sabato, 31 dicembre 2005

Occhio per occhio
Categoria:mondo, attualitĂ , scritto da andy capp


deportatoA volte non basta una vita per confessare un segreto. Ai vendicatori sono serviti quasi sessant'anni per rivelare il loro. Una vita dedita alla vendetta. Una vita senza perdono. Durante la vigilia di Natale alla tv israeliana un gruppo di vecchietti sopravvissuti alla Shoah ha trovato la forza di raccontare la propria storia, quella dei vendicatori, una squadra della morte che in silenzio eliminò centinaia di nazisti. Di loro se ne era già parlato qualche anno fa in alcuni libri. Nel più famoso, The avengers di Rich Cohen, vennero ricostruite (sotto forma di thriller) le azioni di guerriglia di un movimento clandestino ebraico composto dal giovane Abba Kovner (1918-1987) e dalle sue impavide compagne Vitka Kempner e Ruzka Korczak. Il movimento, in verità, si era già costituito a Vilna dopo l'invasione della Polonia da parte dei sovietici nel '39; ma con l'arrivo dei tedeschi e la distruzione del ghetto, fuggì per formare, insieme ad altri compagni, una brigata di partigiani ebrei nelle foreste polacche.

Oggi di nuovo c'è che è stato rotto il silenzio. Hanno parlato, hanno confermato. Le squadre nacquero per vendicarsi delle SS naziste e agirono su vari livelli: le operazioni più facili avvenivano di notte, quando con abili travestimenti da soldati americani e inglesi venivano rapiti e giustiziati ufficiali tedeschi. Ma durante la trasmissione tv è venuto fuori anche di un attentato ben più grave per intenzioni e proporzioni: con dell'arsenico proveniente da Parigi, 3 mila forme di pane destinate alle mense dei campi di prigionia americani a Dachau e Norimberga vennero avvelenate. Secondo il racconto dei vendicatori oltre 2 mila prigionieri nazisti mangiarono quel pane, ma le cronache del tempo parlano solo di 200 ricoveri per malore. In una recensione al libro di Coehn il Times ha definito la storia di Abba Kovner e dei suoi compagni della foresta "muscolare, tutta ardimento e intraprendenza, più vicina all'immagine del combattente israeliano nelle guerre mediorientali che a quella dei perseguitati".

Nel mese di novembre del 2005 è scomparso, all'età di 97 anni, Simon Wiesenthal, il più famoso cacciatore ebreo di nazisti del dopoguerra. Nel '45 all'uscita dal campo di concentramento di Mauthausen preparò la risposta per quando avrebbe incontrato la morte: "Quando noi superstiti saremo nell'aldilà, i milioni di ebrei morti nei campi ci chiederanno, tu che hai fatto? Io ho costruito case, risponderà uno, io ho venduto gioielli, io ho scritto, io ho fatto l'impiegato in banca. Bene. E tu, Simon, che hai fatto? Io non vi ho dimenticati".

venerdì, 30 dicembre 2005

I due fighi e la figa
Categoria:viaggi, scritto da noantri


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mercoledì, 28 dicembre 2005

Non siamo mica gli americani
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana, scritto da noantri


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martedì, 27 dicembre 2005

Storie de Noantri - Er vicolo
Categoria:storie de noantri, scritto da andy capp


puntata precedente

roma sparita

Secondo alcuni storici vicolo è un termine improprio per una stradina che ha sbocco in entrambe le estremità, anche se da sempre è molto usato come diminutivo di via. Nella città moderna il vicolo è la stradina a fondo cieco, mentre nell'antica Roma si distingueva il vicus dal pagus. Gli abitanti dei dintorni dell'Urbe erano detti vicini (da vicus, villaggio) fino al decimo miglio delle mura serviane, mentre i pagani (da pagus, borgo, cantone) erano gli abitanti delle borgate prossime alla città. Tacito parlava di vicus come di una piccola via, un borgo, mentre Orazio lo intendeva come un quartiere, un rione.  In Cicerone vicus vale come villa. Nel dialetto romanesco vi sono alcune espressioni in cui gioca la parola vicolo: abbità ar vicolo der bove (essere cornuto); annà pe' vicoli (nascondersi). Nel Belli il vicolo è anche sinonimo di soluzione o pretesto: er vicolo lo trova de sicuro.

Via della Titta Scarpetta, che va da via dei Salumi a piazza Castellani a Trestevere, 'na vorta se chiamava vicolo della Titta Scarpetta. E ancora prima se chiamava vicolo della Scarpetta. Secondo arcuni er nome deriva dall'insegna de n'osteria che dava er nome a tutta la  strada, secondo artri, invece, da un pezzo de marmo che raffigurava un piede calzato insaccato nell'angolo der vicolo e poi levato dopo quarche tempo. Se dice che la famiglia prese er nome da quello. Ma la vera storia der nome de 'sta strada sta forse nell'azione valorosa de un giovane romano morto in guerra: nel 1559, durante l'assedio de Malta da parte de li Turchi, un sordato chiamato Titta Scarpetta, che faceva parte de la compagnia der capitano Pompilio Savelli, cor sacrificio de la vita propria impedì che li Turchi s'empadronissero dell'isola. Quer sordato valoroso, romano, abbitava proprio ner vicolo in questione.

domenica, 25 dicembre 2005

Pulp Fiction
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Ieri sera ho parlato di Carver con mia cugina. Le ho prestato un libro, ma a lei non sta piacendo. Ne abbiamo parlato in piedi, suo figlio correva in giro con una maschera di Spiderman. Ho detto una parola come a-lirico. Non credo di aver mai detto a-lirico a Natale. Sono fondamentalmente contro quest'odio preconcetto che c'è verso la due giorni più famosa dell'anno. Sì, è un San Valentino allargato, però già che c'è perché non viverlo senza lamentele? Fosse per me, farei una gran cena, la cena più grande del mondo; un tavolo pieno di cose da mangiare. Tutti in piedi. Farei una roba etnica, ogni angolo del tavolo una cucina diversa. Ci metterei un sacco di cose pacchiane, tutti si dovrebbero divertire. Il mio sogno è quello di unire le famiglie dei miei amici migliori: venticinque, trenta persone in casa. Sarà che i parenti sono sempre di meno e le cose da dire quasi zero. Ieri a parte Carver, me ne sono stato zitto tutto il tempo, dicendo roba tipo , no e ah. Ecco, io farei una cosa esagerata: metterei i cocktail, amici e parenti mischiati come il gin e il cointreau. Vorrei qualche ragazza con la gonna lunga e i tacchi, gente che non ho mai visto a cui offrire un bicchiere di vino bianco. Metterei il dvd di Pulp Fiction a volume basso e lo farei scorrere in sequenza per tutta la serata: sai che risate alla scena di Ezechiele? Dì «cosa» un'altra volta. Ti sfido. Dì «cosa» un'altra volta.

C'era perfino Babbo Natale ieri sera. Per i bimbi piccoli, sai? Allora un amico di qualcuno si è travestito da Babbo Natale. E' stato divertente, è entrato dalla finestra e tutto quanto. Aveva un vero sacco di corda che - dico - era perfetto. La barba, eccetera. Il piccolino se l'è guardato dal basso (bassissimo) in alto, aveva le manine intrecciate davanti alla bocca, poi si è piegato sulle ginocchia e ha urlato fortissimo: "Ma sei Massimo!". Era Massimo, ovviamente. Dubito che Massimo sia Babbo Natale: se non mi sbaglio lui ha un'officina da qualche parte. Più probabilmente era Massimo travestito da Babbo Natale per l'occasione. Noi ce ne stavamo tutti a ridere, un sacco di flash per le fotografie. Ma i bimbi, ecco, io li ho visti parecchio incazzati per questa cosa di Massimo. Avessero saputo dire bene le parolacce, secondo me ne avrebbero tirate fuori una pletora, prendendo a calci in culo quel Babbo Natale posticcio fino alla Lapponia. Ho detto a mia cugina che questa cosa Carver l'avrebbe raccontata alla grande. Così abbiamo ripreso il discorso: le ho detto che doveva dimenticarsi Baricco o che. Approcciare Carver con in testa Baricco equivale a portarsi alla bocca un cappuccino aspettandosi di sentire il gusto di un succo d'ananas. A lei piace Baricco, no? Anche a me piace, ma sono due cose diverse. E' come dire Hemingway. Si potrebbe dire che Hemingway è più vicino a Carver. Prendiamo la cosa di Babbo Natale-Massimo, ho detto a mia cugina:

Baricco: «Ma sei Massimo!». I sette anni del bambino stanno tutti dentro quelle dita rotonde accartocciate. Incapaci di uscire, eppure vogliosi di farlo. Dita abituate a plastica e zampe di dinosauri a norma cee. Dita della giusta grandezza delle narici; nessuno sa com'è che funzioni, eppure a un certo punto quelle dita cominciano ad allungarsi davanti a cose via via più scontate. Il senso di meraviglia avvizzisce e quello che prima si indicava, ecco che si possiede. «Tu sei Massimo!». Babbo Natale nega senza pietà, continua la sua parte mentre invece dovrebbe dissolversi all'istante. Nessuno capisce che da qualche parte, in un certo momento, negli ultimi trenta secondi quel bambino impiastricciato è diventato adulto.

Hemingway: Sul farsi della mezzanotte di quel Natale, il bambino - sette anni compiuti da un mese - decise di diventare adulto. «Ma sei Massimo!», strillò a Babbo Natale che distribuiva pacchi. Sulla tavola c'erano bicchieri rovesciati e molliche di pane. Alcuni si tenevano la pancia, le poltrone erano tutte occupate. I vetri appannati impedivano allo sguardo di scrutare l'esterno. Babbo Natale negò fino allo sfinimento, ma nulla sarebbe servito allo scopo: neanche non essere Massimo. La severa moralità della vita aveva decretato che quello sarebbe stato l'ultimo Natale in cui Massimo avrebbe noleggiato un vestito da Babbo Natale per 15 euro e 30 centesimi.

Carver- Bianca?
Sua moglie non si svegliò.
- Bianca?
Un mugugno.
- Bianca, forse avremmo dovuto sistemare meglio la barba.
- ...
- Hai visto come l'ha riconosciuto subito?
- ...n ci pensare....
- «Ma sei Massimo!» gli ha detto.
- Cresce...
- Ma forse se avessimo sistemato meglio la barba...
- ... tanto l'avrebbe scoperto tra un anno...
- Non ha neanche giocato con i regali...
- ...
- Gli abbiamo pure comprato quel castello...
- ... cosa...
- Ci sta il bicarbonato?
- ...
Si grattò il gomito nel buio, stimolandosi una piccola bollicina.
- Vado a vedere se trovo il bicarbonato.

Comunque non è questo quello che volevo dire in questo post. Intanto non volevo scrivere niente sul Natale, a parte il fatto di Massimo e Carver.

giovedì, 22 dicembre 2005

Michelangelo e il diavolo
Categoria:attualitĂ , scritto da stefano havana


Una storia veramente angosciante. Storia di teenagers e di polizia, storia di pedofili e Internet, storia di sesso e voyeurismo. Quando Justin Berry installa per la prima volta il software della propria webcam, non immagina il corridoio di incubo che si troverà a percorrere, più o meno consenziente, nei successivi anni. Ne ha solo tredici, al tempo, ed è appena una parvenza del tipico bel ragazzo americano che diventerà: capelli biondo-rossi a caschetto, mascella in via di definizione, petto asciutto. Solo un tronco di marmo informe: d'altra parte si sa come funziona nella mente geniale degli artisti. Michelangelo intuì La Pietà in un calco freddo senza foggia; il primo dei pedofili che si imbatte in Justin deve percorrere il medesimo processo rivoluzionario. Intravede nel busto senza muscoli del bambino una fonte di inesauribile arte onanistica: per questo gli propone di togliersi la maglietta in cambio di svariati complimenti. Justin resiste fino a quando l'uomo dall'altra parte della webcam gli propone 50 dollari di premio. «In piscina lo faccio per nulla in cambio, quindi che mi cambia?». Così comincia tutto: così il primo colpo perverso di scalpello contribuisce a tramutare il piccolo Justin – studente modello e atleta interessante – in magnate dell'erotismo minorile. La voce si sparge, Justin stesso non fa nulla per limitare la cosa: apre un sito personale, poi un altro e un altro ancora. Chat, forum, passaparola: 30 dollari, 50, 100. Qualcuno arriva ad offrirgli anche 300 dollari: lo vogliono vedere nudo, in boxer, lo vogliono vedere mentre si masturba, lo vogliono spiare mentre fa sesso. Tredici anni, quindici, diciotto e centinaia di migliaia di dollari accumulati così. Alla domanda di tutti i suoi clienti - «Quando?» - Justin risponde sempre allo stesso modo: «Appena mamma va a dormire».

Apre una wish-list su Amazon, una lista dei desideri piena di oggetti bellissimi per cui ragazzi della sua età fanno la fila nei negozi. Desideri che centinaia di uomini – professionisti, medici e tantissimi maestri di scuola – realizzano con il colpo magico della propria carta di credito. I pacchi arrivano direttamente a casa. Alla madre spiega: «Ho avviato una piccola attività via Internet». Nessuna domanda, nessun dubbio. Un padre lontano che un bel giorno lo chiama dal Messico: «Ehi Justin, raggiungimi qui. Ci facciamo qualche giorno di vacanza insieme». Justin va. Lo raggiunge e una sera gli confessa gli estremi di quella ricchezza e i particolari della sua "attività". Potrebbe essere l'inizio della liberazione: il padre di Justin, invece, si rivela niente di più che l'ennesimo Michelangelo dell'aberrazione e anche lui – come tanti altri – percepisce in quel marmo grezzo l'alba di un'opera d'arte. Appoggia il figlio nella cosa, anziché stringersi la testa tra le mani e cominciare a urlare: lo aiuta ad aprire un sito Web più ambizioso e lo favorisce nel trovare clienti. Gli agenti federali, oggi, sono in possesso di numerose registrazioni, audio e video, in cui è lo stesso papà di Justin a riprendere il figlio durante atti sessuali con eccitati professionisti della Los Angeles dabbene.

Passano ancora gli anni, i voti calano, Justin non esce più di casa, spuntano le occhiaie, calano gli interessi. Uno dei più grandi Michelangelo della perversione – fra i tanti – un giorno, gli fa una proposta irrinunciabile: «Ti prendo in affitto un bell'appartamento. In fondo alla strada. Tu non lo dici a nessuno. Sarà tutto tuo: in cambio noi ci vediamo lì quando te lo dico io». Justin accetta: capirai, una casa tutta sua, neanche maggiorenne. Lì, nella casa di zucchero della strega di Hansel e Gretel, si consumano le prime violenze, tutte taciute, tutte stigmatizzate. Arriva l'idea del suicidio, poi arriva il New York Times nella persona di Kurt Eichenwald, baldo giornalista che smaschera in un'inchiesta giornalisticamente meravigliosa tutti i fatti di cui sopra e molti molti di più. Li pubblica su uno dei giornali più famosi del Pianeta Terra e fa conoscere al mondo i misteri di Justin Berry. Convince il ragazzo a chiudere il business e a diventare testimone federale: non si contano più – allo stato attuale dei fatti – i pedofili messi in gabbia grazie a queste testimonianze. Tutti griffati con nome e cognome sulle pagine del NYtimes, senza appello, senza paura, senza vergogna, senza scialba retorica italianista.

L'informazione nostrana non ne ha fatto menzione, io l'ho scoperto tramite un link su uno dei miei blog quotidiani: Pandemia. Tutta la storia – in inglese – la trovate qui. Justin sta bene, a quanto si può capire dall'articolo. Come La Pietà, gli hanno costruito una barriera intorno e ancora oggi si possono notare le menomazioni dei vandali e contemporaneamente la firma indelebile dei tanti Michelangelo che l'hanno scolpito.

mercoledì, 21 dicembre 2005

A Natale nei cinema
Categoria:politica, attualitĂ , scritto da andy capp


Il Laureato Il Laureato

Quei bravi ragazziQuei bravi ragazzi

I soliti sospettiI soliti sospetti

lunedì, 19 dicembre 2005

King Kong
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


King KongMi è piaciuto lui, lo scimmione. Trovo che sia più profondo e credibile del miglior personaggio della commedia di Muccino e più verosimile e interessante del più verosimile e interessante protagonista di una commedia di Amelio. Non è che sia fatto bene tecnologicamente. E' scritto bene. Il che è diverso (merito anche al soggetto di Wallace, naturale). Non mi è piaciuto Brody: non dà e non toglie. Visivamente è quanto di più simile ci sia a uno struzzo, anche se comprendo che con quel naso lì le fantasie femminili siano assolutamente soddisfatte. Naomi Watts è bravissima: rende perfettamente l'idea dell'attrice frustrata e ho particolarmente apprezzato il ridotto uso delle urla nei momenti chiave di orrore: insomma, dopo Mulholland Drive e The Ring, comincio ad apprezzare sempre più questa cara ragazza sulla cui capacità avevo delle riserve. Non mi è piaciuta la pretesa di commozione: King Kong non commuove. Mai. Neanche un po'. Si sa dall'inizio dove vada a parare (a meno che non abbiate vissuto gli ultimi decenni su un luogo non più vicino di URANO) e là va a finire. Intenerisce, questo sì (la sequenza sul ghiaccio fa venire voglia di abbracciare il vicino di posto). Non mi è piaciuta la scena chiave, purtroppo, quella sull'Empire State Building (nonostante l'ultimo pianosequenza sia esattamente il medesimo di quello utilizzato per la caduta nella lava di Gollum ne Il Ritorno del Re - ecco, mi ha commosso più questo che il resto). Spiego perché: nell'arco di tre ore, in cui la sospensione della credulità riesce perfettamente, ecco che i nostri canali ricettivi si riaccendono quando i due protagonisti umani si regalano un abbraccio focoso e liberatorio esattamente sulla PUNTA del grattacielo più alto del mondo, lei in sottoveste e tacchi a spillo a meno dodici gradi di temperatura. Sembra pazzesco, ma è l'aspetto meno credibile del film, il che significa che il lavoro fatto è stato grandioso, mica il contrario. Però ho notato che gli spettatori RIDONO a guardare l'episodio in questione e non va tanto bene. Mi è piaciuta la divisione in tre atti, ciascuno con un uno specifico climax. Mi è piaciuto lo sfondo SEMPRE in movimento (quanto sei pacchiano, Peter!). Mi è piaciuta l'imperfezione fisica dello scimmione (denti rotti e mascella dislocata). Nota: Brody che scala la montagna per arrivare per la prima volta al cospetto di Kong assomiglia in maniera impressionante alla scalata solitaria di Frodo verso le Terre Desolate. Altra nota: la presentazione visiva dell'isola del Teschio ricorda in maniera impressionante la presentazione visiva delle miniere di Moria.

Scena imperdibile: l'approdo della nave all'Isola del Teschio è personalmente la cosa più bella che abbia mai visto seduto dentro un cinema (ok, ok, forse Gandalf che cavalca dentro Minas Tirith è almeno alla pari). Potrebbe essere una sequenza da mostrare agli studenti per spiegare come mescolare computer grafica a sapiente scrittura e magistrale direzione. E' il momento di massima visionarietà del film (se Robert Altman sa fare film corali, Jackson sa fare film visionari, ecco questo è il parallelo da tenere presente): ho visto il film due volte e la scogliera con i gabbiani mi ha fatto venire i brividi sulle braccia sia durante la prima visione, sia durante la seconda. La prima esplorazione è da urlo, l'apparizione dei selvaggi è strepitosa, l'assalto degli stessi ai protagonisti è da far rizzare i peli della nuca e ci porta, contestualmente, a quello che io reputo il Grande, Incorreggibile e Assoluto...

kong...Difetto: King Kong ha un solo punto di vista. Gruppo di umani contro Scimmione, con la variante che nella parte centrale del film, uno degli umani (la donna) è divisa dal resto e viaggia insieme allo Scimmione. La meraviglia de Il Signore degli Anelli era che insieme alla vicenda dei protagonisti, noi partecipavamo anche alle gesta di altri tre, quattro o cinque focolai d'azione (Saruman, gli uruk-hai, Gandalf, il rapimento di Pipino e Merry, l'Occhio, la preparazione delle battaglie, eccetera eccetera). In King Kong questo non avviene: seguiamo sempre e solamente le orme dei protagonisti umani, più o meno vicini allo scimmione e vincolati a questo da sentimenti diversi (curiosità, odio, bramosia, avidità, paura). Come si poteva risolvere questa cosa? L'ho capito alla seconda visione: si poteva risolvere utilizzando meglio l'aspetto più interessante, raccapricciante e riuscito dell'intero film, ovvero i selvaggi dell'isola nominati sopra. Questi compaiono e scompaiono nel giro di venti minuti per non venire mai più ripresi o mostrati. Dal momento che visivamente sono STRAORDINARI, curati nel minimo particolare e portatori di oggetti interessantissimi che meritavano una seconda analisi, Jackson avrebbe potuto costruire un ulteriore punto di vista basato su costoro. Alcuni dei costumi di questi primitivi vengono accennati ma mai analizzati: l'uso della catalessi, le danze, quei meravigliosi teschi impalati e bendati, le corone di spine: peccato. Tutto sprecato, tutto polverizzato. Elevare ad antagonisti i selvaggi nella parte centrale del film, avrebbe reso la fase più emozionante, invece di lasciare la tensione all'esclusiva responsabilità delle scene ad alto contenuto spettacolare.

Chiave di volta del film: la trovata - bellissima - di innescare il feeling tra la bella e la bestia grazie all'arte della prima, alla sua capacità mimica di far divertire, piuttosto che alla reale fisicità (si dà per scontato che una scimmia non si faccia irretire da due boccoli biondi e le gambe più belle del creato): è, tutto sommato, questa l'unica realizzazione della protagonita come attrice. Conclusione: chi non lo va a vedere si merita Pieraccioni.

E ora:kongdvd

domenica, 18 dicembre 2005

Storie de Noantri - Er Tinea
Categoria:storie de noantri, scritto da andy capp


Bulli romaniStorie de donne e de cortelli, de bulli e de malfattori, d'eroi e de 'nfami. Noantri rende omaggio alle proprie origini dando vita a una rubrica dedicata a Roma. Un appuntamento con cadenza irregolare dove la grandezza e lo spirito del popolo romano saranno esaltati attraverso il racconto delle sue storie, delle sue leggende, dei suoi personaggi, dei duelli, dei giochi, delle sue osterie, dei suoi poeti, dei suoi detti immortali, delle sue leggi della strada.

Questa è la storia der Tinea, er bullo de Trestevere. Spesso uno bullo nun ce vole manco diventà, è la vita a scegliete. Era er 1898 e Romeo Ottaviani aveva appena staccato dal turno de lavoro alle Poste de piazza San Silvestro e tornava a casa. Poi pe' via Frattina se imbatté ner Malandrinone de Trestevere che stava a da' fastidio a na' ragazza. "Che je stai a fa' a sta poveretta, lassela perde". "Je faccio quello che me pare e piace e tu impiccete de l'affari tua sinnò co questo – je mostrò er cortello – te caccio fora le budella". Nella tradizione banditesca se diventava brigante pe' onore e senso de giustizia. Così Romeo assestò du ceffoni ar Malandrinone, capo de sessanta papponi, e se conquistò l'odio de la mala e l'affetto de la ggente. Da quer giorno casa sua, a piazza Renzi, diventò 'na specie de ufficio reclami. Er soprannome de Tinea j'era stato affibbiato pe' daje origini importanti (da Enea). Divenne Er Più de Trestevere, tutti sapevano che se c'avevi bisogno lui sistemava le cose: si ce stava un sopruso interveniva lui. Quanno esagerava se faceva un po' de carcere, poi tornava all'opera. Ma come tutte le storie dei bulli de' sta città, er 4 aprile del 1910, er Tinea morì ammazzato. A tradimento, Bastiano er Sartoretto, a piazza Trilussa, je ficcò un cortello nella schina. Pianse er popolo romano e  pure er Messaggero je rese omaggio (dalle cronache di allora, ndn): "Er Tinea non era un delinquente volgare. In altri tempi, in altri luoghi egli sarebbe stato un caporale di bravi, un piccolo capitano di ventura, un discreto capo brigante, più abile e soprattutto più coraggioso di Mugolino, di Leone, di Fioravanti, di Tiburi. Gli aneddoti sulla vita di quest'uomo sono moltissimi: e tutti valgono a provare la sua forza, la sua audacia, spinte fino alla temerità, e in pari tempo la sua generosità di fronte ai deboli. Dove era lui, non ammetteva che ci fosse se non un solo prepotente, er Tinea: e guai a chi osava metterglisi di fronte, costui correva il rischio di morire ammazzato o, per lo meno, era sicuro di rimanere parecchio tempo all'ospedale, per farsi curare le ferite ricevute".

venerdì, 16 dicembre 2005

Limes - Confini
Categoria:attualitĂ , dissenso, scritto da andy capp


Processo Juve - Giraudo esulta

Bambola Ramona - Calendario 2006Delitto Cogne - Stefano Lorenzi si finge assassino del figlio

giovedì, 15 dicembre 2005

Riconoscere Rimbaud
Categoria:letteratura, filosofia, scritto da stefano havana


L'egocentrismo ci salverà, disse il saggio sulla cima della montagna. L'egocentrismo può opporsi al qualunquismo? L'egocentrismo è una difesa ai disastri che ci capitano intorno: Wallace dice che siamo tutti solipsisti. Ma il solipsismo necessita di una spessa fetta d'intelligenza dietro la corteccia cerebrale e non tutti sono sì dotati. Io sono ancora macchiato di quel sentimento auto-elitario per cui quando qualche automobilista in macchina mi manda a quel paese, mi metto lì a pensare: ma lo sai chi sono io? Lo sai chi hai appena fanculizzato con tanta faciloneria? E non urlo mai: pure se ne ho voglia, faccio di tutto per non farlo perché devo sembrare superiore, marcato, voglio avere l'aurea. L'aurea voglio avere: quando uno mi suona al semaforo, io avrei voglia di scendere dall'auto con le mani giunte, protendermi nel suo finestrino e accarezzargli il capo fino a farlo piangere: passerà, figlio mio, vedrai che passerà. Vorrei indottrinare il mondo: l'egocentrismo vi salverà. Il cinismo è l'unico gladio che avete diritto di brandire: cinismo. E' la calce tra gli interstizi delle nostre debolezze: alzare le spalle e sbuffare di noia finché siamo in vita, in piedi, belli. Assassini romantici, una lacrima che scioglie il trucco della maschera dopo ogni omicidio efferato. Urlare. Ma a che cosa è mai servito? Io, che la cosa che ho urlato più forte in vita mia è stata Sally di Vasco.

I camerieri a Roma vanno di fretta. I piatti arrivano freddi per il vento prodotto e i gelati si squagliano per colpa dell'attrito. E' proprio vero: siamo luci tra un milione di tapparelle chiuse. E dove sta andando tutta questa gente? Neanche a farsi i fatti suoi, io dico. Perché poi la vedi disarmata, impreparata, ignorante e ignorata, questa gente e - cazzo - un fantastiliardo di uomini e donne che se ne stanno per i fatti loro dovrebbero almeno saperne tutto di qualcosa e invece no. Il fatto è che non vedo più gente intelligente in giro: quella degna se ne sta all'estero oppure dentro la televisione a diventare scema. Qualcuno ha fatto un film e adesso s'è montato la testa. Magari ha cambiato pettinatura e la mattina fa a fare footing con una bandana in testa. Egocentrismo, egocentrismo: ecco cosa ci salverà. Egocentrismo che non significa egoismo. Egoista è uno che davanti ai problemi del mondo non fa niente al fine di evitare lo stress; egocentrico è colui che davanti ai problemi del mondo non fa niente uguale, ma fa di tutto per NON nasconderlo. E' quella virgola d'arte e coerenza che salverà il pianeta.

Camminare per Trastevere di notte d'inverno è egocentrico. Sedersi sulla scalinata di Piazza Santa Maria a suonare i bonghi è egoista. Mettere un rum a 8 euro è egoista. Comprarlo senza fare una piega è egocentrico. Guardare il decolleté di una ragazza è egoista. Guardare il decolleté di una ragazza se sei in compagnia di un'altra ragazza è egocentrismo allo stato puro.

«Che bello dormire su pietre di città sconosciute»
«Ehi, ma questo è Rimbaud»

Riconosce una citazione di Rimbaud.
«Hai riconociuto Rimbaud. Cazzo, dovrei fare all'amore con te seduta stante».

Lei non dice niente. Guarda obliqua, si alliscia la gonna e sorride di rimprovero. E' così evidente che lo farebbe subito. Farebbe all'amore citando Rimbaud, sospirando gemiti di Yates. Invece ce ne andiamo via ognuno per la sua strada, due egoisti a cui Rimbaud non è servito a niente.

mercoledì, 14 dicembre 2005

Va tutto bene. E' tutto bello. E te la danno pure
Categoria:personaggi, scritto da stefano havana


Le seguenti frasi sono prese da alcune tra le più famose pubblicazioni dello psicologo del Parioli Raffaele Morelli

- Se guardi in faccia il dolore trovi la pace
(Il problema è se il muro non è abbastanza resistente)
    
- Il più grande coraggio è quello di non decidere
(A chi lo dici! Io vorrei tanto non decidere di prenderti a bastonate con un remo)

- Un prezioso momento di tristezza
(Scusa?)
    
- Dobbiamo "sporcarci" con i nostri istinti
(Eh, che ricordi quella prima pippa in bagno. La carta igienica era finita e io ero del tutto impreparato)
    
-  Se fai silenzio la felicità sgorga spontanea
(Soprattutto al cinema, più o meno verso la fine del film)
    
- Ora tocca a te
(A me? Oh, ma davvero!? Allora, allora. Aspetta, dove devo premere?)

- Se stai male conta su te stesso. E cambierai il mondo
(Sì. Il problema è che mi sono rotto una gamba e come cazzo ci arrivo al telecomando?)
    
Abbiamo perso l'anima?
(Orca puttana! Eppure l'avevo messa qui!)
    
- l silenzio che è dentro di te illumina la tua anima
(Aspetta un minuto, aspetta un minuto! Non ci ho capito niente: non s'era persa questa benedetta anima?)

- Ascolta la voce misteriosa che ti guida
(La voce misteriosa? Mi dice di drogarmi e bere perché tanto la cazzo di vita è breve. Che faccio l'ascolto lo stesso?)

- Ci vuole forza per accettare i veri sentimenti
(E tu hai preso quante lauree per venirmi a dire questo?)

- Ciascuno è perfetto
(Lo dicevo che il mostro di Milwakee non era da giustiziare)

- Bisogna accettare il fatto di non conoscere a fondo ogni cosa
(Figurati. L'algebra ed io abbiamo rotto da anni e senza rimpianti)

- Non siamo nati per soffrire
(Questo è perché non ti sei mai dato un martello sul dito inchiodando un quadro. Il che è normale, visto che passi la tua esistenza ad annusare fiori di Bach)

- Le cose peggiori che ci capitano, i problemi irrisolvibili sono in realtà tentativi dell'anima di farci maturare
(Fiuuuuuuuu)

- L'ansia è una forma di auto-tortura che spesso rende insopportabile le notte
(Fidati: sono quelli sulle Harley Davidson che passano d'estate a rendere insopportabile la notte)

- Stare bene con noi stessi è semplicissimo. Siamo noi che spesso ci complichiamo la vita con pensieri, schemi e giudizi inutili
(Vallo a dire all'omino che costruisce i semafori. Li fa apposta perché diventino rossi appena passo io)

- Se non riesci a dormire evita i film horror, thriller e noir; i cibi pesanti e le musiche inquietanti
(I porno posso sempre guardameli? Ti prego, dimmi di sì)

- Se piaci a te stesso ogni miracolo è possibile
(E allora come cazzo è possibile che non trovo mai parcheggio a Trastevere il sabato sera?)

- Fai l'amore quando hai voglia, altrimenti non farlo
(Vallo a dire alle puttane di Tor di Quinto)

- Il talento è una sostanza che scorre dentro ognuno di noi e che troppe volte ignoriamo di possedere
(Omamma, lo sapevo che lo avresti detto presto o tardi)

- In caso di attacchi di panico, aiutati con immagini per te rasserenanti (ad esempio un paesaggio lacustre)
(Un paesaggio lacustre? Un paesaggio LACUSTRE? Ok, ma vedi: il problema è che sono di Loch Ness, brutto coglione)

- Spazza via i ricordi e sarà ogni volta come una prima volta
(Ottimo. E' una lobotomia quella che stai sottilmente suggerendo?)

Ora. Siccome questo ciarlatano vende libri a 20 euro l'uno e dirige riviste in cui afferma che la depressione non esiste, ecco, la prossima volta che lo vedete in televisione alla corte di Costanzo, non fate finta di niente. Non dite "vabbé, ma tanto". Non sorridete. Sparategli sopra.

martedì, 13 dicembre 2005

Stasera non esco...
Categoria:quotidianismi, scritto da federico roma


Ripensavo al bel post di Pat (Banlieu Romana) cui non ho risposto perchè quella sera mi mancavano le forze. Ed è proprio questo il punto. E' mai possibile che stiamo costruendo una civiltà così lontana dall'uomo e dai suoi bisogni? Non voglio fare l'antico (anche se riconosco di soffrire di sublimazione) però io non ce la faccio più a vivere in un posto dove mi sento lontano dalle altre persone pur avendole tutte intorno. In sostanza preferirei vivere LONTANO dal consesso degli uomini (ad esempio nella meravigliosa Rocca di Calascio o a Cayo Santa Maria) oppure VICINO agli stessi.

Probabilmente questa vecchia e immortale città, trenta, cinquanta anni fa era un favoloso compromesso. E magari lo tornerà ad essere, tra trenta, cinquanta anni.

Ora no.
Mi chiedo quante bombe umane siano state disinnescate nelle osterie di Trastevere o di Testaccio. Quanti pianti sulle spalle "dell'amici" a Campo de' Fiori, quando era ancora proprietà del Popolo di Roma e non di quattro mercanti. Quanta gente si è sfogata, amata, odiata, per la strada, chiamando per nome altre persone; magari insultandosi, magari "cercandosi". Quante persone conoscete voi, della vostra città? Intendo le "persone della città". Fiorai, edicolanti, baristi, ristoratori (NO FROCI FUSION), guardie, ragionieri, avvocati, maestri di scuola...Io pochissime. Non conosco neanche le facce dei due terzi di quelli che abitano in questo condominio.

Non è pensabile vivere ciascuno sul proprio binario. Alla lunga non si regge, i danni sono incalcolabili e imprevedibili a lungo termine. E' possibile che quando esco da solo non conosca nessuno? Neanche del mio quartiere (se è possibile definire questo un quartiere). In sostanza non esiste un cazzo di quartiere. Anche se "alto", semplicemente non esiste. Non c'è una piazza (Piazza Giochi Delfici non è una piazza di quartiere come la intendo io, anche se, a modo mio, la amo). Non ci sono LE PERSONE in giro! Luci tra le tapparelle, parabole e lamiere coi fari. Stop. E' mai possibile che quando esco da solo mi debba considerare pazzo? E' mai possibile che quando entro in un locale per bere una birra, da solo, mi debba considerare alla stregua di un reduce di guerra che non riesce a fare pace con se stesso? In effetti, tutto sano non sarò. Ma è sano chi mi guarda come un disadattato solo perchè io ho desiderio di vivere la mia città da solo, se non c'è nessuno che vuole seguirmi? Non mi volete seguire? Perfetto, io non ho problemi ad uscire da solo, però il problema sorge quando esco e vedo un NON-MONDO. Forse sono stato abituato male, dalla vita di paese che ho condotto parallelamente per tanti anni. Da quando ho otto anni, in paese, esco solo o in compagnia. E non ho mai pensato "oddìo ma mo' dove vado da solo?". Non voglio descrivere il "piccolo mondo antico", perché l'ho visto solo di striscio. Le passeggiate con mio nonno e le ALTRE PERSONE. E queste persone si raccontavano le storie, la vita e io le ricordo quasi tutte. Sì, ho avuto la fortuna di vivere e vedere qualcosa di diverso. Qualcosa di quel mondo vive ancora in noi, nel mio gruppo di fratelli di lì, nel nostro sangue. Qualcosa che ci permette di tornare ogni anno e di non sentirci troppo soli.

Vediamo il paese sempre più vuoto. Le "classi di ferro" 1900-1925, sono quasi tutte al camposanto e con loro e le case di pietra chiuse, la sera non si sente un fiato. I ragazzi sono ovviamente attratti dalle maraviglie del mondo civilizzato e fanno a gara per scappare o cambiare. Per apparire come noi, come me, quando io vedo morire in loro ciò che ho amato. E in tutto questo, anche se in paese ora sta cambiando tutto, vedo ancora le stelle. Posso uscire e andare al bar, a fare quattro chiacchiere con qualcuno, perchè, almeno lì, il barista lo conosco. Posso ancora prendere la macchina e sparire in un quarto d'ora sui monti, dove ho la pace. Posso sedermi sui miei ulivi e sentire l'odore. Addirittura, provo meno impressionante passare tra i vicoli vuoti, dove sono quasi tutti morti o a vivere fuori. Toccare le pietre delle case, che d'estate sono calde per il sole. Se lì hai paura, malinconia, o semplicemente voglia di stare da solo sul serio, hai una via di fuga: la natura. Bastano poche centinaia di metri, qualche chilometro di strada deserta se vuoi far le cose per bene, e puf. I grilli. Puoi anche fare l'amore in macchina (meglio ancora fuori) senza temere che si affacci al finestrino una guardia o un guardone. Pensa te! Qui no. La chiudo qui, rischio di diventare troppo prolisso.

Stasera comunque non uscirò di casa. Sennò dove vado? Con chi vado? Tendiamo a vivere su binari paralleli qui. Chiusi, costretti.

Solo luci tra le tapparelle.

il Vicerè

lunedì, 12 dicembre 2005

Ultime notizie
Categoria:giornalismo, attualitĂ , scritto da andy capp


macchina da scrivereSi è conclusa ieri la due giorni di sciopero dei giornalisti (carta stampata, radio e tv nazionali) indetta dalla Fnsi. Nel paese di Berlusconi (che della stampa controlla più della metà) siamo al settimo giorno di protesta negli ultimi sei mesi. Questa volta la motivazione riguardava la lotta al precariato e all'introduzione della Legge 30 nel lavoro giornalistico.

Se come è ormai consuetudine in giorni di sciopero, alcuni quotidiani (Il Tempo, Libero, Il Giornale, Il Riformista, Il Romanista, per citare solo le testate più importanti in termini di vendite) sono usciti regolarmente, c'è da registrare l'assenza dalle edicole del Manifesto, di solito estraneo agli scioperi indetti contro la Fieg perché editore di sé stesso. Stavolta la redazione di via Tomacelli ha deciso di unirsi alla protesta: "Se si è giunti al punto di rottura in cui siamo – si leggeva sul numero di sabato – è perché la Fieg chiede mani libere in termini di flessibilità e precarietà, e rifiuta, dunque tra l'altro, la richiesta di sospendere l'applicazione della Legge 30 in redazione. […] Ma stavolta non ci basta solidarizzare, abbiamo deciso di dare un segno concreto".

L'altro evento curioso riguarda invece la presenza nelle edicole di Panorama, il settimanale di punta della Mondadori. Per riempire le 370 pagine del numero 50 hanno lavorato circa 35 tra gli 88 giornalisti dipendenti. Ovviamente per chiudere il numero si è ricorso alle collaborazioni e a vecchi pezzi tenuti nel cassetto e non ancora pubblicati. Il fallito sciopero (nel settimanale si sarebbero dovute incrociare le braccia il 2, il 4 e il 5 dicembre, giorni che precedono la chiusura in tipografia) era stato deciso il 30 novembre in una accesissima assemblea. Durante la riunione due giornalisti rappresentanti del cdr, Francesca Oldrini ed Edmondo Rho, avevano riferito della proposta del direttore Pietro Calabrese per arginare la protesta: "Due giorni pagati come festivi e un regalo tecnologico". Ovviamente pronta la smentita dell'interessato: "Chi dice un televisore chi un home theater, ma questa storia non esiste".

Ma nella battaglia contro la flessibilità il sindacato segna un punto a suo favore. Nel fine settimana hanno aderito all'agitazione anche alcuni quotidiani (Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione) di solito su posizioni autonome. Un consiglio alla Fnsi: la flessibilità è già ben radicata nelle redazioni, in particolare nelle piccole realtà. Sarebbe utile chiedere all'Ordine dei Giornalisti maggiore vigilanza a livello locale. Situazioni anomale, infatti, permettono agli Odg regionali di incassare contributi (Gestione Separata - Inpgi) che vengono pagati direttamente dal lavoratore flessibile (leggi precario, ndn): l'importante è tenere un occhio chiuso.

domenica, 11 dicembre 2005

Cose della domenica
Categoria:segnalazioni, blog, scritto da stefano havana


Tutti (oh, tutti) gli appassionati di giornalismo, verità, comunicazione e - particolarmente - tutti i tenutari di un blog, dovrebbero recarsi sul sito di Raffaele Napoli (www.noitrentenni.splinder.com) e leggere, comprendere e divulgare quanto accaduto in merito allo stupro di Lanciano. E' inutile che io riassuma: potete leggervi autonomamente la cronaca degli eventi e tirare le conclusioni più ovvie, senza ulteriori mediazioni da parte mia. Io ho capito che i nomi e i cognomi hanno un importanza straordinaria che spesso viene dimenticata (non a caso, uno che si chiama Napoli è simpatico, mentre uno che si chiama Rapino ha altre velleità). Ho capito anche che dalla vicenda ne esce sconfitta - come sempre - l'informazione italiana, quella ufficiale, istituzionale dei tiggì e dei giornali; ho capito quanto sia devastata la professionalità dei giornalisti, la corenza, la verità stessa. Capisco ancora una volta meglio il Sintomatico Vizietto Italiano: quando c'è anche una minima possibilità di farla sporca, la si fa sporca.

Poi, siccome che oggi è domenica, voglio citare un altro po' di cose. Anzitutto il lavoro illuminante di Alberto su www.indignato.it relativo al TAV. Lui, che del link è il maestro, vi porterà adeguatamente sui binari (è il caso di dirlo) della corretta informazione sull'argomento (considerato anche lo sciopero dei giornalisti, mica è male). Inoltre - giacché almeno quattro noantri su sette, qui dentro, sono appassionati o stanno appassionadosi di sport ove ci sia da menar le mani - volevo segnalare un libro (dice che c'entra con le botte? Ci entra, ci entra). Questo: l'autore si chiama Thom Jones. Il titolo è "Il pugile a riposo" (vedi che c'entra?) ed è una bella raccolta di racconti necessari, soprattutto se qualcuno tra voi - come me - farebbe all'amore con Raymond Carver molto più volentieri che con Melissa Satta. Per di più fino a domani si vende col 20% di sconto e non si paga manco la spedizione (sempre grazie Minimum Fax) e, insomma, mica è poco. Oh, io non ci faccio una lira eh: solo - se qualcuno lo acquista davvero - ci sarà una persona in più in città con cui parlare di letteratura che mi piace. Che non è poco manco questo.

Ancora: noi qui si va a vedere King Kong al cinema Barberini venerdì prossimo (sarebbe il 16). Se qualcuno volesse accodarsi può tranquillamente farlo (sarebbe un piacere), ma è necessario - come per la storia di Carver e la Satta) che ami in maniera disinteressata, incoerente, totalizzante e insana qualsiasi cosa sia firmata da Peter Jackson. Altrimenti nisba: litigheremmo e finiremmo a lanciarci i pop-corn in faccia (perché qui - tanto per fare un esempio - si crede che Il signore degli anelli scritto dal regista neozelandese sia MOLTO meglio di quello scritto da Tolkien).

Infine, per la serie scusate il ritardo, IERI era il 57/o anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Leggiamocela, perché credo sia l'unica lista al mondo meno rispettata di quella dei comandamenti cristiani.

venerdì, 09 dicembre 2005

Banlieue romana
Categoria:ritratti romani, scritto da andy capp


Pasolini - periferia di RomaMancava dall'Italia da quasi quattro anni. A causa di alcune pendenze con la giustizia era scappato all'Estero. Il carcere no, non avrebbe avuto la forza di sopportarlo. E poi il dispiacere che avrebbe dato ai genitori, che l'avevano fatto studiare al liceo, sarebbe stato troppo grande. Valerio (il nome è di fantasia, ndn) si era anche iscritto all'Università, ma dopo un anno passato tra libri e piccoli lavoretti non ce l'aveva fatta a dare il famoso esame del primo anno per non partire militare. Passata la leva, e con gli studi diventati un ricordo, finisce che uno si può anche perdere nella giungla della metropoli. Ribelle lo era sempre stato. Fuori dagli schemi, orgoglioso. Aveva letto un mucchio di libri sugli anni Settanta, sui terroristi rossi e neri, su quelli che avevano dedicato la propria vita a una causa. E che erano finiti male, ma con onore. Aveva una venerazione per Giusva Fioravanti (il terrorista nero dei Nar, ndn), diceva di ammirarlo per il ribellismo rivoluzionario e perché aveva rinunciato ad avere un figlio con la sua compagna in quanto reo di aver fatto piangere troppi genitori e quindi non degno di essere padre. Dopo aver viaggiato per l'Europa con mezzi di fortuna, Valerio ha ritrovato da poche settimane la sua periferia, gli amici di sempre, il bar sotto casa.

"E io ristò qua, abito sempre in zona. Me so' preso 'na stanza finarmente. Lavoro co' st'amico mio – gli fa un cenno mentre quello beve un Campari –  faccio le consegne. Ma qui è tutto 'no schifo. Ancora dicono che vivemo a Roma? Io vivo su 'na striscia d'asfalto, ma quale Roma? Ma che è vita questa? Dopo le nove nun c'è un bar aperto. Te vonno mannà pe forza ar centro. Robba che tocca ringrazià Vincenzo (il proprietario del bar, ndn) che resta aperto fino alle dieci, se no' pe comprà un pacchetto de sigarette me tocca fa tre chilometri. Ma che te pare normale? Sò stato a Bilbao, lì se scendi da casa nun è che te devi sporge sul menù de un bar pe vedè li prezzi prima d'entrà. Anzi, vai sempre allo stesso tranquillamente, nun è che stai a pensà che ce ne po' sta 'n altro dove se spenne de meno. Pure da altre parti è così. Qui da noi insistono cor mercato. Ce vonno inculcà sta storia della concorrenza, della competizione. Lì se un bar mette un caffè a venti centesimi de più, l'altro glie dice ma che sei scemo? Ma poi a quello manco glie viene in mente de arzà er prezzo".

E' stato via non per molto tempo, di contatti ne ha tenuti pochi (per non farsi rintracciare), ma l'impatto con quello che aveva lasciato è stato peggiore del previsto: "Euro, non-euro, al popolo nun glie ne frega un cazzo. I discorsi che fanno in televisione è robba che riguarda un gruppo de quindici persone. So' argomenti elitari: l'aborto, Sofri… ma che me frega a me. Io nun c'ho mai avuto troppe pretese, c'ho trent'anni, ma me piacciono le cose de prima. Scendo al bar a famme du chiacchiere, me so fatto er cane, armeno cho 'n amico fidato – sorride – pure lo stadio me stanno a levà. Oh, ma un giovane der quartiere nostro ma che deve fa'? Vai ar centro e nun c'è un romano, abitamo qua da 'na vita e ancora se dovemo nasconde pe girasse 'na canna pe paura che quello der primo piano ce vede e chiama le guardie. Ma mica so' un delinquente. Uno nun è che chiede tanto, me basterebbe solo poté annà in giro co 'na scarpa e 'na ciavatta senza esse guardato in cagnesco dalla gente. Certo mò potrai pure dì che sto a lavorà per fanne parte de sta gente, pe raggiunge er livello loro, ma er problema de sto paese resta la borghesia. Co mille euro ar mese nun se vive più, ce ne vonno dumila, ma pe avenne dumila devi lavorà tutto er giorno, questi so' matti".

Prima di salutare l'amico del bar si accende una sigaretta e sale sul furgone: "Se rivedemo presto Patrì, ma tanto a febbraio me ne rivado. Io qua soffoco, nun ce se po' più vive".

giovedì, 08 dicembre 2005

Avevo giusto otto mesi
Categoria:musica, personaggi, scritto da stefano havana


lennonC'erano certi videogiochi, un poco di anni fa, che quando morivi il tuo personaggio lampeggiava per qualche istante nel momento in cui tornava in vita. Me ne ricordo mille: Shinobi, Golden Axe, Final Fight, i vari Super Mario, Sonic. Erano guerrieri, porcospini, idraulici, grandi pugili e combattenti: eravamo noi. Se facevi qualcosa di sbagliato, loro morivano poi tornavano lampeggianti sullo schermo e vivevano di nuovo. La cosa veramente interessante era che durante quel lampeggiare si era invulnerabili. Passavi attraverso i nemici, le granate, i pugni, i coltelli e le botole con le spine: perfino se cadevi in acqua – niente – ci potevi camminare sul pelo come Cristo. Non durava tanto: quattro o cinque secondi di onnipotenza. Però bastavano e, se ti facevi prendere la mano, correvi il rischio di tornare penetrabile proprio nel momento di massima strafottenza verso un nemico e – tac! – ecco che morivi di nuovo. Erano momenti fantastici: si giocava dopo pranzo, prima dei compiti e ancora oggi penso che sarebbe bellissimo se accadesse così anche nella vita vera, diventare invulnerabili per quattro o cinque secondi e via dicendo. Mi immagino questa schiera di uomini e donne lampeggianti per le strade: capire da quello che in qualche modo hanno perso una vita, sono stati colpiti, se la sono vista brutta. Quello ha appena seppellito il padre, ecco che lei gli ha detto di non farsi rivedere più. Al bambino laggiù hanno negato una scatola di costruzioni, quei due se ne stanno tornando a casa con il loro progetto arrotolato nello zaino: e pensare che sembrava quasi fatta. Vederli tutti: percepire con disincanto i problemi della gente. Guardarli lampeggiare per cinque secondi, impenetrabili, per poi tornare concreti e pronti a ricominciare. Vittime di incidenti che si sollevano dall'asfalto lampeggianti: si spolverano la giacca, si mettono in tasca i bottoni che hanno perduto nell'impatto e camminano per un po' al centro della carreggiata, incuranti delle altre macchine che passano (tanto sono invulnerabili). Forse vanno a morire altrove, per i fatti loro. Lontani dalla folla che li guarda, o non saprei dire da che cosa. Non parlo di immortalità: anche Sonic a un certo punto moriva. Pure Mario: quando il colpo era veramente di grazia, allora allargava le gambine, faceva una faccia stupida e precipitava oltre lo schermo. Definitivamente e senza lampeggiare ulteriormente. Dico, però, che sarebbe bello potersi godere quei cinque secondi di onnipotenza prima di una nuova caduta. Stare lì a guardarsi le mani sparire e comparire, sparire e comparire: ognuno potrebbe impiegare alla meglio quella possibilità. Sonic, quando veniva colpito, perdeva tutti gli anelli che aveva racimolato e – generalmente – mentre lampeggiava e nessuno lo poteva toccare, faceva di tutto per recuperarli. In Golden Axe, il Barbaro correva a riprendersi l'ascia. Mario diventava minuscolo e dovevi mangiare un particolare fungo per riacquistare centimetri.

Pensavo – così – che John Lennon avrebbe potuto attraversare la strada, sedersi su una panchina di Central Park e tamburellare un po' con le dita sulle ginocchia; togliersi gli occhiali tondi, pulirne le lenti con un lembo della camicia. Poi mi è venuto in mente che forse a uno che se ne sta lì a lampeggiare, gli occhiali cadono di sicuro. O, quanto meno, non servono.

mercoledì, 07 dicembre 2005

Scoprire un diamante
Categoria:musica, scritto da federico roma


Mi capitano cose strane in questi giorni irrequieti. Ad esempio mi capita di non riuscire a trovare pace. Oppure capita che un passero entri dalla finestra mentre io mi faccio la doccia. Entra, e si posa sul mio letto. Il mio letto è pieno di macchie nere come l'inchiostro di un calamaio. Erano bacche.

Capita anche che faccia dei sogni tutt'altro che sani, che esca da solo la sera, visto che nell'ultimo anno ( o giù di lì) sono partiti un buon numero di amici-colonne. Capita per questo di sentirsi soli a volte. Non mi era mai successo in 25 anni, anche se sono sempre stato un amante della solitudine. Sì sono un "solitario ma non mi sento solo" (tratto dagli Assalti Frontali). Ora, a volte, mi sento anche un po' solo.

A volte però. Perchè fortunatamente (o sfortunatamente per lui) qualcuno è rimasto. E così capita di trovarsi a casa, come centinaia di altre volte. A sparare cazzate, a suonare e a fumare. Bellissimo.

Dal suo solito "valigione" di LP (ebbene sì, il collezionismo è una delle vie verso la salvezza) ne spunta fuori uno. In particolare. Lo avevo già ascoltato da lui e lo ricordavo come un capolavoro.

Il gruppo si chiama Affinity. Ma non provate a cercarlo sui classici P2P. Non ve lo meritereste neanche. Vi basti http://www.progarchives.com/. Ne saprete qualcosa di più.

Eppure ieri sera è successo qualcosa. Sarà stato il vinile che suonava attraverso casse degnissime, attraverso un ampli degnissimo, così diverso dal suono che esce dal PC. Piatto, "globale".

E' successo che io ho ascoltato la cover di All Along the Watchtower ed era come se mi fossi innamorato di nuovo della musica. Di tutto.

Sinceramente non ho la raffinata capacità di descrivere, scrivendo, le emozioni che provavo. Il senso di lacrime trattenute. La voce sublime di quella ragazza di 35 anni fa.

In quei 10 minuti ho capito che esiste un'arte assoluta, quasi privata. Senza giustizia.

Dove sono ora: Mo Foster (bass), Linda Hoyle (vocals), Mike Jupp  [guitar, guitar (electric), guitar (12 String)] 
Lynton Naiff [piano, harpsichord, piano (electric), vibraphone], Grant Serpell (percussion, drums)?

Dove sono finiti? Come è possibile che una miscela perfetta, armoniosa, finisca in un disco solo? Il silenzio. Magari ora Linda Hoyle è sposata, ha smesso di cantare.

Linda, se mai leggessi questo blog, io ti ringrazio.

Magari poco dopo il disco Lynton è stato assunto in un'impresa di trasporti. E Guinness quando stacca dal lavoro.

affinityO magari suona nella Metro di Londra.

All Along the Watchtower, nella versione degli Affinity, rappresenta qualcosa di più di una cover. Anche qualcosa di più di una canzone.

Sono passati trentacinque anni da quando cinque ragazzi hanno generato una gemma sublime, senza tempo.

Io vi ringrazio.

El Vicerey

martedì, 06 dicembre 2005

Lo Stato di Polizia
Categoria:attualitĂ , dissenso, scritto da andy capp


la polizia caricaLa nota del Viminale: "La resistenza dei manifestanti è stata superata dalle forze dell'ordine senza l'effettuazione di alcuna carica. Negli inevitabili contatti con i manifestanti si sono verificati comunque incidenti con alcuni contusi e lievi feriti da entrambe le parti".

Il viceministro delle infrastrutture Ugo Martinat (AN): "Chi semina vento raccoglie tempesta".

Il coordinatore nazionale di Forza Italia Sandro Bondi: "Quello che sta accadendo in queste ore, con le violenze di alcuni gruppi estremisti di sinistra, dimostra che la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lione è, per alcuni, solo un pretesto per provocare incidenti"'.

Il Ministro delle Riforme Roberto Calderoli: "Occorre una linea durissima contro chi sta strumentalizzando la protesta degli abitanti della Val di Susa. La popolazione protesta forse perché non è stata ancora giustamente informata su tutte le precauzioni prese dal governo in tema di tutela ambientale e salute dei cittadini".

Il Ministro del Welfare Roberto Maroni: "Il Tav è un'opera strategica che va fatta. Mi rammarico che avvengano incidenti, ma spero che si possa trovare il modo di usare quest'opera".

Il vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto: "Le forze dell'ordine hanno fatto l'unica cosa possibile dopo mesi di confronti, colloqui, trattative. Nessuno può pensare di bloccare un'opera di tale importanza come la Torino-Lione ricorrendo al blocco dei cantieri e ai picchetti che impediscono ai lavoratori l'accesso ai cantieri stessi".

Il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Pietro Lunardi: "Mi auguro che si mettano il cuore in pace tutti perché tanto l'opera si fa, i cantieri sono aperti".

Manifestante sanguinante

martedì, 06 dicembre 2005

Simone Cristicchi
Categoria:musica, personaggi, scritto da stefano havana


Questo tizio mi fa senso. Così, a scanso di equivoci: io proprio ci tengo che si sappia. L'altro giorno c'era uno speciale di Sky interamente dedicato alla sua persona. Lui, intervistato, diceva: «Ci sono due tipi di cantautori. Quelli che scrivono con la calcolatrice, studiando a tavolino quello che può essere di successo e quelli che, invece, scrivono con la magia, l'ispirazione, il cuore». Non si capisce bene dove il Profeta della Poesia volesse andare a parare, giacché lui stesso altri non è che la quintessenza del cantautore commerciale, radical-chic, di tendenza medio borghese (con, in più, montata sul collo una faccia da perfetto Tiromancino). Dice di se stesso: «Io non inseguo quello che piace alle ragazzine» e difatti ha sfondato con una canzone monografica su Biagio Antonacci.

simonecristicchiint

tu sei senza
siamo senza occupazione
siamo senza
solo fare colazione è un'esperienza
senza senza senza senza
non ci sono più brioches nella credenza!

 

Insomma, il Vate del doremifasol è considerato – soprattutto da certi bloggers, i cui gusti mi ricordano quelli propri dei duenni – un profondo Genio. Fosse ancora vivo De André, il Nostro verrebbe senza dubbio paragonato a lui (se non indicato come naturale successore).

Devi darti una lavata
con la voglia di dormire
con quell'acqua che è gelata
gelata da morire
ma ti squilla il campanello
"chi è che spappola i  coglioni?"
c'è Javhè che ti saluta insieme con i testimoni

photo

Lui è uno che non dice: ho scritto questa canzone. E no! Il Mostro di Via Poma della casa discografica preferisce dire: ho incontrato questa canzone. Fa così, si mette un paio di occhiali con le aste nere da intellettuale e racconta di come abbia cominciato a suonare così per puro caso (sì, in effetti si nota ancora oggi). Storie su storie: di come il padre avrebbe voluto che lui facesse un altro mestiere, di come la madre, invece, che poi sai le mamme come sono fatte. E storie di ordinaria sfortuna, ero disperato e senza un soldo. Il successo sì, oltre ogni mia aspettativa. Lui è uno che la gente indica come geniale inventore di cose nuove salvo poi vomitare in un secchio, ché se sono queste le cose nuove, allora viva Bossi, la devolution e Silvio Berlusconi.

cristicchi

Io sono un fabbricante di canzoni
un artigiano di successi radiofonici
Che scalano classifiche di vendita,
curo con dovizia di particolari il suono della cassa,del rullante,
la presenza della voce sopra un ritmo martellante,
sovraccarico di suoni, pressoché manipolati
sono io che vivo dietro a quel che ascolti nei supermercati.

Nell'ipod del vero teenager di tendenza (ma anche dell'appassionato di Kundera oppure – in generale – nell'ipod del perfetto blogger) non può mancare un pezzo di questo Ricciolino della Nota; negli autobus, costoro annuiscono diligentemente a ritmo di musica, sdilinquendo quei poveri fagiani che invece – che so io – preferiscono i Pantera. Dovete sapere - inoltre - che il Gesu Cristo de noantri va a parlare nelle Università. Tiene certi corsi che – oh – la gente sta ad ascoltarlo a naso insù, con le penne che battono utopisticamente nell'incavo tra il pollice e l'indice. Vince Premi per opere prime (e speriamo ultime). Le ragazzine sognano di portarlo all'altare, tutti i maschietti vogliono essere come lui (almeno nella stessa misura in cui lui vorrebbe essere come Biagio Antonacci. D'altra parte conosco gente che vorrebbe essere come Carlo Conti, dunque perché no?). Il Sublimatore della Rima Ironica e Paradossale è un personaggio scomodo, diverso, anticonformista. Ma soprattutto è un POETA.

Partimmo verso Luglio con gli zaini sulle spalle,
con i biglietti in mano di un primo viaggio,
su quel traghetto pieno di chitarre e frikkettoni,
destinazione un' isola lontana della Grecia,
Intorno a noi soltanto mare, salsedine e
L'odore di marijuana colorava l'aria dolce,
come il calore dentro ai sacchi a pelo
in una notte fredda sotto al cielo...

cristicchi1

Musicalmente, poi, è un cane randagio: una tacca sotto Gianluca Grignani forse (ma una spanna sopra Meneguzzi e già queste sono cose). Sentirlo mi riporta a una certa emozione da oddio, scusate, ho sbagliato stanza. Perché – da che mondo è mondo – un musicista dovrebbe anche saper fare musica (non basta che abbia i capelli ricci). Il Furetto della Canzonetta Estiva afferma di aver trovato un grande maestro di arte e coerenza (?) in Sergio Endrigo. Dice anche che i suoi testi fanno riflettere sulle fragilità giovanili.

Studentessa universitaria, triste e solitaria
Nella tua stanzetta umida, ripassi bene la lezione di filosofia
E la mattina sei già china sulla scrivania
E la sera ti ritrovi a fissare il soffitto, i soldi per pagare l'affitto te li manda papà

Alla luce di tutto questo, ho immaginato un ipotetico incontro tra l'Omino e il sottoscritto:

Ste: Simone, scusa…
Omino: Sì?
Ste: Ciao!
Omino: Ciao…
Ste: Tu sei Cristicchi il cantante, vero?
Omino: Cristicchi il poeta, sì…
Ste: Ma sei quello che scrive canzoni, no?
Omino: Io incontro canzoni, per la precisione.
Ste: E non le scrivi con la calcolatrice, vero?
Omino: Pfui. Io scrivo col cuore. Arrivo là dove la gente vuole sentirsi stimolata. Io ho dei modelli artistici che si rifanno alla musica leggera e di approfondimento di un certo tipo, nata sull'onda di Endrigo e di De André. Ho giusto un incontro con gli studenti universitari di Siena, uno dei prossimi giorni, dove esporrò le mie tematiche sottoforma di c…

Bang!

lunedì, 05 dicembre 2005

Sipario
Categoria:personaggi, arte, scritto da andy capp


ileanaghioneQuella di venerdì per Ileana Ghione era stata una giornata troppo faticosa. Due spettacoli, uno la mattina per le scuole e poi quello serale. L'attrice, 71 anni, era impegnata in una delle ultime repliche di Ecuba di Euripide. E durante la scena in cui Odisseo cerca di convincerla a rassegnarsi per il sacrifico della figlia Polissena, non è riuscita a completare la sua battuta: "Uccidere una donna è una cosa terribile…". E' morta così, davanti al suo pubblico, forse nel modo che sognava. Sempre che un attore sogni il modo in cui morire. Un malore sul palcoscenico e dopo poche ore il decesso in ospedale. Ileana Ghione non era romana. Nata a Cortemilia, un piccolo paese delle Langhe, si era trasferita nella Capitale durante gli anni '50 per studiare all'accademia d'arte drammatica Silvio D'Amico. Ma era dal 1980 che si dedicava anima e corpo al suo piccolo teatro di via della Fornaci.

teatroIl grande pubblico la ricorderà forse per l'interpretazione in uno sceneggiato televisivo di successo durante gli anni Sessanta (David Copperfield con Giancarlo Giannini), altri per la partecipazione alla trasmissione radiofonica Ma non è una cosa seria diretta da Orazio Costa nel '58. I critici teatrali per il suo repertorio di classici contemporanei propenso a registi come Bernard Show o Ibsen, ma sempre attento a cogliere la dimensione femminista del testo. Io lo farò per i numerosi spettacoli teatrali in cui l'ho vista recitare insieme alla sua Compagnia Stabile del Teatro Ghione, per le battaglie portate avanti qualche anno fa con tanta determinazione per evitare la chiusura del suo teatro e per quelle poltrone di velluto rosso su cui tante volte, d'inverno, ho passato una serata piacevole.

domenica, 04 dicembre 2005

Organismi non geneticamente modificati
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana, ritratti cubani


Camminano senza sapere dove andare. E' più che altro una questione di partecipazione: camminano perché farsi vedere è importante e che ne sai? Magari capita l'occasione giusta, una qualunque. Si vestono come si deve: si guardano e riguardano prima di uscire. Si sollevano sulle punte dei piedi e fanno sempre un po' di fatica, perché lì di specchi a figura intera ce ne sono pochi. Ma, davvero, non lo sanno dove andare. Le vedi che impugnano ciuffi di banconote tra le mani: pochi spiccioli. Contati. Fanno una fila di due ore alla gelateria Coppelia e mai che sbuffino o sbadiglino: sai, il trucco. Però si guardano intorno e i loro occhi - mamma mia - sono bellissimi. E' qualcosa che c'è dentro: non ti stordisce subito ma poi ti tiene sveglio in aereo, mentre torni. Eccole lì: scendono lungo la Rampa, calle 23, e ti pare impossibile che possano resistere intere con quei jeans lunghi - senza sciogliersi. Il collo ritto, la schiena perpendicolare al terreno, lo sguardo fiero di chi non conosce modelli imitativi. Non sono Nicole Kidman, non sono Sandra Bullock, non sono Elisabetta Canalis, non sono niente. Sono due giovani habanere che non vedranno mai nient'altro nella vita che quella strada e quei volti. Tutta l'esistenza consumeranno, andando con il Golfo del Messico a sinistra e ritornando con il Golfo del Messico a destra. Non ne sapranno niente di un sacco di cose e la loro più grande arte sarà quella dimenticata del sorprendersi dell'ovvio. Non saranno attrici, non saranno modelle, non guideranno mai una macchina vera, non ne sapranno nulla di come si prepara una valigia: sono niente e moneta nazionale. I loro no e i loro sì tintinnano sempre di graziosi gioielli senza valore; sognano Roma e sognano l'America. Sognano di essere bellissime sotto la Torre Eiffel.

sabato, 03 dicembre 2005