mercoledì, 31 gennaio 2007

Con i peli del culo a batuffoli
Categoria:societĂ , scritto da stefano havana


moggiHo guardato, ieri sera, Luciano Moggi in televisione ospite della trasmissione di Enrico Ruggeri: "Il Bivio". Mi ci sono proprio messo, nel senso che sapevo che c'era e mi sono seduto apposta davanti al televisore. Va bene, non voglio parlare di Moggi.

Voglio parlare di Dio. Voglio parlare della Fede. Le telecamere della trasmissione di Ruggeri hanno indugiato per tutto il tempo su questo braccialetto al polso di Luciano, un crocifisso d'oro molto fine e sicuramente molto benedetto da qualche Padre connivente. Lui stesso, per la durata dell'intera trasmissione, ha spesso parlato di fede cristiana: Moggi Luciano ha parlato di fede cristiana e anche di come proprio Dio lo abbia salvato da propositi di suicidio. Fede cristiana, Dio, crocifisso al polso, voglia di farla finita. Mettiamo queste cose da una parte. Ho fatto un giro di pensieri, esattamente a questo punto, e ho capito che – non sempre, è chiaro – sono i Cattivi ad avere bisogno di Dio. Moggi col crocifisso e la fede cristiana, Pinochet con quattordici preti al funerale, (ma nemmeno uno a quello LAICO di Welby) Provenzano e la Bibbia, Saddam Hussein e il "suo" Dio, i kamikaze e il fondamentalismo, la jihad, gli assassini nelle carceri tutti inginocchiati col rosario in mano. Non c'è un Cattivo che non sia anche un Perfetto Credente. Non che certi Buoni non credano. Credono. Però ostentano meno di così: non si fanno ciondolare niente addosso in diretta televisiva. Non lo tirano fuori come un pornodivo fa con l'uccello. I Buoni – più o meno – fanno quello che devono fare più silenziosamente e in genere ci restano secchi prima. (o comunque la fanno franca di meno) Me lo sono immaginato Moggi, in piena Calciopoli, inginocchiato contro il bordo del lavandino del cesso a pregare Iddio e a riceverne l’Assoluzione. Credere in qualcosa di Alto è prerogativa di chi si è già giocato tutto in Terra. Perdendo 3-0 la partita.

martedì, 30 gennaio 2007

Gomorra e la coscienza collettiva
Categoria:viaggi, scritto da andy capp


L'Olanda è tutt'altro che un paese senza personalità. La giornata passata ad Amsterdam ha completamente ribaltato la prima impressione che avevo avuto. Perché lassù le cose funzionano, eccome. Ma non perché c'è poca gente, o perché hanno risorse naturali ed economiche. In Olanda è il diffuso senso civico a fare la differenza. C'è una coscienza collettiva che da queste parti nemmeno ci immaginiamo.

Museo delle cere

Certo, sta un po' in tutti i paesi del Nord Europa la contraddizione di fondo per cui convivono coffee shop e quartieri a luci rosse con il divieto categorico di parcheggiare sulle strisce, ma tant'è. Ad Amsterdam o a Den Haag, delizioso capuoluogo politico composto di bellissime villette medio-borghesi e palazzi istituzionali da fare invidia, non si sente suonare un clacson neanche a pagarlo e nemmeno il tram fa rumore. Tutti sono rispettosi della vicinanza altrui. Provate a passare con il rosso oppure a fare un'inversione di marcia dove non si può; troverete almeno tre persone pronte a dirvi "Guarda che non si fa". Chi si fa gli affari propri campa cent'anni di più, è vero, però volete mettere la differenza con chi da noi ci suona solo perché deve passare, senza preoccuparsi minimamente se si sta imboccando (magari per errore) una strada contromano?

kitLa religione in Olanda non ha nessuna influenza sulla vita politica tantomeno sulle abitudini degli olandesi. Nemmeno le feste religiose condizionano la produzione quotidiana. Insomma, a Natale in Olanda nessuno si scambia regali o spende centinaia di euro in panettoni e torroni. Eppure campano bene lo stesso. L'energia alternativa c'è e produce elettricità, mica come da noi dove si fanno solo chiacchiere. E poi vogliamo parlare degli ingegnosi sistemi di irrigazione e di controllo delle acque? Intere distese di mare asciugate e rese edificabili.

Risultato perfettoCapitolo trasgressione: Amsterdam è Gomorra o il Paese dei balocchi, come preferite. E' piccola e i mezzi funzionano perfettamente. E' piena di negozi dove fare acquisti all'ultima moda, pub dove bere birre tra le più buone d'Europa, ci sono locali dove si fuma dell'ottimo hashish o della marijuana di qualità e poi c'è il quartiere a luci rosse, che devo dire mi ha davvero colpito per originalità. Non tanto la storia delle vetrine quanto tutto il resto è che fa la differenza: supermarket del sesso, locali di strip tease, insomma di tutto di più.

Due considerazioni: nonostante le droghe siano legalizzate non ho visto scippi o gente pericolosa o fuori di testa, almeno non più di quella che si vede da noi. Il fatto che le ragazze delle vetrine paghino le tasse allo Stato non mi convince del tutto: secondo me il racket dello sfruttamento c'è anche lì. Quindi attenzione a prendere questo tipo di esempi solo per vedere le nostre strade ripulite. Il problema è sempre a monte: finché c'è gente che viene sfruttata va colpita la domanda.

Mare del Nord

lunedì, 29 gennaio 2007

«Pronto Oli? Ciao, sono Devoto. Bowling stasera? O che ti va?»
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


dizionarioPer vari motivi (quasi tutti risibili) mi sono trovato a riflettere su un oggetto di uso comune (o che dovrebbe essere di uso comune), vale a dire il dizionario. Intanto - sempre per i medesimi e risibili motivi sopracitati - ho intavolato tutta una prima discussione circa la differenza di significato tra i significanti dizionario e vocabolario. A me piacciono molto queste discussioni, perché quando si fanno - se si tende attentamente l'orecchio - si può sentire quello sferragliare di ingranaggi che il cervello produce quand'è stimolato per ragioni futili ma che necessitano di minimo ragionamento. La cosa è durata poco, perché tutti si sono trovati d'accordo (odio quando tutti sono d'accordo) sul fatto che "vocabolario" può essere sia sinomino di "dizionario", sia comprendere l'insieme dei vocaboli, appunto, appartenenti a una determinata lingua (o dialetto); mentre con il significato di dizionario si intende, per forza, il significante "dizionario" ovvero quell'oggetto composto di pagine di carta (presumibilmente) che raccoglie in ordine alfabetico eccetera eccetera. Adesso vale la pena di definire il momento storico in cui questa discussione ha avuto luogo, e cioè il mio posto di lavoro. Il mio posto di lavoro è una fucina di straordinarie discussioni e memorabili litigi dialettici ed è anche e soprattutto un posto dove - per ragioni funzionali al mestiere che si fa - spesso si utilizza il dizionario. Questa discussione sul dizionario (e sul vocabolario) è nata, non a caso, mentre stavo consultando lo stesso: il dizionario di redazione (chiamiamolo così) assomiglia ormai a una di quelle vecchie auto senza cofano e sportelli, tanto che è stato adoperato. La copertina rigida rossa è saltata via da chissà quanto; fatto sta che, di punto in bianco, ho cominciato ad immaginarmi - giuro, proprio fisicamente - il signor Giacomo Devoto e il signor Gian Carlo Oli. Ed ecco di cosa si è cominciato a parlare da quel momento in poi.

dizionario2Questi due tizi si sono inventati il dizionario più famoso d'Italia: il Devoto-Oli, proprio col trattino. Da poco è uscita l'edizione 2007 e dentro ci hanno messo anche termini nuovi di zecca come PACS, TAV, CPT e altre menate prodotte dal fabbisogno terminologico d'oggigiorno.

Come avranno fatto a mettersi d'accordo, Devoto e Oli, sulla successione dei loro cognomi sulla copertina? Se ci pensiamo, quella decisione ha cambiato le vite di tutti: il Devoto-Oli non è la stessa cosa dell'Oli-Devoto e, onestamente, è una gran fortuna che abbiano deciso di dare precedenza a Devoto e non il contrario, perché così suona molto meglio. (qualcosa di simile succede quando, in un gruppo d'amici, si insedia una coppia di fidanzati molto stabile. Da quel momento in avanti, l'ordine con cui i suddetti piccioncini si chiameranno all'interno del gruppo sarà quello con cui si chiameranno per sempre e assai difficile sarà - in caso di separazione - identificarli singolarmente, oppure nominarli invertendo l'ordine degli addendi: Jonathan e Giorgia, Giovanni e Sabina, Teresa e Cristiano, Sandra e Raimondo. Chissà come succede questa cosa, però succede e, se inversamente lette, queste coppie - che esistono tutte veramente - non hanno più senso, oppure è cacofonico)

Comunque Devoto ed Oli dovevano veramente essere due amiconi per la pelle. Non si spiega altrimenti la semplicità con cui riuscirono a mettersi d'accordo sui propri nomi e via dicendo. Si vede che erano tempi diversi: gentiluomini nati a ridosso dell'inizio del Novecento e abituati a salotti letterari ben diversi da quelli televisivi di oggi. Addirittura Devoto fu presidente dell'Accademia della Crusca e mica lo so come l'amico Oli dovette prendere questa cosa. Me lo immagino, chiuso in casa, a ruminare vendetta e a grattare con le unghie la copertina del suo dizionario col cognome stampato per secondo.

Più o meno a questo punto, in redazione, ci siamo accorti di essere arrivati alla deriva completa del discorso e già non intravedevamo più le sponde da cui eravamo salpati, né scorgevamo le rive ove potere approdare nuovamente. Navigavamo in alto mare e senza mèta: da qui s'è fatto un ragionamento infinito circa le abitudini dei due. Ce li vedete al ristorante, Devoto ed Oli, ad ordinare dietro al menu un'orata? Di cosa mai potrebbero parlare due così? Si saranno mai ubriacati? Avranno mai guidato con un gomito fuori dal finestrino? Dice: che fate nella vita? Bof, niente: abbiamo scritto un dizionario. Come si fa a scrivere un dizionario? E' stata un'altra delle cose di cui abbiamo parlato in redazione mangiando cipster (sì, anche lavorando): va bene uno che si metta a fare OGGI un dizionario, ma il PRIMO dizionario in assoluto della storia delle storie? Come si è fatto a redigere? Si sono presi tutti gli oggetti del mondo, le emozioni umane, i verbi, i tempi, le COSE e si sono catalogati per nome, in ordine rigorosamente alfabetico? A...bate, A...bete, A...cero, A...cino, e così via - io a memoria avrò già saltato cento lemmi (si dice lemmi). Come ti può venire in mente di metterti a scrivere un vocabolario? Può essere che un bel giorno, Devoto ed Oli abbiano ascoltato una tale stortura di linguaggio (paragonabile alle kappa di oggi) da ventilare l'ipotesi di mettere insieme un'opera utile perché le generazioni future non sbagliassero più? E' che proprio non capisco: nella nuova edizione ci sono circa 700 neologismi. Ora, ditemi voi, mettiamoci e troviamo settecento neologismi, avanti. Io arrivo sì e no a cinque o sei. Come funziona? C'è un gruppo di persone che si piazza dentro una stanza semioscura, con delle ciotole di arachidi, sali minerali e acqua, e si stringe le tempie finché non spreme fuori almeno 700 neologismi? E che ne sanno che non ce ne sono di più? O meglio: come fanno a dire d'aver finito? Vanno a prendersi un altro dizionario e controllano? Non ce li vedo, e comunque torneremmo a bomba con il quesito del Primo Dizionario in Assoluto.

devotoMi è venuta molta curiosità. Ho anche provato a cercare Devoto ed Oli su Google Immagini, ma niente. Non riesco neppure a immaginarmeli quei due, ma certo erano grassi, miopi e con i baffi (oppure è qualcosa che fa il mio cervello per colpa dell'assonanza tra "Oli" e "Olio" di Stanlio & Olio). Di sicuro ci vuole una gigantesca inventiva anche verbale, dialettica: ci vogliono cervelli così grandi per mettersi seduti a un tavolino e spiegare così, in quattro e quattrotto, che significa "essere". Oppure "avere". Per spiegare "avere", in un dizionario, non puoi dare per scontato il termine "possedere". Altrimenti rimandi e basta: Avere: cfr. possedere... Possedere: cfr. avere. E buonanotte: uno che stila un dizionario non può fare così. Devoto ed Oli, di sicuro partivano dal presupposto che i loro lettori non fossero dissimili da brachiosauri o da arance. E' così che si fa un dizionario: è arte. L'arte di spiegare la parola "vagina" senza scadere nella pornografia spiccia. E l'ironia. L'ironia di catalogare il lemma "Pisello" e poi scriverci accanto: "Nome comunemente dato ad alcune specie della famiglia delle Papilionacee spec. al Pisum sativum e al Pisum arvense, entrambi coltivati in numerose varietà orticole e foraggere". Me li immagino, Devoto ed Oli, a scrivere una cosa del genere e a darsi di gomito, ridacchiando e facendo traboccare i bicchieri di vino posati vicino alle penne.

(qui c'è un indirizzo simpatico. Anche con giochi per sfidare il Devoto-Oli sulla lingua italian)

domenica, 28 gennaio 2007

Netherlands on tour by noantri casual firm
Categoria:viaggi, scritto da andy capp


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sabato, 27 gennaio 2007

Sotto il livello del mare
Categoria:viaggi, scritto da andy capp


La prima informazione che vi regalo, per chi non lo sapesse, e' che da circa 24 ore sono a Den Haag. La seconda informazione che vi regalo, per chi ancora non lo avesse saputo, e' che Den Haag, sarebbe L'Aia. Vabbe' cosa nota direte, ma siate onesti, da quanto l'avete scoperto? Un paio d'anni al massimo, suvvia.

La storia secondo cui questo ricco paese (14 mln di abitanti) si trovi sotto il livello del mare credo sia proprio vera a giudicare dal fatto che intorno non si vede una collina che sia una. Poco danno, l'unico inconveniente e' che tira sempre un vento micidiale; da qui deduco e confermo che anche tutta la storia dei mulini non era roba che esisteva solo sui libri di geografia. Cibo: non e' che si mangi un granche', anche se si trova tutto, De Cecco e Barilla comprese.

La grossa differenza sta nel modo e nei tempi di cottura. Una zuppa lasciata sul fuoco per piu' di due ore alla fine credo sia indigesta per chiunque, soprattutto se accompagnata da un mega wurstel affumicato. Cosi' come far rosolare un filetto di baccala' in una specie di miscuglio di olio di semi e burro non e' proprio il massimo. E poi onestamente tutte quelle salsine a base di cipolla ammazzano i sapori, c'e' poco da fare.

La gente non ho ancora capito com'e', anche perche' per le strade non c'e' davvero nessuno, soprattutto oggi che e' sabato mattina. Tra poco saro' ad Amsterdam di cui tutti mi hanno sempre parlato un gran bene. Si', andro' al coffee shop e anche al quartiere a luci rosse. Ma nessuno sapra' mai cosa sara' successo nelle prossime 8 ore.

Heineken

Mi sto nutrendo di Heineken (non che a Roma non si trovi) pero' qui e' l'equivalente della Peroni o della Moretti giu' da noi, cosa che mi fa sentire integrato. Calcio: purtroppo l'Ajax gioca in trasferta cosi' come tutte le squadre minori di Rotterdam e il Den Haag, quindi niente partita. L'unica speranza era legata al Feyenoord ma l'incontro di domani inizia troppo a ridosso del mio volo ed io con gli aeroporti ho un rapporto molto particolare (ieri stavo per perdere di nuovo l'aereo, dopo quello per Parigi perso qualche anno fa).

Tutto qui, il mio era solo un breve saluto a tutti i fratelli di noantri. Per il resto, un paese senza salite e discese e' un paese senza personalita', ma ha ancora tempo per farmi cambiare idea.

ps: quando gli americani inventeranno le tastiere con le accentate avranno fatto un primo passo verso la civilta'.

venerdì, 26 gennaio 2007

Abracadabra
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


prestigeThe Prestige è un film che m'ha rimesso al mondo. Quello che sto cercando di esprimere da circa 48 ore, in effetti, è un certo disagio. Un disagio assolutamente inatteso e fuori tema, perché è questo - guarda caso - uno dei periodi più proficui e creativamente corroboranti che mi sia capitato di vivere da molto tempo a questa parte. Mi rendo conto che già identificare il mio momento vissuto, volerlo inscatolare dentro meccanismi e alambicchi, è automaticamente una giustificazione, un passo indietro rispetto all'orlo del trampolino, un rimandare. E' però un fatto che per quante cose fantastiche mi stiano succedendo, soprattutto professionalmente, in questo momento, oppure dal punto di vista delle prospettive che si stanno spalancando, la percezione che ho di me stesso e delle mie qualità sta calando di conseguenza. C'è qualcosa di molto comune in tutto ciò: aspiriamo alle cose e le scorgiamo lontanissime. Poi le tocchiamo finalmente e ci coglie una fragile sensazione da "tutto qui?". E nel mezzo? La paura, naturalmente, di sbagliare. E' la retorica della vita, succedeva anche ai grandi marinai in navigazione quando finivano per calpestare le agognate Terre: "Tutto qui? Per questo lembo miserrimo di spiaggia i nostri compagni sono morti, ci siamo uccisi a vicenda, abbiamo dormito tra le nostre feci?". La risposta, il più delle volte, è .

Mentre guardavo The Prestige, ieri sera, ho cambiato più volte posizione sulla poltrona. (il cinema Cineplex Gulliver, a Via della Lucchina, sulla Trionfale è per più motivi sconsigliabile: intanto perché i film non cominciano mai in orario, procrastinati da un'ondata inverosimile di spot pubblicitari. Inoltre perché, appunto, le poltroncine sono scomode. E piuttosto luride). La trama, sciogliendosi, annacquava progressivamente questo malessere/benessere che mi teneva sulle spine e a galla veniva una certa sensazione di piccolezza rispetto alle Grandi Cose della Vita, quali gli uragani, la Cappella Sistina, la Morte, i tacchi alti delle donne, Beethoven, il film The Prestige, appunto. Mi succede sempre, quando guardo o leggo o sento qualcosa di stupefacente, di riconsiderare sì i miei pregi (tipo: ma chi mi credo di essere?), ma anche i miei difetti (tipo: suvvia, in fondo è tutto così bello qui intorno. Vale la pena di prendersi del tempo per migliorarsi ancora). Durante la visione (si è capito che la stra-consiglio?) ho anche avuto modo di riflettere sui motivi reali di questa improvvisa febbre da sì, vabbè, ma in fondo chi sono io? e devo dire di non averli compresi del tutto. (risulta difficile ragionare sui massimi sistemi mentre sullo schermo due illusionisti da Oscar senza se e senza ma si danno battaglia psicologica e fisica, rendendo allo spettatore impossibile schierarsi a favore dell'uno o dell'altro. Rarissimo caso di narrazione volutamente super partes in cui i ruoli del protagonista e dell'antagonista si alternano, si attorcigliano, si accavallano come code di gatto o piedi nudi sotto le le lenzuola durante un atto d'amore)

prestige1L'unica cosa che in effetti posso dire d'aver capito è questa (ce la spiega Cutter/Michael Caine nei minuti iniziali): la vita, come un trucco di prestigio, si svolge in tre atti. Il primo è chiamato la promessa: l'illusionista mostra al pubblico qualcosa di comune che, ovviamente, comune non è. Però sembra. (una gabbia per uccelli con un uccello dentro. O la propria stessa esistenza, ecco. Il proprio corpo, due braccia un naso, eccetera. Niente di più ovvio, umano, riscontrabile) Il secondo atto è chiamato la svolta: l'illusionista compie, con quel qualcosa di comune, un atto straordinario ma se il pubblico cercherà di capirne il segreto, ebbene, non vi riuscirà. (la gabbia con l'uccello dentro scompare da sotto il fazzoletto con tutto l'uccello. Oppure, quel corpo umano normale, due gambe e due braccia, lascia intuire un talento straordinario, un grande acume, una perspicacia fuori dal comune) Ecco allora che c'è un terzo atto, il prestigio, dove l'illusionista mostra qualcosa che non si era mai vista prima e il pubblico, finalmente, applaude ( l'uccellino scomparso, magicamente riappare tra le dita dell'illusionista. Oppure l'uomo normale, ma con grande talento, arriva infine a produrre un oggetto concreto grazie alla propria abilità. Plasma un'opera d'arte, compone una musica irripetibile, scrive un libro che sopravvivrà alle generazioni, diventa amministratore delegato di una multinazionale. Il pubblico si dà di gomito e, finalmente applaude.)

Capita all'umana specie di sentirsi in un eterno secondo atto, quello della svolta. Facciamo delle considerazioni su noi stessi e, a un certo punto, scopriamo con entusiasmo che abbiamo scollinato per sempre oltre la prima fase, quella della promessa. (che non è cosa facile: sono convinto che la differenza tra 0 e 1 sia infinitamente più grande di quella tra 1 e 100) La svolta, che bellezza. Tutta la gente annuisce, sorride e sa che possiamo fare quel qualcosa in più perché scoppi l'applauso: si aspetta che noi lo facciamo. E ci proviamo, tutti i giorni. Con impegno o con superficialità. Lavoriamo in maniera concreta per approdare nell'atto del prestigio e quando siamo a un passo, niente, scopriamo che l'acqua è fredda, ghiacciata e all'idea iniziale del tuffo anima & core si sostituisce una più realistica discesa graduale. Ci bagniamo la pancia, le spalle, immergiamo le braccia. Va tutto bene lo stesso, finché non ci passa di fianco un temerario che si tuffa con una capriola e risolve la vertenza. La gente ci mette niente a girarsi e applaudire un altro. Quanto a me, non vorrei che giunto sul più bello il trucco non riuscisse: ma cos'è questa se non ampasse da vita vissuta? La storiella del giorno da leone o tanti da pecora. Il rischio vale sempre la pena d'essere corso. Perciò stamattina mi sono svegliato meglio, nonostante la pioggia.

Ebbene, sbrigatevi: The Prestige non resterà nelle sale per sempre ed è un film strabiliante. Fa le scarpe pure a The Departed di Scorsese. Regista e sceneggiatore sono quelli di Memento, non a caso. (di Nolan ho amato perfino Batman Begins. Un po' meno Insomnia, ma quello è un film a cui si perdona tutto visti i due protagonisti Robin Wiliams/Al Pacino... O forse il problema è proprio quello). C'è anche David Bowie che recita. Cè Andy Serkis in una parte normale... (lui è quello che ha "impersonato" Gollum e King Kong nei film di Jackson) C'è Scarlet Johansson: di cui però non parlerò, se non per ribadire il concetto secondo cui lei è, a mio parere, la risposta di Hollywood a Stefano Accorsi. (meravigliosa bocca a parte)

giovedì, 25 gennaio 2007

Fascisti in saldo
Categoria:politica, scritto da andy capp


Oggi parliamo di moda e di griffe che fanno strage di prezzi. Oxus non è altro che un marchio italiano di borse e borsette, ideato da un certo Raphael Mamet, che da anni produce principalmente sia sotto il proprio nome, che come licenziatario di griffe più famose, tra cui Laura Biagiotti, Luciano Soprani, Gianmarco Venturi e qualche anno fa anche Valentino e Antonio Marras. Niente da dire fin qui. Il proprietario è un certo Roi Hagen, oggi cittadino giapponese naturalizzato, che ama farsi chiamare Gm (acronimo di General manager) dai suoi dipendenti. Gm è Delfo Zorzi.

Questi non è un cittadino qualunque, un imprenditore che ha avuto l'idea giusta. Zorzi è stato uno dei più noti militanti dell'estrema destra bombarola, quelle delle stragi e al servizio dei Servizi, scusate il gioco di parole. Nonostante la cittadinanza giapponese che ne impedisce l'estradizione è ancora un latitante accusato di strage per Piazza della Loggia, a Brescia. E' stato assolto, invece, per l'eccidio di Piazza Fontana, dopo una prima condanna all'ergastolo. Zorzi era esponente di punta di Ordine nuovo. In Giappone ha creato un impero economico commerciando nel campo della moda con una serie di società che hanno sede in paradisi fiscali. Coinvolto in numerose inchieste internazionali per contraffazione di marchi e per importazione parallela di beni griffati, è anche sospettato di avere rapporti con la malavita organizzata giapponese e coreana. I suoi affari ora sono arrivati anche in Italia.

Il principale negozio della Oxus si trova in Galleria Vittorio Emanuele a Milano, accanto al Biffi. Altri rivenditori sono in piazza Fiume a Roma e in Veneto nelle zone di cui è originario: uno a Conegliano e uno a Pordenone. Ma c'è una bella storia svelata dall'Espresso riguardo proprio la sede milanese, che non è poi così lontana da piazza Fontana: il negozio della Galleria Vittorio Emanuele è in concessione fino a tutto il 2007 in locali che appartengono al Comune di Milano, già parte civile nel processo per la strage del '69. La curiosità è che il canone chiesto dal Comune è di circa 3.500 euro al mese, una cifra molto più bassa rispetto alla media della zona. Per non farci mancare nulla va ricordato che tra i partner commerciali di Zorzi c'è anche un certo Paolo Giachini, famoso per aver offerto la sua casa a Erich Priebke, l'ex militare nazista agli arresti domiciliari per la strage delle Fosse Ardeatine.

Due considerazioni finali: la prima è che a volte per fare politica non è necessario sposare grandi battaglie ideologiche perché il marcio è molto più vicino di quanto sembri. La seconda è che l'Italia è un Paese fantastico; altro che America, qui tutti hanno sempre almeno una possibilità.

Ps: Vi segnalo chi non ha dimenticato.

mercoledì, 24 gennaio 2007

Scrittore e giornalista a chi?
Categoria:blog, scritto da stefano havana


oddoDue cose vanno notate di questo piccolo editoriale che il quotidiano epolis mi ha proposto di scrivere. La prima è il titolo della rubrica (settimanale, per ora). Il titolo è NOANTRI (il link, spero, seguirà a breve). La seconda cosa da notare è la dicitura che accompagna il mio nome e cognome: SCRITTORE E GIORNALISTA. Posso ufficialmente dire che neanche mia madre ha mai avuto parole tanto adulatorie e benevolenti: non so bene, ma credo di dover ringraziare, per questo, l'eccessiva stima (erroneamente riposta nei confronti della mia persona) del signor Gianfranco. Ciao Gianfranco (qualora aveste voglia di leggere il prosieguo del pezzo - ma ci sono cose molto migliori da leggere nei giornali di oggi - potreste recuperarvi il quotidiano, anche online, a questo indirizzo: www.epolisroma.it. Ma, davvero, quando ne varrà la pena sarò il primo a dirvelo. Per oggi conservate byte e diottrie).

p.s. dovrebbe seguire, mi rendo conto, oltre a questa puttanata riempitiva, tutta una serie di spiegazioni sul perché questo blog - senza possibilità di difesa alcuna - stia oggettivamente languendo da qualche giorno a questa parte. L'aggiornamento quotidiano che ci siamo imposto pare decaduto: le motivazioni, è naturale, non vanno addidate a questa mera striscia editoriale qua a sinistra, bensì ad altri lavori in cui siamo, anima & core, Andy Capp ed io affaccendati. E' un lavoro che ha una scadenza ed è un lavoro che riguarda un campo dell'informazione in cui noi due non ci siamo mai mossi: dunque stiamo reinventandoci, nel tempo che ci resta della giornata, per portarlo a termine all'ennesima potenza. Vi daremo conto di questa bella esperienza, perché si porta dietro tutto un racconto di coincidenze ed eventualità che valgono la minima pena di un post. Nel frattempo, come dice uno con cui spesso litigo a morte ma la cui penna costituisce la mia invidia, state bene.

martedì, 23 gennaio 2007

Dopo i bulli, il poliziotto (sul messaggio e il mezzo)
Categoria:attualitĂ , scritto da stefano havana



Senza dimenticarci Hillary Clinton e compagnia bella. Mi sembra una fantastica retorica dell'ultima moda. Un tentativo frettoloso e posticcio di frequentare gli ambienti gggiovani che tanto tirano in questo periodo. Tutto a proprio vantaggio, naturalmente. Non voglio criticare ad ogni costo, ma mi pare che si stia facendo un percorso inverso: dalla demonizzazione di YouTube alla sua santificazione tout court. Quasi come se qualsiasi cosa passasse per questo strepitoso strumento recasse in sé le stimmate della qualità. Insomma, non conta più il messaggio ma conta soprattutto il mezzo con cui si sceglie di veicolarlo. Mi sembra di intravedere all'orizzonte presagi foschi.

domenica, 21 gennaio 2007

Dagli ambientalisti all'artista Spencer Tunick: la domanda è:
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Al posto di costoro, voialtri maschietti

riuscireste

erezione1

a contenere un'erezione?

venerdì, 19 gennaio 2007

I Pacs non servono a un cazzo... agli eterosessuali
Categoria:attualitĂ , scritto da andy capp


Nonostante gli impegni presi a suo tempo dall'Unione, nonostante le tavole rotonde e i conclave che si susseguono nel Governo, dei Pacs o delle unioni civili per il momento non se ne vede neanche l'ombra.

PacsPersonalmente non credo che si tratti di una priorità per il Paese, almeno per quella fetta di popolazione che di quei diritti civili può già avvalersi. Mi spiego meglio: sono completamente a favore sul fatto che una coppia omosessuale possa avere la possibilità, attraverso un contratto (pacs, unione di fatto o chiamatelo come volete) di regolarizzare la propria vita. E nello stesso tempo non mi aspetto certo che il Papa riconosca agli omosessuali la possibilità di sposarsi in Chiesa, ma non credo che sia assolutamente questo l'obiettivo da perseguire.

Mi rivolgo però a tutti coloro che si dicono contrari o scettici: perché due persone che vivono insieme da 30 anni, di qualunque sesso siano, non possono avere diritto a una pensione di reversibilità, non possono avere diritto di assistere il proprio caro in fin di vita, non possono ereditare la casa in cui hanno vissuto? Questo chiedono gli omosessuali e nient'altro.

Mi rivolgo ora invece a quei politici che stanno sfruttando i Pacs per portare avanti una battaglia anticlericale. Per quale motivo si dovrebbe introdurre questa possibilità anche per le coppie eterossessuali? La possibilità di regolare la propria relazione, la propria vita di coppia c'è già attraverso il matrimonio civile. Perché ideologizzare una battaglia civile e inevitabilmente indebolirla?

L'onorevole dell'Ulivo Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay, ha detto che è giusto portare avanti la battaglia dei Pacs per tutti per far sì che ci sia una vera libertà di scelta. A volte credo che le cose in questo Paese non si vogliano proprio cambiare.

giovedì, 18 gennaio 2007

Da Rocky Balboa a Fritz Fiangkus: genesi di una rivoluzione culturale
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


rockyE' questo abuso del Citazionismo, metastasi degenerativa di un assai più mortale tumore conosciuto con il nome di Intellettualismo; è questa piaga - grandemente diffusa per le infinite vie di Internet - che mi rende ormai impossibile la comprensione del più elementare concetto. Esempio:

"... E d'altra parte, come brillantemente commenta Fritz Fiangkus nel suo ultimo lavoro - che tanto deve alla poetica del Goxiano, seppure con innesti meta-letterari alla Seymouring...". (eccetera, e magari si stava parlando del Festival di Sanremo...)

Fritz Fiangkus NON ESISTE e in effetti io non ho bisogno né di lui né di tutto questo gran sapere per essere felice e per capire le cose del mondo. E' l'Arte che può salvare una persona dal buio, non il Sapere. (posto che una persona possa essere veramente salvata) Preferisco pascere in un brodo d'ignoranza che sapere le cose così e così. (oppure al solo scopo di farne sfoggio)

rocky3L'epifania l'ho avuta venerdì scorso durante il film "Rocky Balboa", episodio conclusivo della saga sul pugilato più famosa della storia del cinema. Più o meno mentre Sylvester Stallone tornava a riempire di pugni un quarto di bue grandguignolesco appeso nella macelleria del cognato Paulie, io uccidevo a coltellate e morsi il mio personalissimo Fritz Fiangkus. Ho condiviso la visione con F. e Fede, (che non credo si siano accorti di niente) oltre che con una serie di personaggi improbabili, ragazzini rumorosissimi, assuefatti a mode incondivisibili e devastati nella pelle da un'acne che pensavo propria dei miei tempi, piuttosto che di questi stra-tecnologici dove la semplice pressione di un bottone può risolvere - credevo - qualsiasi malattia epidermica. Perciò mi sono messo a sedere col mio bel Fritz Fiangkus sulle ginocchia, prontissimo a infilargli una mano nel culo e manovrarlo tipo marionetta per fargli dire parole al posto mio e inoculare negli astanti qualcosa che assomigliasse ad incomprensibile autorevolezza, ("... Come dice chiaramente Antonio Scuprati, riprendendo quanto già espresso prima di lui da Walter Assiti, senza però l'ironia necessaria di un Soucault...") e mi sono alzato circa 109 minuti dopo talmente soddisfatto dalla visione da non ritenere necessario alla vita nient'altro che l'immagine leggera e senza pretese di un improbabile Sly imbolsito dagli anni che saltella su un ring.

rocky2Mi spiego? Altro che Fritz Fiangkus. Guardare Stallone sullo schermo mettere ko, o quasi, a sessantuno anni suonati un cristone negro di una generazione più giovane mi ha letteralmente deliziato e ho capito (l'ho proprio percepito sulla pelle nell'atto stesso della visione) che il mio fabbisogno intellettuale è veramente basso e veramente onesto. Mi è sufficiente che arrivi un tizio in grado di raccontarmi qualcosa con lo strumento dell'artigiano, del cesellatore: fatemi vedere le briciole che la vita umana fa mentre viene vissuta, le briciole in terra, tipo i trucioli in una segheria, e io non vi chiederò altro. (avete presente come faceva De André?) Non sentirò mai più il bisogno di infilare una mano nel culo di un Fritz Fiangkus qualunque per muoverlo fittiziamente al solo scopo di darmi un tono di un certo tipo. (perché sono convinto che le cose che questi intellettuali dicono si potrebbero dire molto meglio a parole proprie anche se al prezzo di uno spettacolo meno pirotecnico) Avreste dovuto vedermi: stavo lì, al cinema Cinestar Cassia, e sulla mia poltroncina saltellavo; facevo un tifo spasmodico per Rocky, piangevo l'assenza di Adriana, maledicevo la vecchiaia che stava sbocconcellando Paulie pezzo a pezzo e sentivo la fatica nei bicipiti. Nessuno, di questi (bravi) intellettuali che leggo, sarebbe riuscito a inculcarmi un fremito simile col proprio Fritz Fiangkus privato ("... il problema della legittimazione artistica, che da Heger in poi...") Non è demerito di costoro: (è gente che ha studiato molto più di me, io questo non lo metto in dubbio) però sto parlando di me stesso e di un uso che mi pare (questo sì) stia sconfinando nel malcostume.

rocky1Guardare un film come Rocky Balboa e trarne immensa soddisfazione significa aver fatto un passo avanti (o indietrissimo) nell'ambito di un cammino intellettuale: significa certamente essersi mossi. Quando, invece, mi trovo catapultato in una di queste letture alte che vanno oggi di moda (e molte, davvero, valgono la pena dello sforzo, dico davvero. Penso, ad esempio, agli interventi presenti su Nazione Indiana, per fare un nome), quello che succede è che arrivato all'ultima riga del pezzo scopro che sono esattamente al punto di partenza e che, di fatto non ci ho capito un'acca e comunque domani l'avrò dimenticato. Non so: rivedere sul grande schermo Mary - quella Mary del primo Rocky, quella Mary di "Vaffanculo rompipalle", ritrovarsela davanti trent'anni dopo donna fatta e con un figlio a carico, è stato come rientrare nel salone della propria casa per la prima volta dopo la morte di mamma e papà. Un'emozione che si definisce da sola, senza bisogno di esempi o giri strani. Non lo so se i fratelli Karamazov fanno lo stesso con la gente. (stai paragonando Dostoevski a Balboa? No che non lo sto facendo: il punto è tutto qui. Forse prima l'avrei fatto, adesso non più. Adesso me ne frego) Devo essere un poco di buono: fatto sta che mi sono stancato di tanti paroloni al vento. Non ho mai desiderato meno d'essere un intellettuale, di praticare dell'intellettualismo. Secondo me basta pochissimo, un po' di zucchero e la pillola va giù, niente di niente per innescare le rotatorie del pensiero. Raccontare le cose come stanno, dirlo con parole proprie, spalmando lungo tutto il testo l'eredità dei tanti Grandi che ci hanno formato, senza per forza mostrare a ogni riga il retro del sipario o i fili dietro la magia. Rocky Balboa è niente vestito a festa, ma è anche un film imperdibile per gli appassionati. Stallone non si affida nemmeno a un Fritz Fiangkus per raccontare la sua storia; prende il pugile più goffo e confuso che si sia mai visto e ti porta - a parole sue - fino all'ultimo round. In definitiva, dopo un film del genere, non si esce dal cinema cresciuti di un solo centimetro, o arricchiti o migliorati; però si esce sudati e con le nocche della mano doloranti. (o l'arcata sopraccigliare tumefatta) Ecco, credo che alla gente, mai come in questo periodo, serva sudare.

(i nomi presenti in questo post, a parte quelli relativi al film Rocky Balboa, sono tutti volutamente storpiati)

mercoledì, 17 gennaio 2007

Cronache cagliaritane [capitolo I]
Categoria:quotidianismi, scritto da valerio roma


cagliariCagliari ci sono i pali dei lampioni piantati in mezzo ai marciapiede. Per me, che cammino spesso sovrappensiero, sono pericolossisimi: si rischia di prenderli dritti in faccia. Dovrò restarci per un pò, qui in Sardegna, un paio di mesi, mi dicono. Ho la sensazione che sarà anche di più.

Comincio a parlarvi della casa. La sensazione (la stessa che mi fa pensare che resterò più a lungo di due mesi) di aver preso una sòla mi è venuta dopo appena un giorno. Intendiamoci, non è che abiti in una topaia, tutt'altro. Solo che ci sono alcune "situazioni collaterali" che la rendono poco confortevole. L'ubicazione, ad esempio. Per fare a piedi il tragitto che va dalla redazione fino a casa impiego un quarto d'ora, venti minuti al massimo. Il problema, però, è che la strada è tutta in salita, con pendenze da tappone dolomitico in quanto la casa è nel quartiere del castello. E' una zona vecchia, poco distante dalla cattedrale, e non ci sono supermercati. L'unico che ho trovato è vicino alla redazione e vi posso garantire che a fare quel percorso con le buste pesanti ci si fa un culo così, primo, e si arriva al portone tutti sudati, secondo.

E' scomodo anche solo tornare per le pause pranzo, e questo mi costringe a spendere parecchio per mangiare fuori. La mia stanza è una doppia, una matrimoniale gigantesca con due finestre e ingresso indipendente. C'è addirittura un camino che, per ovvie ragioni, non potrò mai usare. I miei due coinquilini sono due studenti: uno è di Oristano, l'altro è di Carbonia. Ne ho incontrato solo uno, quello di Oristano, perché con l'altro abbiamo orari incompatibili.

cagliari2Vivere da soli non è affatto male. Devi soltanto abituarti a pensare a cose di cui normalmente non ti cureresti mai. Scegliere un detersivo rispetto a un altro, ad esempio. Devi anche entrare nell'ordine delle idee che, se una cosa non te la fai da solo, nessun altro la farà per te. Il pavimento resterà sporco, se tu non lo lavi. Le tue magliette puzzeranno di sudore, se non fai una lavatrice. E così via.

Sto facendo amicizia anche con persone al di fuori della redazione, e questo è positivo. Almeno riesco a staccare un po', a non parlare sempre e solo di lavoro. Ho un paio di momenti della giornata ai quali non rinuncerei mai, per nulla al mondo. La musica del lettore mp3 alla mattina, quando faccio a piedi la strada per andare in redazione e il latte macchiato al bar davanti al posto dove lavoro. La redazione, e con questo chiudo, è molto bella. Grande, spaziosa, luminosa e pulita. I colleghi sono simpatici, e quasi tutti disponibili. Insomma, sono capitato bene, è l'ambiente ideale per lavorare. E anche l'occasione che mi stanno dando è più unica che rara. Sono fortunato.

cagliari1Non so quando tornerò a Roma, onestamente. Spero non tra molto. Della mia città mi mancano diverse cose, anche quelle negative. A Cagliari non si vive male, solo che la sensazione di stare su un'isola è evidente. Lo vedi dalle persone, dalla loro mentalità. E dal fatto che il sabato e la domenica qui è tutto fermo. Ecco, Cagliari è una città che al fine settimana vuole riposare davvero. E' una città morta, in quei giorni. C'è poco da fare.

martedì, 16 gennaio 2007

Signora cacca, piena di grazia
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


caccaCosa resta di tutta la cacca che abbiamo fatto, se non l'olezzo, una volta che abbiamo scaricato? Che resta dell'affanno con cui siamo giunti al gabinetto, una volta che pasciamo soddisfatti dell'immonda eiezione? Nulla, un ricordo: come del finito amore. Come di una passata sofferenza. Tutti facciamo cacca, tutti defechiamo quelle volte al dì ed è questo che ci accomuna nel mondo, d'ogni razza e provenienza, altro che colore della pelle. E' nella merda la vera risposta, la dimostrazione dell'unità, la non-distinzione. Ma io voglio parlare della cacca in termini esaltanti, smuovere questa grande pietra dall'apertura della cripta di un discorso tabù; è il tiranno che fa cacca l'uomo più innocente; è il grande artista - lo Scrittore - sul cesso seduto con una rivista di gossip posata sulle ginocchia spelacchiate che diventa Uomo Comune per eccellenza: lo specchio riflette la sua vena rossa al centro della fronte e niente rimane di quell'altra, la Musa, la vena ispiratoria di grandi trame e peregrinazioni. Cosa rimane dell'assassino quando gli scappa da cagare? Cosa più appassiona d'un latin lover seduto sul cesso? Dei suoi addominali invidiati e sfiorati da unghie laccate di rosso, che rimane?

cacca2Viene difficile pensare alla cacca: luogo comune vuole che certe personalità di spicco della nostra umanità non siano destinate a questo esercizio organico necessarissimo. Nessuno giurerebbe sul fatto che Marilyn Monroe cagasse, per esempio, se non forse Arthur Miller che adoperava il bagno dopo di lei. Eppure tutti caghiamo e non uno che caghi diversamente da noi: perfino un aborigeno caga allo stesso modo nostro, solo tra ortiche e piante rampicanti. Non mi sembra che esista niente d'un programma politico che riguardi la cacca; e il dibattimento sulle Unioni Civili - che io ne sappia - tratta di sesso e discriminazione, non certamente di cagate. Eppure che cosa c'è di più civile, di più uniformante, della cacca? Dal medesimo orifizio fuoriesce per tutti e per ognuno vige il comandamento morale che quando scappa scappa.

Cagare è una delle prime cose che impariamo a fare da soli: il passaggio dal pannolino al vasino e dal vasino al cesso è uno dei momenti topici dello sviluppo umano e della presa di posizione civile. Topico eppure inevitabile; eppure autonomo. Come il respiro, come il battito cardiaco: cagare è un atto destinato a diventare il più spontaneo tra tutti. (fatte salve le emorroidi) Una volta mia madre - santa donna - si preoccupò della mia idiosincrasia ad abbandonare il pannolino; espose perciò al pediatra il proprio disagio. Il medico - un uomo affabile e sempre elegante che tutti in famiglia ricordiamo volentieri - così rispose: "Signora, andiamo. Ha mai visto un trentenne cagare nel pannolino?". Da allora questa uscita, a casa nostra, si ripete ad alta voce quando qualcuno si preoccupa inutilmente della strada da fare per arrivare a una destinazione. (dice qualcosa in proposito anche Kerouac, ma questo è un post sulla cacca e tale deve rimanere, sebbene nutra la ferma convinzione che financo Kerouac, sulla strada o a casa, cagasse come capita a me di cagare)

lunedì, 15 gennaio 2007

I comunisti dell'Ovest
Categoria:politica, scritto da andy capp


Sembra non conoscere fine la lenta agonia che ha contraddistinto il comunismo italiano. Una volta sconfitto il fascismo, prima l'amnistia di Togliatti, poi lo strappo da Mosca e le prime scissioni passando per la lotta armata degli anni di piombo, la svolta della Bolognina, la vittoria alle elezioni del 1995 e la nascita del Partito Democratico hanno di fatto appannato quel senso di appartenenza che da sempre contraddistingue il popolo di sinistra.

Una storia travagliata che ha coinvolto e diviso ben tre generazioni: quella che ha fatto la guerra, quella che si è trovata immersa nei moti del 68' e nelle lotte operaie e quella di oggi, che sembra aver perso ogni punto di riferimento storico e politico rispetto alle origini dell'idea marxista. Ma cosa significa essere comunisti in un Paese del Patto Atlantico? Quanto veramente si è riuscito a fare in questi anni? Per formazione è compito di ogni comunista credere nella Rivoluzione, conquistare il potere anche attraverso lo strumento della violenza. Almeno così è stato nei Paesi dove ha trionfato la Rivoluzione bolscevica e in quelli in cui la rivolta indigena antimperialista ha assunto dei connotati socialisti (vedi Cuba). Per il resto, l'unico esempio di vittoria democratica dell'idea socialista è stato il Cile di Allende. Ma come sia andata a finire è cosa nota.

Palmiro

Ma come restare fedeli alla dottrina leninista in un paese come l'Italia dove sono stati gli stessi comunisti a contribuire in maniera decisiva all'affermazione della democrazia? C'è stato un momento in cui, al di là dello spauracchio Baffone sventolato dalla Chiesa come propaganda politica, forse si è andati a un passo dall'insurrezione armata, negli attimi successivi all'attentato a Togliatti, quando operai e vecchi partigiani si riunirono davanti alle sezioni del PCI con i fucili pronti a sparare. Ma anche in quell'occasione la saggezza politica di un uomo, non a caso chiamato il Migliore, evitò una drammatica guerra civile. 

C'è mai stata una sola possibilità in tutti questi anni di prendere il potere e di trasformare la Repubblica Italiana in una dittatura del proletariato? Probabilmente no. Proprio perché Yalta, la Guerra Fredda e gli equilibri geopolitici internazionali hanno da sempre contrastato questa evenienza. Non è un caso che le mitiche Brigate Internazionali furono in un certo senso abbandonate durante la guerra civile spagnola del 1936. La Spagna come l'Italia non doveva diventare una Repubblica socialista. Né prima, né dopo la Seconda Guerra Mondiale. Forse anche questa è stata una saggia decisione presa da Madre Russia. Che senso ha avuto essere stati comunisti in questo Paese per così tanti anni e per cosa si è lottato davvero se non per la libertà di tutti? Una lotta che paradossalmente ha segnato la fine stessa della tradizione comunista italiana.

sabato, 13 gennaio 2007

De-lurking Day
Categoria:blog, scritto da stefano havana


Non l'ho mai fatto nei due appuntamenti precedenti. Questa volta capita (anche) di sabato e perciò ho deciso di aggregarmi al gregge, nonostante la consueta aria da fin de fiesta che aleggia nel sabato cibernauta. Però oggi è il De-lurking Day e, in quanto tale, i commenti di questo post dovrebbero essere riservati (ma anche no) a tutti coloro che solitamente si limitano a leggere senza esporsi. Lettori silenziosi - consapevolmente o per timidezza - fatevi avanti. Mi piacerebbe però che, oltre al canonico "Eccomi!", vi palesaste in maniera più significativa, raccontandoci chi siete, perché leggete questo blog, da quanto, e per quale motivo lo avete sempre fatto nell'ombra.

delurking

Dai, De-lurkatevi tutti e, se vi piace, de-lurkatevi anche nei prossimi giorni (che questo De-lurking Day abbia un senso, insomma). E buon weekend a tutti.

venerdì, 12 gennaio 2007

Amico fragile
Categoria:musica, scritto da andy capp


Faber
Con un giorno di ritardo l'omaggio al più grande di tutti grazie alle parole di Emiliano.

"Otto anni fa se ne andava un grande artigiano dello spartito e uno straordinario collezionista di parole e sentimenti. In quest'epoca di grande confusione il suo addio ci ha lasciato un po' più confusi, è vero. Ma anche più adulti e orgogliosi nel salutare un amico che parte senza nessun rimpianto, senza conversioni tardive, senza ripensamenti, senza concessioni: non al denaro, non all'amore, né al cielo".

giovedì, 11 gennaio 2007

L'assoluta mia incapacitĂ  di concepire l'esistenza dei piccioni
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Sintra

Non posso pensare ai piccioni senza subire uno shock emotivo. Non so se siamo tutti d'accordo, ma i piccioni sono tra le creature più stupide, insulse e inutili del Creato. (per piacere, non sono ornitologo e non soffro di strambe forme di darwinismo spinto, per cui se pure i piccioni dovessero avere - invero - qualche preziosissima funzione, tipo: mangiano dei vermi microscopici che altrimenti mangerebbero noi, la mia idea resterebbe la stessa: i piccioni sono animali insulsi) Eppure non posso fare a meno di restarci di stucco ogni volta che guardo un piccione: camminano (si può dire che i piccioni camminino? Bé, zompettano) tutti alla stessa maniera. Con quelle zampe rosa da gallina (in effetti i piccioni sono galline) e il collo che fa avanti e indietro come Totò nella sua celebre camminata, bé, da piccione. Sono animali stupidi, insignificanti, sporchi. Vivono sui cornicioni dei palazzi, respirano (respirano?) smog a tutte l'ore e non li vedi mai volare in posti belli: che, per caso, qualcuno di voi ha mai visto un piccione volare a Malibù? C'è una vecchia leggenda (tipo quella che riguarda i cinesi e dove diavolo se ne vadano a morire) che porta a riflettere l'interrogato su una questione ancestrale: s'è mai visto un piccione PICCOLO? Appena nato, nel senso. Io certamente non l'ho mai incontrato. Mi ricordo perfettamente un giorno (adesso arrivo a dire quello che volevo dire), sto parlando di almeno dieci anni fa, in cui il mio amico Giovanni, adesso marito e padre, scalciò distrattamente una pietra a Ponte Milvio, davanti alla gelateria Arcangeli (è ancora lì) e la traiettoria casuale di quel lancio terminò la propria corsa proprio sulla testolina cocciuta di un piccione. Che neanche volò via! Fece un passo o due in avanti, sempre con quella camminata da Totò, al massimo sbattendo un po' le ali - ma più che altro con tono insolente, la gestualità di qualcuno che è stato appena svegliato e non ne vuole sentire di rispondere al telefono che pure sta squillando e squillando - e tornò perfettamente immobile, quasi a sprezzo del pericolo: io sono un piccione e voi due non siete un cazzo, e comunque senza il dono del volo.

piccioniEcco il punto. Mi indigno, quando vedo un piccione (o quando semplicemente penso a un piccione), perché per quanto siano animali oggettivamente insensibili, stupidi, brutti, sporchi e inavvicinabili, questi possono volare. Un piccione SA volare. La cosa mi devasta psicologicamente perché se io penso all'uomo come forma di vita, immediatamente penso a una delle forme più evolute di vita possibili. Invece - escludendo incontri ravvicinati del terzo tipo - è sufficiente il confronto con un piccione imbecille e grasso per uscirne sconfitti. Un piccione sa volare. Un piccione vola! Ma perché? Un piccione ha qualcosa che Michelangelo non aveva. Un piccione sì e Leonardo da Vinci no. Un piccione, di sicuro, sapeva ciò che Galileo Galilei scoprì (o Copernico) a fatica (e restando nella storia immortalmente) molto tempo prima e senza l'apporto di alcuno strumento. Un piccione, per quanto resti l'animale più inverosimile mai creato, può volare. Picasso no. Van Gogh no. Matisse, Dostoevski, Chopin, Marlon Brando, Maradona no. A me fa venire il sangue alla testa. A voi?

(a proposito di pennuti e della loro improbabile essenza, mi sovviene un passaggio della strepitosa Flannery O'Connor che parlava, nello specifico, di pavoni. Ve lo somministro:

Molte persone, ho scoperto, sono congenitamente incapaci di apprezzare la vista di un pavone. Già un paio di volte mi è stato chiesto quale sia l'utilità di un pavone, domanda che da me non otterrà risposta, perché non la merita. Un giorno la compagnia dei telefoni aveva mandato un addetto a ripararci l'apparecchio. Finito il lavoro, l'uomo, un tipo grande e grosso dalla faccia circospetta, mezza coperta da un casco giallo, si trattenne per tentare di convincere con le buone un pavone, rimasto ad osservarlo, a fare la ruota. Voleva aggiungere anche questa esperienza alle tante altre che, a quanto pare, aveva avuto. "Forza bello", diceva: "Facci vedere qualcosa, dai, avanti, su con quella coda, su"!. Il pavone, ovviamente, non lo degnava di uno sguardo. "Che cos'ha?", chiese l'uomo. "Non ha niente", risposi. "Vedrà che fra poco la fa, la ruota. L'unica è aspettare". L'uomo rimase a inseguire il pavone per un'altra quindicina di minuti, poi, scocciato, se ne tornò al camion e mise in moto. L'uccello si scosse e la coda si sollevò ad incorniciarlo. "La sta facendo!", gridai. "Ehi, aspetti! La sta facendo". Il tipo fece inversione con il camion, proprio mentre il pavone si girava e gli si parava davanti con la coda spiegata. Una ruota perfetta. L'uccello si volse lievemente a destra e i piccoli pianeti sovrastanti risaltarono in bronzo, poi si volse lievemente a sinistra e svariarono la verde. Mi avviai verso il camion per cogliere la reazione dell'uomo a quella vista. Era immobile, concentrato a fissare il pavone, come se stesse cercando di decifrare una scritta minuta in lontananza. Dopo un attimo il pavone abbassò la coda e si allontanò impettito. "Be', che ne pensa?", chiesi. "Mai viste zampe tanto lunghe e tanto brutte", disse l'uomo. "Scommetto che quel briccone riuscirebbe a superare un autobus".

Certo, i pavoni: altro elemento della natura che fatico a concepire. Ma questa è un'altra storia)

piccioni1Tornando a bomba, alla fine di tutta questa discussione resta il fatto che la sola consapevolezza che un piccione VIVA e che, volendo, possa spiccare IL VOLO, mi disturba la digestione. E' legittimo che un'aquila voli (è un'aquila!); è legittimo che i gabbiani volino per solcare i mari, è legittimo che le zanzare, perfino, volino e trovo un certo grado di giustizia financo nel fatto che le mosche possano farlo. Ma un piccione, con quelle cacche bianche che piovono dall'alto, e quella stupidità congenita dentro uno sguardo rotondo e immobile, un piccione no; un piccione sconfigge la mia capacità di sopportazione. Ci sono cacche di piccione perfino sul David e sulla Cappella Sistina. Se di giustizia si tratta, è una giustizia di merda.

mercoledì, 10 gennaio 2007

Anni '70 con meno speranza
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


shortbus1In Shortbus ci sono tantissimi cazzi in primo piano, vagine e orgasmi in presa diretta con tanto di schizzi spermatici direzionati su quadri astratti. Non è tutto: in Shortbus ci sono rapporti omosessuali, uomini che se lo prendono dritto dritto nel culo e nella bocca, sodomie continue inquadrate dal primo all'ultimo secondo e che niente hanno a che vedere con la censura buonista all'italiana de Le fate ignoranti (sempre sia benedetta, tra l'altro: assistere alla deflorazione di Stefano Accorsi sarebbe stato troppo pure per uno stomaco forte come il mio). In Shortbus ci sono almeno due scene memorabili: in una James se lo prende in bocca da solo come D'Annunzio e si viene sui denti. Nella seconda Jamie canta l'inno nazionale americano nel culo di James, osservato da Ceth che, nel frattempo, si masturba disteso come facevano i romani sul triclinio. Detta così, la cosa potrebbe iniziare a un leggero voltastomaco, ma giuro che la mano leggera e sapiente del regista (e sceneggiatore) John Cameron Mitchell riesce a trasformare il tutto in un grande momento comico.

Tuttavia non è vero che Shortbus sia un film visivamente innocuo. Chi lo dice pratica una certa retorica dell'antiretorica, volendo elevarsi troppo forzatamente a iconoclasta della morale. Non è un film pornografico, ma è uno di quei film che può scandalizzare i perbenisti. Non a caso al cinema Metropolitan, l'altra sera, un bel cinema a Via del Corso, la sala s'è dimezzata dopo neanche venti minuti. Cioè: la gente ha preso, si è arrotolata il cappotto sotto l'ascella e se n'è andata. Nemmeno troppo alla chetichella, piuttosto passandomi davanti e borbottando qualcosa sulla mancanza di valori e sulla porcheria eccetera che al giorno d'oggi e via dicendo. Ho immaginato tutta una serie di persone sparse per Via del Corso a dirsene di santa ragione: "Hai visto che roba?". "E quelli? Tutti a guardare...". "Come se non avessero mai visto dei genitali". "Io mi chiedo dove arriveremo". Giuro che me li sono proprio immaginati: uomini e donne fuori del cinema Metropolitan, con il cappotto arrotolato sotto l'ascella, che si ritiravano animatamente verso le rispettive auto parcheggiate a Vicolo della Penna.

shortbusQuesta cosa mi ha fatto riflettere. Gente piovuta da dove? Da Saturno? Da Uranio? Da Alpha Centauri? Shortbus è un film uscito nelle sale più di un mese fa, ovunque vietatissimo ai minori di anni 18 e certamente discusso a più non posso, nei vari salottini deputati, come un tentativo nuovo di raccontare una storia vera (e bellissima) esclusivamente attraverso un intreccio sessuale. I cinema multisala italiani lo hanno addirittura RIFIUTATO (però De Sica sì). Dunque non sono riuscito a vedere nella reazione di questi signori scandalizzati alcunché di autentico; ho anzi pensato che si trattasse di una gestualità molto ponderata e, addirittura, provata e riprovata in allenamento. Un non volersi minimamente confrontare col Nuovo, mai, col Diverso o con lo Strano. In nessun caso. Comprendo l'imbarazzo di osservare notevolissimi cazzi in widescreen o vagine bagnaticce in dolby surround; i piselli e le fiche sono cose che stanno benissimo dove stanno, ovvero dentro i pantaloni. Eppure nutrivo la stolida speranza che persone del genere non esistessero. Speravo fossero un prodotto mediatico, una nicchia d'esistenza a cui rivolgersi durante esempi, comizi sul perbenismo o esercizi di stile bigotti. Invece esistono e se foste passati l'altra sera a Via del Corso intorno alle nove delle sera, sareste incappati in una decina di individui - sulla cinquantina, ben vestiti - con tutti questi cappotti sotto le braccia. E vi sareste fatti delle domande, senza tuttavia capire la verità dei fatti.

La verità dei fatti dice, tra le altre cose, che Shortbus è veramente un film nuovo, bello, profondo. (ma è anche un film di cui è semplicissimo dire male) E' ambientato in una struggente New York post 11 settembre, popolata di personaggi ambigui e repressi, insoddisfatti e svogliati, rancorosi e squallidi. Ci sono Sofia e Rob che trombano come assassini - e in tutte le posizioni - però lei è preorgasmica e in vita propria giammai ha provato la sensazione del climax sessuale. Ci sono i due gay James e Jamie che vogliono conoscere la poligamia e così trovano Ceth. C'è la sadomaso Severin, depressa psicotica senza speranza alle prese con una mania di persecuzione dovuta all'idiosincrasia nei confronti del proprio nome vero. Tutti si ritrovano nel locale di perdizione Shortbus, appunto, gestito da Justin Bond una leggenda autentica della scena a luci rosse newyorkese. (è proprio lui, nel film, a interpretare se stesso) Esperimento geniale di film corale sui generis, Shortbus è una pellicola che mi ha divertito tantissimo e mi dispiace che quei signori si siano perduti un esperimento a tal punto riuscito. C'è uno dei personaggi, perso tra i vari locali dello Shortbus, che a un certo punto, commenta: "E' come essere negli anni Settanta, ma con meno speranza". E' vero, la speranza l'abbiamo perduta: sono cadute quelle Torri, sono morte un sacco di persone importanti. Quei signori, m'è venuto in mente, col loro bel cappotto arrotolato in attesa di essere indossato, hanno perduto molto altro, persi anche loro per Via del Corso, oltre a un gran bel film.

Ho guardato Shortbus con la mano destra posata sulla coscia sinistra di F. scoperta dalla minigonna: e non voglio dire che io abbia ragione e quelli no, però la sensazione del nylon sotto le dita, mentre contemporaneamente osservavo atti sessuali improbabili (ma mai gratuiti) in 1000 pollici, ha assunto significati più frizzanti. Mi è sembrato, a luci nuovamente accese, che tutte le coppie rimaste fino alla fine, stessero guardandosi con occhi assai più complici. Non so cosa sarebbe successo a quei signori che se ne sono andati, signori più adulti di noi, se non se ne fossero andati; forse il film, quel racconto, li avrebbe spinti fino a una spaghettata di mezzanotte clandestina. Non so, avrebbero potuto ricordarsi dei formidabili anni in cui erano le medesime persone, solo con due rughe in meno, però persone in grado di resistere fino ai titoli di coda di un film colpevole di raccontare eventi mostrando cazzi, invece che armi o morti ammazzati. Se una cosa ho pensato, uscendo anche io dal cinema e guardando F. sui tacchi, giovane e fresca, è stata oddio, speriamo di invecchiare meglio di così.

martedì, 09 gennaio 2007

La prossima volta ci facessero almeno il piacere di essere negri
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Questa gente che ammazza e poi giura di non avere mai ammazzato, io l'ammazzerei. Ammazzerei la gente che ammazza e poi andrei davanti alle vostre telecamere per dire, finalmente, sì sono stato io: avevo come motivi questi e questi. Ho preso io il badile, ho preso io il coltello, ho schiacciato io la testa del bambino contro l'armadio a muro. Questa gente che ammazza, forse per cinquemila euro, forse per i rumori provenienti ogni sera dalla cucina - e che ammazza sporcando in giro, facendo scoppiare gli stomaci, strappando le carni anche a un infante - questa gente qui (retoricamente?) mi preoccupa infinite volte più di una Finanzaria severissima ma legittima e infinite volte più di un bollo esagerato sull'ennesima macchina che hai deciso di comprarti e che non andrà mai oltre la terza marcia nel traffico devastante a cui ci stiamo condannando.

Questa gente che veste raffazzonata e non sa bene dove mettere gli accenti quando scrive - o gli apostrofi - è la gente che ammazza e che poi va a dormire con la cesta di biancheria piena di vestiti sporchi di sangue. Questa gente che ammazza non si preoccupa nemmeno di ammazzare bene: sono come i più grandi mafiosi di stirpe, però in mezzo a noi ancora più di quanto facciano gli stessi mafiosi o camorristi di stirpe, che almeno hanno la delicatezza di riunirsi in clan e di ammazzarsi spesso (ma non sempre) tra di loro. Questa gente che ammazza è gente a cui chiedi il piano, quando ci condividi la salita in ascensore. E' gente che ti tiene il cane davanti al portone mentre ritiri la posta. Questa gente è quella gente di cui tutti dicono, poi, ad efferatezza consumata, "Ma chi? loro? Mi parevano tanto brave persone...". Perché hanno anche la pelle bianca, ci fanno anche quest'ennesimo dispetto, ci fanno lo scherzo di essere uguali a noi, almeno alla vista, solo con qualche grado di istruzione in meno e un conto in banca più popolare. Dove pensiamo di andare - veramente dico, facciamo tutti un pensiero che parta dal punto di vista più basso possibile - dove pensiamo di andare se la gente che dovrebbe andare da qualche parte è questa qui? Dove sta il problema politico, sociale, civile? Io non lo vedo. Se c'è, spiegatemelo. Dove va a finire il bullismo, YouTube, gli stramaledetti Pacs, le ore perse da Napolitano per lanciare moniti a tutti noi perché prendiamo ad esempio la più squallida e disonesta Nazionale di calcio degli ultimi centomila anni? Dove va a finire tutto se questi siamo noi?

Non sto cercando di fare un pensiero originale, ripeto, quindi non cercatelo. Non cercatelo qui: qui voglio solo dire che dell'umanità tout court (e quindi anche di me stesso, beninteso) ne ho piene le scatole. Qui sto solo cercando di dire, prendendo a prestito la cronaca nera, che - aiuto - le persone pagano senza battere ciglio 10 euro un cuba libre pieno di ghiaccio e ascoltano in macchina gli Zero Assoluto senza nemmeno prestarci la gentilezza di installare doppi vetri isolanti. Ma dove stanno le persone, gli uomini e le donne, che ci salveranno? Tutti in salotto a fare i rivoluzionari con il telecomando in mano? (mi ci metto) Questa gente che ammazza, se sceglie di non ammazzare, rovescia i posacenere pieni di sigarette negli angoli degli ospedali - e anche questo è un pensiero che parte dal punto di vista più basso possibile - ecco cosa fa questa gente quando non si introduce nottetempo nelle abitazioni dei vicini di casa per troncar loro l'esistenza. Lascia in giro sangue infetto, molla i malati terminali nelle corsie fredde, (tanto sono terminali) lascia che due teppisti malmenino un disabile sull'autobus che ha appena compiuto un gesto civico, ma tipico da mongoloide - sventare uno scippo sul bus, non s'è mai sentita una cosa tanto inutile e tanto inutilmente rimarcata dai giornali: eccolo qua, oggi, con la sua bella facciona da down, ripreso da tutti i quotidiani, senza che mai venga omessa, però, una bella riga o didascalia che rimarchi il fatto che l'eroe del bus sia, in effetti, DOWN - o ancora manda giù sette pasticche di Viagra, questa gente, e ci resta secca sul letto di casa - a Casal del Marmo, non distante dalle mie cose quotidiane - muore così col cazzo drittissimo e l'amante giovane che strilla con le lenzuola tirate fino al mento.

A me la gente fa tanta paura: ogni volta che mi metto le mani nei capelli per qualcosa che è successa, questa cosa l'hanno fatta le persone comuni, quasi mai i politici, quasi mai i presidenti del consiglio, quasi mai i sindaci. Fai due più due e ad ammazzare è sempre stata la gente più comune e per i motivi più stupidi, insolenti: il piccolo Tommaso, Erika e Omar, la strage di Erba. Personalmente ci metto pure Cogne. Neanche ci fanno il piacere di essere NEGRI, questi assassini, oppure islamici o musulmani: no, sempre italiani sono, sempre dei provincialissimi contadini, ex operai della bassa brianza o disoccupati del sud. Almeno fossero stranieri, Libero o La Padania potrebbero titolare qualcosa a proposito del fatto che vengono qui a rubarci il lavoro. Ma non vorrei portare il discorso verso picchi di grandi ragionamenti. Quello che vorrei è riuscire ancora a stupirmi, restare incredulo, davanti l'ennesimo massacro farcito di frasi in italiano stentato e gente comunissima (lo spazzino, l'extracomunitario con precedenti penali, l'ignorante, la cicciona: sembra una commedia di Pirandello, un film di Fellini, o qualcosa di molto post-moderno). Vorrei riuscire a stupirmi di un massacro compiuto da gente qualunque ai danni di gente qualunque. Stupirmi di un tizio che un giorno va a bussare a una porta e dice: "Se ci fai causa, la pagherai", e poi gliela fa pagare sul serio.

lunedì, 08 gennaio 2007

Una vita raccontata dai bar
Categoria:quotidianismi, scritto da andy capp


Da qualche anno a questa parte ho coniato un motto: il bar tutta la vi