Troppo Belli, mentre il documentario su Fidel Castro è relegato in un cazzo di irraggiungibile cinema a Testaccio, il cui parcheggio gratuito dopo le 22, gentilmente messo a disposizione da non so quale cooperativa, non mi esenta dal bestemmiare in turcomanno verso il Fato che una trentina d'anni fa non lasciò serrate le cosce delle due donne che dissennatamente partorirono Costantino e Daniele e i loro fottuti tricipiti scolpiti.
      
Amen e vaffanculo.

domenica, 24 aprile 2005

Una promessa non mantenuta
Categoria:giornalismo, scritto da stefano havana


La firma qui sopra è mia, ma quanto segue non l'ho scritto io. Non sottovalutate - nessuno di voi - l'importanza di questo messaggio. Lo dico soprattutto agli appassionati, agli amanti di giornalismo, di idee, di sogni, di comunicazione, di cose semplicemente belle (e siete in tanti): apre gli occhi. Io non posso dire molto di più. Per una serie di motivi. Solo questo: vi ricordate? La parola a ________ ________.

Eravamo partiti fra mille illusioni. «Invadiamo tutta l’Italia», «Sfondiamo tutti», «Il nostro concorrente è Controcampo». Ci è voluto poco. Neanche una settimana. La triste verità è venuta fuori subito. Non c’è, non si trova, nessuno lo conosce. Un fantasma, un Gool fantasma. Ecco, a noi non potrebbe aiutarci nemmeno il microchip. Il nostro pallone non lo vede nessuno. Trasparente, invisibile. Anche in redazione. Dove per averne una copia, a volte, siamo disposti ad accoltellarci. Che flop, che clamoroso flop. Persi dietro ad un americano. Le solite illusioni americane. La verità, quella, non la capisci mai subito. Ti illudono con le loro cazzate, i loro miti, i loro fottuti momenti di gloria. «Noi non ci riconosciamo», dice qualcuno qui a Roma. Noi non ci stiamo. Noi non possiamo starci. Lavoriamo, lavoriamo, lavoriamo. E ci mortificano. Ma prima o poi finirà. Non possono uccidere i nostri sogni. Quelli non sono fantasmi.

Non abbiamo smesso di sentirci Gianni Brera, però.
Nessuno di noi.

sabato, 23 aprile 2005

L'ultima - giuro - sul concorso
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Ve lo giuro, amici miei, ve lo giuro. Io non lo volevo fare, ché poi mi si dice che sono pavone. Allora ho provato a resistere, mi sono morso le dita - giuro non mi sto inventando nulla - ho fatto altro, ho guardato due film, ho letto John Barth in lingua originale (il che mi leva un'ora per due pagine), ma alla fine sono tornato qui, sono ritornato un'altra volta sul sito de La Feltrinelli, gentilmente segnalatomi da Dust, e - scusatemi, perdonatemi ancora - ho letto il racconto vincitore di Roma proprio della sezione di cui mi sono servito io per imbucare i miei racconti, ovvero la Feltrinelli della Galleria Alberto Sordi. Questo significa che il racconto premiato che adesso vi incollerò (a firma Aldo Cirri - che Google mi dà come noto autore di commedie e piece teatrali) è stato inserito nella stessa box dove ho messo i miei.

Alla fine ho capito due cose: la prima è che il racconto di Familiari (vincitore a Roma, ma non nella mia sezione) è bellissimo (lo dico senza ironia, a questo punto); la seconda è che la giuria de La Feltrinelli è presieduta da Tom e Jerry. Sentite qua:

"Il libro che cercava Giacomino era sull'ultimo scaffale. Lui aveva dieci anni e non arrivava nemmeno al quinto ripiano. Giacomino si vergognava a chiedere aiuto ai commessi. Come fare? Nessuno, nella libreria, seppe mai chi e perché aveva nascosto quella canna da pesca dietro lo scaffale della narrativa per ragazzi ma, soprattutto, che ci faceva, legato in cima alla lenza, un tubetto di Attak aperto?"

Posto che anche i più grandi narratori di sempre hanno scritto cagate (il che significa che l'autore Aldo Cirri - per carità, magari è uno scrittore esemplare e glielo auguro), resta il fatto che se questa cosa è un racconto da premiare, allora cambio vita e vado a fare la fila per entrare nella scuola di Amici.

venerdì, 22 aprile 2005

Questo blog spiegato a due tette
Categoria:blog, scritto da stefano havana


Stanotte mi sono sentito dire: «Bof. Sei diventato ripetitivo ultimamente». Io l'ho guardata (trattavasi di una donna, amica di un'amica e lettrice di questo blog) e ho pensato qualcosa (non mi ricordo cosa) che cominciava più o meno con lo stesso incresparsi di labbra e alzarsi di sopracciglia: bof. Le ho chiesto di essere più precisa a riguardo (nel frattempo si stava tutti seduti su sgabelli altissimi dentro un locale ormai chiuso al pubblico) e lei ha cominciato un'analisi assolutamente lucida e intelligente (non finirò mai di stupirmi di fronte al fenomeno dell'intelligenza femminile) sugli ultimi post di questo sitarello. Io sono rimasto ad ascoltarla col mio bicchiere tra le dita sforzandomi come Ercole di non abbassare gli occhi dai suoi, siccome 45 centimetri più giù c'era questa scollatura molto vertiginosa e molto rosa e molto semovente a ogni risata che avrebbe fatto cadere in tentazione pure Ghandi. Alla fine (vinta la querelle con il decolleté e sapute alcune cose su Tolstoj) mi sono ritrovato a pensare un po' per conto mio, esercizio che s'è fatto assai più facile nel momento in cui lei si è accorta di essere quasi nuda e s'è riallacciata il riallacciabile fino al collo, al punto che tutto, il rum e la vita stessa - da quel momento in poi - mi è sembrato molto meno interessante. Alla fine mi sono domandato: ma sarà chiaro che qui si sta facendo solo un blog? Che non esiste una linea editoriale, che non c'è un'idea di fondo, che non si vuole essere per forza brillanti, che fondamentalmente non si pensa troppo agli altri nel momento - parlo per me - in cui si scrive?

Ho esposto queste cose (con meno parole e più rigurgiti e - giuro - gli occhi rivolti mai più in basso del naso) e lei mi ha detto: «Allora ti potevi tenere tutto nel cassetto, coglione» (il corsivo è mio). Il che è vero in assoluto, un po' meno per me che - egocentrico, solipsista e narcisista per vocazione e preciso dovere - non ho mai considerato in vita mia l'idea del cassetto: al massimo ho tenuto tutto sulla scrivania o in giro, ma comunque in bella mostra ché nei cassetti ci ho sempre nascosto le lettere d'amore tardo-adolescenziali e qualche foto porno. In effetti questo stesso blog - inzialmente - è nato senza pensare a un pubblico. Lo abbiamo messo su come sorta di mailing list tra amici che stavano dividendosi e inizialmente - basta rileggersi i primissimi post - è proprio così che è andato avanti. Poi sono arrivati i lettori e il giochino mi è piaciuto come una cosa sensuale inaspettata (tipo la mano di una donna che si posa sul tuo ginocchio sotto al tavolo mentre si parla di tutt'altro): ci ho preso gusto e adesso vorrei diventare il caso elettronico-letterario del secolo (tipo Piperno, ma appetibile sessualmente).

Alla fine le ho detto: «Domani ti metto dentro un post».
Non lo so se ci ha creduto.

giovedì, 21 aprile 2005

Il lepisma, ovvero il pesciolino d'argento
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Arrivano i primi risultati del concorso de La Feltrinelli "100 parole". Mi ci ero cimentato anche io, se vi ricordate. La prima tornata (ce ne saranno altre ogni 15 del mese) l'ha vinta Rocco Familiari di cui incollo di seguito il racconto:

Con l'esperienza accumulata individuò subito la sezione giusta, muovendosi con sicurezza scansò d'istinto i tomi inutili, scivolò senza contagiarsi sulla copertina dell'ultimo baricco, doppiò l'intero gruppo camilleri-montalbano, evitando di farsi influenzare dall'insostenibile peso della tiratura milionaria, sorvolò i ponderosi volumi degli scrittori comici, assurti improvvisamente al rango di maitres-a-penser, guidati nientemeno da un buffone-nobel, resistette alla tentazione dell'ultimo eco e finalmente approdò all'isola felice, la meta agognata, il piccolo gattopardo del principe siciliano, si acquattò tra le calde pieghe dell'amato bendicò e da lì iniziò la sua paziente, attenta masticatura della buona carta d'antan, il lepisma, argenteo pesciolino dei libri.

Sono assolutamente sportivo. Perciò vi dirò saltellando e facendo una robusta serie di addominali che il racconto premiato di Rocco Familiari, per quanto mi riguarda, è una cagata pazzesca. Ad altri piacerà ovviamente e siccome io tifo espressamente per tutti gli aspiranti scrittori (anche se c'è chi insiste nel dire che non esistono e - generalmente - chi lo dice ha almeno un paio di libri già pubblicati) siccome tifo per loro, dicevo, Rocco Familiari sappia che virtualmente gli stringo la mano (non prima di averla immersa nel catrame bollente, è ovvio).

Dico semplicemente che (a parte questi giudizioni universali che ti puoi permettere se ti chiami Enzo Biagi o Montanelli, tipo il Fo-buffone), non appena venne bandito il concorso ricordo che pensai espressamente: vincerà il primo racconto-farsa in cui il protagonista o è un bambino o è qualche piccolo animaletto che sceglie come giaciglio il libro ritenuto dall'autore meritevole. Per carità, potete non crederci. Come quando mi raccontano che la notte del 10 settembre 2001 certa gente sognò un aereo che cadeva sui palazzi (io), oppure quando durante le partite qualcuno si eleva col dito puntato al televisore declamando che ve l'avevo detto che segnava lui (un mio amico, puntualmente).

C'è mia madre come testimone, nel caso del concorso. Ma non la porterò come elemento ufficiale nel processo, giuro. La speranza - ovviamente - è che abbiano voluto premiare un bambino (Rocco, sei un bambino?), cosa che mi pare difficile perché la scrittura è comunque forbitissima e puntuale (lo sapevate voi prima di oggi cos'era un lepisma?). Secondo me scrivere un racconto (così corto, poi) di questo genere è semplicemente facilissimo (dice: perché non l'hai fatto tu? Mi appello al quinto emendamento). Nella brevità estrema, la difficoltà massima sta nel proporre scene di vita assolutamente quotidiana (è un'opinione. Com'è un'opinione l'utilità della guerra o l'omosessualità latente dei vescovi). Però tant'è: ha vinto la storia dell'animaletto che non si capisce che è un animaletto fino all'utima parola (così come vincono i cattivi nella realtà e i buoni alla fine dei film).

[Hai finito di rosicare?]
[Sì, scusa]

mercoledì, 20 aprile 2005

Non fatevi ingannare: non è un post sul Papa
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Raramente ho sentito un accento tedesco stereotipato come quello di Ratzinger: dice certe -V- al posto delle -U- che neanche il cattivone di turno dei cartoni animati. Non ne so nulla di questo Papa. Non ne sapevo e non ne so nulla di quello vecchio. Una cosa, però, mi pare certa: connotazioni socio-cultural-politiche a parte (è nazista, è fascista, è relativista, è antimilitarista, è teutonico dalla testa ai piedi, è la fine del mondo, è l'anticristo, è il nuovo Hitler, è il nuovo Costanzo), Benedetto XVI non ha gli stessi occhi di Giovanni Paolo II. Beninteso: non tifavo per Wojtyla (non era un angelo, né un'anima dai pensieri necessariamente candidi e ha detto - come tutti - un bel po' di stronzate nel suo esistere). Ma gli occhi. Gli occhi di Wojtyla erano un concentrato di predestinazione, di assolutezza, di potere, di forza e magnetismo. Questo tedesco qui, nessuno mi toglierà dalla testa che assomiglia al perfido Mister X dell'Uomo Tigre - ve lo ricordate? - il sicario di Tana delle Tigri*.

Ho visto una foto, tempo fa. Ritraeva gli studenti di una classe dell'Actor's Studio. C'erano una quarantina di giovanissimi attori nel pieno dei loro corsi. Un cerchietto rosso circondava uno di loro in particolare: un bel tipo, spiccava senza una sola ragione su tutti gli altri. Ce n'erano di belli, ma quello nel cerchietto aveva qualcosa in più. Gli occhi: spaventosamente predestinati. Quel petto un po' all'infuori diceva a tutti gli altri: io diventerò qualcuno. Io sarò l'unico nome conosciuto qui dentro. Ed era vero: diventava pacifico anche ad uno sguardo superficiale. Mentre la foto veniva scattata, tanto tempo fa, quel giovanotto in carne se lo sentiva già addosso il cerchietto rosso. Paul Newman a 24 anni - diceva la didascalia.

Ci sono occhi e occhi. Wojtyla aveva occhi in grado di dipingere la Cappella Sistina. Ratzinger ha occhi da impiegato sottopagato, al massimo. Provate anche voi, con quelle vecchie foto del Liceo: c'è sempre qualcuno che spicca sugli altri. Cerchiatelo di rosso e aspettate che passino gli anni.

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* devo
ritrattare sulla somiglianza con Mister X. Ego Sconnesso mi ha illuminato e non ci sono più dubbi
su chi sia realmente Ratzinger.

mercoledì, 20 aprile 2005

Sono andato a letto presto
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


Non posso guardare un film la cui musica mi piaccia (tipo Ennio Morricone, che ne so. O Badalamenti, un altro genio) senza desiderare di far parte di quel film, di quella storia. Generalmente mi alzo in piedi, quando è finito tutto, e mi aggiro per la stanza con quella strana sensazione dentro: sposto cose, tocco oggetti. Vado in bagno, mi guardo allo specchio. Cerco il profilo migliore, comincio a dare del farabutto alla mia immagine. La sfido, le dico: vieni avanti. Mi metto di lato, sbuco all'improvviso, gonfio i muscoli, faccio il duro, mi calo un cappello sulla testa e mi guardo guardarmi di sottecchi. Ripenso alla scena topica della pellicola, quella con gli archi e un crescendo tempestoso, gonfio gli occhi di lacrime o stringo i pugni e mi dico fatti avanti, bastardo. Fingo di morire, vedo se mi riesce bene come a quell'attore. Divento un attimo De Niro, faccio quella faccia che fa lui quando spia dal bagno la giovanissima Jennifer Connelly che balla. Ci provo. Mi faccio domandare: "Ehi, cos'hai fatto tutto questo tempo?". E rispondo proprio come Noodles: "Sono andato a letto presto". Mi rigiro, mi osservo da dietro la spalla, sento ancora quella musica - perché, davvero, che sarebbe un film senza la musica? - agito un dito contro la mia faccia. Dico una di quelle frasi tipiche: Non ci siamo, amico. Mi prendo per il collo: Ehi, Mike, cazzo. Così mi ammazzi per dio. Mi faccio scorrere i titoli di coda addosso, addirittura. Mi guardo uscire dal bagno e un attimo prima di richiudere la porta, sai che faccio? Mi consiglio di stare attento: Ci rivedremo, questa storia non finisce qui. Se rinasco, voglio fare il grande attore.

martedì, 19 aprile 2005

Giuro che sono di sinistra
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Nonostante la tesi del tutto consolidata manifesta nel titolo di questo post, devo conseguentemente ammettere (perché sembra che altrimenti uno o è di destra o è un coglione) che a me Wu Ming e i Quindici mi stanno prepotentemente sulle palle. Questa cosa del copy-left, per dire, a me mica ha convinto mai. Però lo tenevo per me, perché - che cazzo - per uno di sinistra sono cose poco onorevoli da enunciare in pubblico, queste. Il copy-left, già. Dice Wu Ming (i corsivi sono miei):

Un comune cittadino, se non ha i soldi per comprare un libro di Wu Ming o non vuole comprarlo a scatola chiusa, può tranquillamente fotocopiarlo o passarlo in uno scanner con software OCR, o - soluzione molto più comoda - scaricarlo gratis dal nostro sito www.wumingfoundation.com. Questa riproduzione non è a fini di lucro, e noi la autorizziamo.

Questo dovrebbe essere molto onorevole e molto di sinistra (o molto non-di-destra). A me, invece, fa spanciare un po' dalle risate. Secondo me se uno non ha i soldi per comprare un libro di Wu Ming - ecco - ha forse altri cazzi a cui pensare e, in sostanza, immagino che spendere i soldi per un libro sia intellettualmente onesto quasi quanto scriverlo. Il fatto di scaricare qualcosa gratis è assai apprezzabile, per carità, semplicemente mi fa un po' rodere questo sapore da ve lo facciamo vedere noi - imbecilli che non avete capito un cazzo - le cose come si fanno.

Questa cultura che non si debbano spendere soldi - mai - per le opere artistiche (o di intrattenimento), ma chi l'ha inculcata nel pensiero comune? Dove sta scritto? Costa fatica immane partorire un'idea geniale o vincente. E' giusto pagare (potremmo aprire un dibattito sul discorso di quanto sia giusto pagare, ma è un'altra cosa). Tanto per dirne un'altra (e anche questa mi sa che non è molto di sinistra), io tifo a spron battuto per la Microsoft. Quei ragazzi lì sono arrivati mezzo secolo prima degli altri e questi altri - sant'iddio - si attaccassero al famoso tram o aprissero una lavanderia a gettoni. FireFox mi piace (prima lo detestavo), addirittura lo uso! Ma c'è poco da fare: FireFox altro non è che un riassunto di tutte le cose che già fa - e benissimo - Internet Explorer (e tra l'altro mi si impalla molto più spesso).

In più - tornando a Wu Ming e a I Quindici - io non riesco proprio a convincermi che sia buona letteratura. Ho 25 anni e non ho mai letto Joyce: questa cosa - se penso ancora a quanto ancora ho in mente di leggere prima (Proust, quel che mi manca di Marquez, il resto di Kafka, Calvino, Tolstoj) - mi mette il terrore. Posso mai io leggere i libri di Faletti? Posso mai io leggere i libri della Clerici? Del Papa? Posso mai leggere i libri-monnezza che scrivono i blogger? Posso mai io - con tutta la meravigliosa letteratura che c'è in giro - leggere I Quindici (considerato che gran parte del tempo libero - non essendo io Leopardi o Wilde - lo passo a farmi le pippe, a scopare, a ubriacarmi e a leggere Dylan Dog e a guardare tonnellate di Dvd)? E' un disastro deontologico, questo: perché - se ci penso bene - dovrei essere io stesso a sconsigliarti la lettura di un mio libro, qualora lo pubblicassi. Spendi i tuoi soldi per Richard Yates, piuttosto!, dovrei dirti se fossi intellettualmente onestissimo (e non lo sono affatto).

Però, a parte questo, giuro che sono di sinistra.

lunedì, 18 aprile 2005

Una biografia
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Sarà un grande scrittore e tutti rideranno per via del suo nomen omen: Dante. Si divertirà ad ostentare falsi pregiudizi e tipici vezzi da artista: certe volte vestirà come un sessantottino o come un comunista praticante. Avrà questi jeans malandati e scarpe con la suola consumata. Avrà sempre la barba incolta e – in generale – camminerà molto spesso con le mani in tasca. Dante passerà parecchi anni della sua vita a consegnare manoscritti a un dipendente delle Poste e a lungo riceverà lettere di Rifiuto da parte dei Gentilissimi Editori. Collezionerà tante buste indirizzate a lui medesimo nella forma di Egregio Scrittore e ogni volta penserà che un giorno – prima o poi – gliela farà pagare a quelli lì. Dante crescerà con il mito di Freddie Mercury e Oscar Wilde e a tutti dirà – con quell'aria un po' così – che i suoi modelli più importanti sono omosessuali. Leggerà libri di autori americani e vorrà a ogni costo imitare la meta-narrativa di John Barth. Compirà diciotto anni un giorno piovoso di aprile e inseguendo un autobus con quattro amici si divertirà a notare come i colori della strada perdano contorno sotto i piedi. Amerà una ragazza mora con gli occhi grandi che lo renderà felice e gli farà venire voglia di essere uno scrittore vero (migliore). Conoscerà, Dante, la bellezza di vederla piangere o ridere con il naso calato sopra righe scritte apposta per lei. Un giorno gli domanderà: «Perché tutti i libri sono al passato remoto?» e questa sconcertante scoperta gli farà venire voglia di scrivere una storia tutta al futuro in cui ogni cosa succederà e nulla sarà già successo: un'ode all'ottimismo. Poi si lasceranno, ché le cose belle giammai sono eterne e Dante, prendendole la mano per l'ultima volta, le dirà: «Non sarai più la mia Beatrice». Di questa cosa rideranno con gli occhi pieni di lacrime e tutti e due penseranno che l'amore è un ramo pieno di spine quando finisce. A 28 anni, Dante sfiorerà con le dita l'eventualità di lasciar perdere, amareggiato e abbattuto da tante delusioni e strade senza uscita. Lotterà, certo, e più di una volta – nottetempo – si rigirerà tra le lenzuola incapace, tra tanti pensieri di rivoluzione, di trovare quello semplice del sonno. Un giorno di particolare sconforto dirà al suo migliore amico: «Ma perché mi chiamo Dante?». Un bicchiere via l'altro, la conversazione assumerà toni più sereni fino alla risolutiva pacca sulla spalla e il brindisi - l'ennesimo - alle cose belle della vita. Gli diranno: accetta compromessi. Gli diranno: piega le ginocchia un po' di più. Gli diranno: mettiti in fila come gli altri. Glielo diranno in tanti e Dante risponderà sempre nell'unica maniera possibile: scrivendo e scrivendo un'altra pagina senza pensare - mai - al tornaconto personale. Vivrà comunque soddisfatto, vanterà sempre quella capacità mica di tutti di saper incrociare le braccia al petto e prendere tempo senza fare nulla.  Un giorno qualcuno - forse in questo preciso istante, forse addirittura tu - leggerà di lui e penserà di assomigliargli e dovrà sapere - allora - che è proprio come scrivono nei libri e che Dante alla fine c'è riuscito eccome a riveder le stelle.

sabato, 16 aprile 2005

Cose strane che succedono
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Su questo blog - che assolutamente vi consiglio di visitare - ci sono, tra le altre cose, tante e bellissime foto di viaggio scattate e raccontate da Corinna. Lei come me è rimasta stregata dalla magia di Cuba; perciò sono andato a vedere le sue istantee di viaggio e ho trovato questa foto qui sotto.

E - adesso - giuro che quest'altra foto l'ho fatta io. Durante la mia vacanza lì. In tutt'altro periodo (credo). E sempre giuro che Corinna ed io non ci conosciamo, né io avevo mai saputo nulla del suo sito prima dell'altro ieri. Per il resto - e appurato che lei è decisamente più brava con la macchina fotografica di me - i due scatti sono spaventevolmente identici.

giovedì, 14 aprile 2005

Il tatuaggio spiegato alla madre
Categoria:narrativa, quotidianismi, scritto da stefano havana


Il problema numero uno è che tua madre ti pensa normale e il problema numero due è che tua madre pensa che farsi un altro tatuaggio sia da sconsiderati. Il risultato della banale equazione è un'espressione sbigottita sotto gli occhiali, mentre le labbra le si storcono in un'aria da rimprovero e la capacità di emettere fonemi si manifesta in una frase che ha inizio con un risucchio d'aria epocale e che non vedevi più o meno dall'ultima volta che hai avuto 12 anni (allora era stato il rimprovero per non aver fatto tutti tutti i compiti). La cosa di per sé ti fa sorridere e contemporaneamente ti intristisce: perché adesso hai 25 fottuti anni (dicono nei film americani) e per quanto tua madre possa imporsi, mettere il broncio, incrociare le braccia e darti le spalle - ebbene - non ci sarà nulla che possa fare per deviare la tua malsana idea. Lo sai tu e lo sa lei, mentre lava i piatti e la fede tintinna contro il rubinetto (è il rumore che più di ogni altro hai deciso che ti mancherà, quando tutto questo non ci sarà più). Ora: non è che un altro tatuaggio nella vita di un figlio sia la cosa più drammatica che possa capitare. Per questo il problema è un non problema, in verità. Però, certo, esiste: come quei litigi moglie-marito incentrati su qualcosa di molto Stupido e molto Risolvibile e che pure quando sono finiti si ripercuotono in silenzi pesanti durante le ore dei pasti (ci fai caso, perché nessuno alza gli occhi se non sulla televisione e ogni volta che una posata impatta contro il piatto c'è tutto questo senso di colpa che gravita per aria). E sempre a proposito di cose che sai tu e che sa lei, entrambi sapete che il motivo del contendere (l'altro tatuaggio) appassirà presto. Addirittura ci state già scherzando su, quando ancora le parole della rivelazione non si sono posate in terra: lei ti dice che dovrai dire addio alle sue torte e tu ci ridi su come piace a lei e contemporaneamente ti intristisci un'altra volta perché un giorno così brutto verrà pure senza ulteriori tatuaggi (prima o poi). Quando lei ti chiede informazioni più precise (lo fa asciugandosi le mani nello straccio che durante tutti gli anni della tua vita, ha sempre chiamato strofinaccio) tu scherzi un'altra volta chiedendole se ha presente Mike Tyson. Lei fa due occhi grandi così (che sono un po' i tuoi e un po' no, perché i tuoi sono a metà con quelli di tuo padre) e ti dice sì, col cazzo. Cioè, non ti dice proprio così: lo dice in quella maniera gentile delle mamme, ma tu è così che te l'immagini. Sorridi un'altra volta le dici no, dai. Tranquilla, non cambierò. Sarò sempre il tuo disastroso figlio. Al limite, ecco, il tatuaggio sulla faccia me lo regalo per i miei primi cinquant'anni. Vedi tua madre che alza le spalle (ti domandi quand'è stata l'ultima volta che le ha alzate così nel gesto di dire massì, facciamolo, davanti a una proposta folle) e voltarsi di nuovo, sempre con quell'aria serena sul viso che speri - più dei bellissimi occhi e dei bei lineamenti del viso - ti abbia trasmesso. Ecco, bravo, tanto allora non ci sarò più e potrai fare quello che vuoi. Lo dice senza gravità: non è un discorso sulla vita o sulla morte, questo. Allo stesso modo tu, lo prendi con la stessa leggerezza anche se - mentalmente - stai facendo le addizioni.

E, niente, che stavamo dicendo?
Oh, sì, il mio secondo tatuaggio.

mercoledì, 13 aprile 2005

L'uomo a spicchi
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Ieri mi sono successe diverse cose. Due ne voglio raccontare, mentre l'ora si fa tarda e io dovrei già essere altrove. La prima: andando in palestra ho incocciato due ragazzi - uomo e donna - giovani e abbracciati che stavano baciandosi in piedi sul bordo della strada. Un'ora e quarantacinque minuti dopo - al mio ritorno presso quella stessa strada - erano ancora lì, lo stesso bacio sulla bocca. La seconda: nei pressi del lavoro, la macchina già parcheggiata, un uomo si è avvicinato per domandarmi un'informazione. Non gliel'ho saputa dare, ma l'aspetto importante è che quel signore aveva addosso un odore fortissimo di mandarini. Non mi era mai capitato in vita mia e a un tratto mi è sembrata una cosa particolarmente ridicola e - addirittura - che la sua pelle tendesse all'arancione e il suo interno fosse a spicchi.

martedì, 12 aprile 2005

Questione di punti di vista
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Quattro scarpe, due paia. Salta all'occhio - nonostante il buio - un'ovvia caratterizzazione uomo-donna. Il primo paio: Nike. Bianco panna. Pistoncini rossi. Fasce laterali rosse. Modello Shox, euro 135. L'altro paio: decolleté. Nere. Di pelle. Semplici con tacco da nove. Indossate a nudo, senza calze o che. Euro 195. C'è tutto un giocare a nascondino, tutto uno sfiorarsi e starsene alla larga: potessero arrossire le scarpe, sarebbe una festa color porpora e lacci per aria.

Le Nike color panna sono parallele, le punte ben fissate a terra, il tacco sollevato a formare un arco: oscillano seguendo lo sconosciuto ritmo dell'imbarazzo e del Non Saper Restare Ferme. Con loro vibrano i jeans chiari e le ginocchia: il moto arriva però indisturbato soltanto alla vita. Poi si spegne. Le decolleté nere sono su due piani differenti, una più sopra, l'altra in basso. Questo perché la legittima proprietaria tiene le gambe accavallate - la destra sulla sinistra - e in questo modo scorgiamo i jeans aderenti che risalgono di un po' lungo il polpaccio: scopriamo un piccolo tatuaggio a forma di delfino sopra la caviglia. C'è questa danza del corteggiamento: le posizioni appena raccontate cambieranno e sarà un lento mutare come di stagioni. Ciascun movimento recherà con sé un preciso bagaglio di significati, nonostante l'azione  - quella vera - quella inflazionata dei racconti dell'amore - se ne stia tutta sopra, sul tavolo, nel regno dei gomiti e dei bicchieri, nella terra delle mani e dei portachiavi, dei telefonini e delle candele accese. Noi no: il nostro punto di vista - stavolta - esige di restare sotto, tra acari e piccole striscioline di carta, tra lame di luci frastagliate. Ma ecco che le Nike color panna fanno tintinnare i tubi d'acciaio della sedia Ikea forse preparandosi all'attacco; le decolleté di pelle nera, invece, godono sempre della stessa posizione sebbene lei abbia dato inizio a un certo moto oscillatorio che è a metà tra l'imbarazzo, l'emozione e una vaga alchimia di inconsapevole femminilità. Incredibile da pensare, ma davvero un innamoramento può cominciare da questi bassifondi. E' tutta un'unione di piccole cose che rende una persona affascinante: io credo - per esempio - che tale movimento di su e giù si ripercuota in qualche modo sopra il tavolo in una appena percettibile oscillazione dei capelli, la quale porterà (prima o poi) lei a riavverseli delicatamente dietro le orecchie con una manovra naturale dell'indice e lui a notare il gesto d'istinto, portando immediatamente dopo le scarpe a cambiare posizione.

Più tardi addirittura un bacio: le dita di lui sotto il mento di lei. Le scarpe - tutte e quattro - ben piantate in terra davanti a un portone. Le punte di barba di lui a fare il solletico sul collo di lei. Sotto quel tavolo abbandonato nient'altro che due scope che si scontrano per caso.

lunedì, 11 aprile 2005

Talking about cinema
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


Amico di Ste: Non so che dirti. Ci sono pochi film che amo godermi con leggerezza come Harry ti presento Sally.

Ste: ....

Amico di Ste: Quando al fast-food le servono il panino vuoto con tutti gli ingredienti a parte e si vede che se lo farcisce da sola, ecco, quello è saper raccontare una storia!

Ste: ...

Amico di Ste: Adoro Bob Reiner. E' un narratore discreto e senza pretese. Uno che sa prendere una storia e sa fartela vedere. Manovra la telecamera come un pizzaiolo fa volare la pasta: nulla che tu non abbia già visto, ma comunque ti chiedi come ci riesca.

Ste: ...

Amico di Ste: Per non parlare dei protagonisti! Ecco, quando penso a un film che non avrebbe mai potuto essere interpretato da nessun altro al di fuori degli interpreti che l'hanno effettivamente interpretato, io penso a Harry ti presento Sally.

Ste: ...

Amico di Ste: E le nevrosi di Billy Christal? Ne vogliamo parlare! Molto Woody Alleniano, certo. Ma d'altra parte per essere una commedia interamente ambientata a New York, è fin troppo poco manierista. Ma tu, scusa, che ne pensi?

Ste: Bof. Io quando Meg Ryan simula l'orgasmo al ristorante, non posso fare a meno di sentirla in lingua originale.

sabato, 09 aprile 2005

Esegesi di un genetliaco
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Ho ricordi confusi di quel giorno. Non dovrei dirlo da solo, ma - giuro - nel mio caso fu una bella fatica e neanche granché riconosciuta. Tutti a fare complimenti agli altri, poi, nessuno che mi si sia cagato, devo ammetterlo. E poi è comunque una giornata di responsabilità. Vai a dormire con quella distinta sensazione di angoscia che provi a quindici anni la notte prima di un'interrogazione di Italiano; te lo eviteresti, se potessi. Anzi, diciamo che preferiresti risvegliarti a cose già fatte e conluse. A voler proprio essere sinceri, l'ideale sarebbe risvegliarti direttamente adolescente, vestito di jeans strappati e scarpe alla moda e con un sacco di cazzi già risolti. Che so: il primo bacio (quello un po' goffo con troppo scambio di saliva che non sai mai dove mettere mani e lingua, fondamentalmente), il primo ginocchio sbucciato (o peggio), la prima volta che attacchi un orecchio alla porta e scopri che i tuoi genitori sanno anche litigare e parlarsi addosso. Risvegliarti così, che tanto uno a quell'età sa subito ambientarsi: il primo preservativo srotolato senza capirne il verso, la prima ubriacatura col palmo della mano poggiato sul cofano della macchina e in testa quell'unico pensiero di Non Lo Farò Mai Più. L'amore, naturalmente: ecco, risvegliarti con la prima vera sofferenza d'amore già alle spalle (per accorgertene, basta guardarti le nocche: sono spellate quando soffri d'amore. Tutti quei pugni all'armadio e alla scrivania lasciano il segno). Magari vedi di evitarti pure la scuola, il liceo, l'esame di maturità. Ora, sinceramente non so quando ti toccherà: magari proprio oggi, come me. Oppure domani. O no: non spetta a me deciderlo. Non so come funzioni prima che succeda, te l'ho detto: ho ricordi confusi di quel giorno. Il mio consiglio, però, è di non perderti davvero nulla: di tutta la sofferenza che uno crede di vivere da ragazzino, poi restano solo cose belle (e questa è di uno scrittore bravo che quando sarai grande ti consiglierò di leggere). Quindi vai: a testa bassa e senza timori ché la vita è una figata pazzesca (non è così che dite voi giovani?). Amico mio che stai per nascere, vivere è il trenino elettrico più divertente che mi abbiano mai regalato.

E una cosa so: pioveva come oggi, allora.
Era un 9 aprile di 25 anni fa.

venerdì, 08 aprile 2005

Uno sproporzionato tavolo nero
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Dovete sapere che ieri pomeriggio me ne stavo al mio corso di scrittura. C'è questo fatto che la morte del Papa sembra avere avvolto la città in un velo di ridicola e retorica costernazione, ipocondria; le strade sono strane, la gente cammina come senza una mèta. I vigili - solite guardie senza morale - smanettano isterici come se ovunque fossero piazzate granate e dappertutto i poliziotti scorrazzano vanamente a sirene spiegate a bordo di motociclette di grossa cilindrata, sostitutivi del pisello. Forse (o forse no) tutto ciò c'entra col fatto che al corso, ieri, eravamo soltanto in tre.

 

Ci siamo seduti allo sproporzionato tavolo nero (è una stanza bellissima, piena di libri disordinati, oggetti a cui non riesci a dare un nome - ieri c'era un enorme martello gonfiabile dei Looney Tunes in terra - e il tetto spiovente tipo mansardina), ciascuno di noi a un lato con gli zaini depositati in terra. Ho allungato le braccia e le gambe, finalmente fermo dopo una giornata di lavoro; chiacchieravamo come si chiacchiera su un aereo nelle ultimissime fasi dell'atterraggio. Poi abbiamo cominciato a leggere Carver, ognuno con la sua copia; c'era tutta quest'aria morbida da domenica mattina in giro, non so se mi spiego. Stavamo seduti scomposti, rilassati. D____ - che di solito non ha un dito fuori posto - ha azzardato un piede sulla sedia, addirittura: lui ha quarant'anni e uno di quarant'anni, in attesa del primo figlio, non t'aspetti che sieda con un piede sulla sedia e il gomito sul ginocchio. Leggevamo Carver un po' per uno, ad alta voce, lentamente. C____ - che tiene il corso - ogni tanto ci fermava per farci notare certe cose. Prendevamo appunti, parlavamo, posavamo domande, spingevamo battute sulle donne (il racconto trattava di una donna schizofrenica). A turno, dalla voce di ciascuno, il racconto andava avanti. Dalla finestra della mansarda entrava questa luce, avete presente? Quella dell'ultimo pomeriggio di primavera, quella che si allunga sulle cose e le fa diventare rosse rosse. Quella che immortala gli acari della polvere per aria: ho sempre dato a questo tipo di luce il significato della spensieratezza, del relax, della calma, dell'assenza di fretta. E' la stessa luce che mi ricordo nel salone di casa mia le prime giornate di vacanza estiva; la stessa luce che c'era sempre da mio nonno, quando andavamo a trovarlo, e che colorava i suoi oggetti vecchi, le sue poltrone fuori moda e le sue nocche consumate. E' la stessa luce che c'è sul lungomare della Havana alle sette della sera, quella che scioglie il ghiaccio piano.

 

Leggevamo Carver seduti a quel tavolo nero, i pugni delle mani stretti sulle guance a reggere la testa, e tutto quanto sembrava andare veramente bene.

giovedì, 07 aprile 2005

La goccia che fa traboccare il vaso
Categoria:politica, scritto da davide firenze


Va bene tutto, va bene l'occupazione di tutti gli spazi televisivi e non, va bene il mandare definitivamente a puttane lo Stato laico, va bene lo spamming sms (che per chi ha qualcosa come 15 sim di prova è ancora più fastidioso), va bene anche la mancanza di rispetto verso chi non crede e non è particolarmente interessato a questi funerali, ma questo è davvero troppo:

Accogliendo la proposta del sindaco di Roma, Walter Veltroni, il presidente e amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Elio Catania, ha deciso di intitolare la stazione Termini a Giovanni Paolo II.

Ero raggiante per il risultato elettorale, a questo punto credo di aver capito chi non voterò mai più in vita mia.

giovedì, 07 aprile 2005

Luoghi comuni sfatati
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Ma intorno a voi sta capitando almeno una - dico una - delle cose che dovrebbero succedere ogni morte di Papa? Io sto aspettando fiducioso, ma finora nisba.

martedì, 05 aprile 2005

In the laps of the gods
Categoria:musica, scritto da stefano havana


So solo che stamattina mi sentivo né più né meno una tacca sotto Gesù Cristo e che camminavo con la giacca stesa sulla spalla e tenuta per l'indice. Come Edward Norton in Fight Club: io sapevo. Sfidavo gli altri a riconoscermi: sono stato al concerto dei miei Queen ieri sera, si vede? Così pensavo mentre giocavo a trovarne altri come me.

C'è stata questa esplosione. Non subito. A un certo punto. Più o meno durante These Are The Days Of Our Lives, con le immagini di Freddie sul maxischermo. I still love you... come lo fai a spiegare? Come lo puoi anche solo scrivere senza cominciare dal fatto che tu in mezzo a tutta quella folla stavi piangendo? Io non so dove siano andati Fede e Gian, durante il concerto. Non so dove siano finiti con i ricordi. Non lo so. So dove sono andato io. So che ho ripensato a tutto: tutte le macchine che ho cambiato e dentro sempre i Queen. Gli amori che ho vissuto e in sottofondo sempre i Queen. Le estati al mare e sempre i Queen insieme al sole che nasceva sul mare. I rum e l'erba. L'alcol e il contachilometri a 190 all'ora: sempre i Queen. Dalle audiocassette al mio primo cd: sempre i Queen. Non so dove fossero tutti: io - nell'arco di una sera - ho avuto ogni età della mia vita, una dopo l'altra. Sedici anni, soprattutto: con Antonio e il Greatest Hits II nello stereo. Accendi il Super Nintendo che ci facciamo una partita. Tempi di Magnum P.I. e McGyver.

Quei litigi con Giovanni, ché a lui piacevano più i Megadeth. Quegli interminabili pomeriggi estivi: è meglio Brian May o il chitarrista dei Guns? Con Freddie Mercury non c'era gusto: gli angeli e i diavoli mettono sempre d'accordo tutti e lui li era entrambi. C'era questo libro con tutti i testi: stavamo giù in cortile a leggerli e qualche volta cantavamo sottovoce. Fairytales of yesterday will grow, but never die, soprattutto. Ci piaceva un sacco quella frase.

Non ho fatto in tempo, Freddie scusami. Anche se - poi - ogni tanto penso che non t'avrei mai voluto vedere vecchio. Invecchiato. Sono una puttana della musica, dicesti una volta. Adesso i miei amici sapranno perché ogni tanto dico anche io così, nei discorsi, riferito ad altre cose.

E poi che ne so. Io stavo a Wembley ieri. C'è tutto questo giocare d'immaginazione, certe volte. Wembley, semplicemente. A Londra: sentivo il profumo di Margareth Tatcher. This is a new song: Who Wants To Live Forever, disse a un certo punto Freddie a Wembley. Ieri non l'hanno proposta, ma io ce li ho avuti lo stesso 17 anni e mettevo le cuffiette nelle orecchie di Sarah e le dicevo senti. E mi ricordo i suoi occhi - giuro me li ricordo adesso e me li sono ricordati ieri mentre non trattenevo le lacrime - i suoi occhi che improvvisamente diventavano grandi. Grandi, enormi. Due smarties neri in un pozzo bianco. Io avevo 17 anni, lei aveva 16 anni e chissà se adesso - ovunque sia finita - li ascolta ancora i Queen che le ho fatto conoscere io quel giorno in montagna, la mia prima cotta vera.

Che gonfio il cuore. Che voglia di impazzire. Che cos'è tutto questo se non un altro amore?

E' una specie di magia: la musica fa andare indietro quel carrello dei ricordi. Chissà perché. Chissà dov'è la musica quando non viene suonata.

Guardo Brian che è a due metri da me. Lo guardo e rido, gli urlo in romanaccio: Aho, tirate fuori er vero Brian, quello vecchio. Perché cazzo, Brian: ma quand'è che ti deciderai a invecchiare?

Ti ho anche maledetto a un certo punto, Brian: decidevi sempre di muoverti un istante prima che io scattassi. Già fare foto sottopalco è da folli o perfetti geni; poi ti ci mettevi anche tu. Brian è sempre stato il mito un po' di tutti i musicisti che ho conosciuto in vita. Federico, Antonio. Già Antonio: vaffanculo Antò, ma perché non sei venuto? Me li hai fatti conoscere tu i Queen, lungo quei pomeriggi strani, ti ricordi? Passavamo un sacco di tempo a riempirci di botte, poi un giorno mi dicesti tieni. Te l'ho mai più ridato quel Greatest Hits I?

Essì.

Quante cose sono stato ieri sera? E in quanti posti? Sono stato a quel concerto di Fede all'Alpheus, per esempio. Ci ho pensato. Eravamo ancora al Liceo, tutti quanti. Mezza classe in prima fila, perfino la professoressa di greco e latino: e c'era Maucci alla batteria che andava fuori tempo (mi sono imprevedibilmente ricordato il suo dissennato amore per i Poison). Sono tornato sui banchi di scuola, certamente, ma non a ricordare la scuola. Mentre Brian cantava e Roger pestava con le bacchette e It's a Kind of Magic diventava Love of My Life, ho ripensato a quando Fede - a quindici anni - mi riempiva il diario con i nomi dei cantanti e dei musicisti  e dei gruppi che piacevano a lui: era tutto uno Slayer e Metallica e Ozzy e Randy Rhoads in giro su quei fogli quadrettati e nei walkman nell'ora di palestra.

Gli facevo questo gioco, a volte. Gli chiedevo a Fede: preferiresti venti miliardi di lire oppure la possibilità di dieci minuti di assolo tutti tuoi a Wembley? Lui ci pensava sù - giuro, si faceva serio - magari nella sua testa gli passavano tutte le macchine sportive che avrebbe potuto comprarsi con venti miliardi, i viaggi, le donne, i vestiti. Poi semplicemente si alzava, se era seduto, piegava un po' le ginocchia, metteva le mani sul piano immaginario di una chitarra e  - al diavolo i soldi - con la bocca faceva quel verso: piiiiiiiiiin, muovendo le dita in una serie di arpeggi simulati. Gli venivano i capelli neri come Brian, la classe diventava una bolgia e - come ieri sera al concerto - non importava più nulla di dove si fosse: Wembley!

Piiiiin! Quante volte, Fede.

In realtà sono felicissimo. Ma non riesco a dissipare questa specie di malinconia, adesso. Come quando suona l'ultima nota della tua canzone preferita che la radio - all'improvviso - aveva indovinato. Non lo so se rendo. La vorresti afferrare con l'ultimo centimetro delle dita, ma non ci riesci - puf - va via.

Quante volte ho sentito questo puf, ieri sera.

Un milione e trentatré.

Mi ero dimenticato quanto ci si sente leggeri a sedici anni.

Quando avevo sedici anni, per esempio, Roger indossava magliette a righe verticali e aveva questi capelli lisci, lucidi. Lui sì che è invecchiato. Però faceva ancora quel giochino con le bacchette: l'ho visto. A sedici anni lo facevo sempre anche io con le penne, a scuola. Facevo finta che tutti mi guardassero (soprattutto Ludovica, lo ammetto che mi piaceva allora anche se a sprazzi - spesso mi stava sulle palle), io il grande batterista. Qualche volta la penna mi cadeva sul linoleum macchiato della classe e allora sparivano i fumogeni e i pugni stretti dei miei fans. Ludovica si staccava dal mio collo - vestita come Jessica Rabbit - e io tornavo improvvisamente alla lezione di matematica, ops.

Che decollo che è stato.

Mi immagino tutte queste persone nel cielo di Roma che tardano ad atterrare. In the laps of the gods. Massì.

martedì, 05 aprile 2005

Dio salvi la Regina
Categoria:musica, scritto da stefano havana


Qualcosa di irraccontabile, giuro. Ho scattato questa foto solo un paio d'ore fa e non l'avrei mai creduto possibile. Quante volte avrò avuto sedici anni stanotte? Domani vi dico, se vi va. Adesso non ho più voce, né sentimenti. Ho spremuto tutto e sono semplicemente felicissimo. Come faccio a dirvi cosa sono per me i Queen?

domenica, 03 aprile 2005

Già cominciano i miracoli: oggi tutti verdi i semafori
Categoria:attualità, scritto da stefano havana


La prima volta che pensai a Giovanni Paolo II fu qualche anno fa, credo fosse il 1999 o il 2000 (questo inizio potrebbe lasciar presagire qualcosa di molto lungo e pomposo, tipo c'era una volta tanto, tanto tempo fa, invece non temere: tutto si esaurirà in un battibaleno). Stavo seguendo uno dei miei tanti corsi (ne ho fatto pure uno di doppiaggio): quella volta era di giornalismo. Si parlava dell'intervista, dell'intervistato e dell'intervistatore. Si parlava delle chiavi da utilizzare per innescare un meccanismo di interesse e - in parole molto più banali - l'oggetto della lezione era relativo al Trovare Qualcosa Di Molto Fico Da Chiedere All'Intervistato.

Ci venne proposta una serie di esempi (insieme a molti filmati particolarmente noiosi e troppe volte interrotti per lasciare spazio alle spiegazioni), fino a che qualcuno non sollevò la più tipica delle riflessioni, ovvero: cosa chiedere a un grandissimo personaggio sulla bocca di tutti che non sia già stato domandato? A molti venne in mente il Papa, appunto (ecco fatto, ci siamo già arrivati, visto?), me compreso. In macchina (macchina? Siamo sicuri? A me sembra molto più probabile che allora utilizzassi il motorino) cominciai a pensare - da giornalista - alle domande che avrei fatto al Papa se lo avessi avuto davanti. Il tempo di arrivare a casa (quindici minuti circa) e avevo capito che da giornalista non avrei mai costruito nessuna intervista interessante con il Papa (o con Gesù Cristo, o Ghandi o Nelson Mandela o Groucho Marx). Per Trovare Qualcosa Di Molto Fico Da Chiedere All'Intervistato, ecco avrei dovuto vestire i panni più indulgenti e meno irretibili del passante occasionale, dell'osservatore medio, dell'imberbe e timidissimo ragazzotto che osa arrivare fino ai piedi di un Trono a chiedere udienza. Nella mia testa, allora, cominciarono a gocciolare diverse idee finalmente interessanti: credo che tra la salita in ascensore e la tipica pipì post-rientro a casa, io fossi riuscito a stilare diverse domande che avrei rivolto al Papa se io - Intervistatore - avessi potuto Intervistarlo. Col tempo le ho limate ma tuttora restano sostanzialmente le medesime. Potrebbero sembrare ironiche, ma giuro che se io fossi il direttore di un grande giornale e me ne dessero la possibilità, a costo del licenziamento io gli domanderei così e in nessuna altra maniera:

- Papa, mi racconti l'ultima volta che sei stato innamorato? Raccontamela bene, però

-
Papa, tieni, questa è una cravatta. Mi fai vedere come fai il nodo?

-
Papa, immaginiamo che un giorno tu muoia. Immaginiamo che tu salga su in cielo, lì dove hai sempre rivolto i tuoi occhi di una vita di preghiera e immaginiamo che una volta morto e una volta su in cielo, tu non ci trovassi nulla. Nemmeno un Dio ad aspettarti. Solo un enorme deserto di buio e tanti cartelli infilati nel terreno con la scritta "Scemo! Scemo!". Tu, Papa, ti incazzeresti proprio molto?

-
Papa, te lo ricordi l'ultimo film che hai visto?

-
Papa, quand'è stata l'ultima volta che hai usato i soldi?

-
Papa, tu ce l'ha una carta di identità? Un passaporto per i tuoi viaggi? E se sì, alla voce professione, che c'è scritto?

- Papa, se da domani tu non fossi più Papa quale sarebbe la prima cosa - la primissima, subito senza pensarci - che faresti?

-
Papa, tu sei stato in tutto il mondo. Hai visto posti inimmaginabili, luoghi meravigliosi sparsi per tutti i continenti ma - dimmi - da Piazza San Pietro, se ti lasciassero da solo, sapresti arrivare a Via Cola di Rienzo?

-
Papa, quanto costa un litro di latte? Non intimidirti, sai: nemmeno io lo so

-
A cos'è che pensi, Papa, quando sei solo a letto e nessuno ti guarda e neanche una telecamera ti spia e hai già recitato tutte le preghiere?

-
Papa, qual'è stata l'ultima parolaccia che hai detto e in quale occasione?

E alla fine gli chiederei di fare una domanda lui a me.
Così. Mi piacerebbe vederlo pensare a qualcosa da dire di completamente inaspettato.

domenica, 03 aprile 2005

Addio, ribelle
Categoria:attualità, scritto da granduca di palau


Addio Signore della Pace, solo ora capisco appieno che la Grandezza appartiene a un nugolo strettissimo di eletti, non a tutti i falsi eroi che spacciamo per miti.

Tu eri un ribelle vero, un progressista convinto, un operaio con coscienza e forza da imperatore. Tu contro i mores di Santa romana et Corrotta Chiesa, tu contro il vecchiume dei testi, tu contro l'immobilità del cattolicesimo e delle sue grette tradizioni. Ora splendi su di noi e tracci un solco tra i secoli, tra le ingiustizie passate e le certezze del presente. Abbiamo avuto fiducia in te perché eri forte come un combattente, eri il comandante di mille battaglie vinte.

Addio Karol, il mondo da stanotte perde il piu grande statista del secolo.

sabato, 02 aprile 2005

Dedicato soprattutto a quelli con le chitarre
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Ha ragione Mauro Biani.

L'AdnKronos, invece, non ci ha capito un cazzo (via Dave).

venerdì, 01 aprile 2005