martedì, 05 dicembre 2006

Quando Giovanni era Giove
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


giovanni1Il mio amico Giovanni è diventato padre di una bimba.

Giovanni è la prima persona che ho conosciuto qui a Roma quando mi sono trasferito nel 1988. A quei tempi Giovanni era grasso, aveva una bicicletta con il cambio shimano e la prima cosa che mi disse in assoluto - la prima-prima-prima - fu: "Che macchina è questa?", puntando un dito sulla vecchia Lancia di mio padre parcheggiata culo al portone nell'atto di scaricare gli ultimi bagagli.

Un istante: non voglio certo fare tutto quel discorso che uno fa quando un vecchio amico prende e diventa padre; roba sul tempo che passa e di come ci si ritrova un giorno o che. Né voglio parlare delle responsabilità, perché Giovanni - proprio come me e gli altri della combriccola di allora - attraversò anche lui quella fase maledetta in cui le responsabilità non contavano un cacchio. Vorrei vedere voi: passare anni interi della vostra vita da perfetti ciccioni per ritrovarvi un bel giorno dimagriti, belli, con i muscoli addominali in vista, i pettorali e tutte le ragazzine intorno tipo grande attore. Vorrei vedere voi. A Giovanni così successe: passò dalle palandrane per ciccioni a magliette aderenti che pareva un ciclista. Perciò, delle responsabilità, Giovanni se ne infischiò a lungo: in giro a fare DANNI andavamo e non vi sto a dire quanti proprietari di auto o di appartamenti al primo piano, facilmente raggiungibili dai nostri palloni, ci corsero letteralmente dietro, durante quelle estati caldissime che nessuno di noi avrebbe scordato mai più.

finestreQuindi non fatemi parlare di questo, perché in tal senso ha già detto tutto John Steinbeck in uno dei libri più belli che abbia mai letto, "Plan della Tortilla": quando hai una casa tutta tua la smetti di andare in giro a rompere finestre. Quant'è vero: uno semplicemente la smette di essere com'era. Prendete Giovanni, per esempio: lui è sempre stato il primo ad avere e a fare tutto. Non solo per questa storia della figlia: è stato il primo ad avere il motorino ed è stato il primo a patentarsi.

Ricordo perfettamente cosa facemmo la prima sera di libertà con Giovanni neo-patentato: andammo al cinema Ciak, qui su Via Cassia, a guardare il film evento del secolo vale a dire Il Ciclone. Stavamo in cinque nella sua Peugeot biancapressati, e vicino a me stava Giulia che mi sfiorava continuamente le ginocchia con le sue gambe scoperte (ma questa è un'altra storia). Adesso Giovanni ha una macchina diversa, fa l'avvocato e guida assai più serenamente; evita lo stereo a tutto volume e i finestrini spalancati anche d'inverno. Soprattutto non prende più le curve in quel modo (un pomeriggio soffiammo l'Alfa Spider a suo zio e per poco non ci capovolgemmo a Via Vilfredo Pareto). Perché questo accada - perché si cambi in tal modo - nessuno lo sa. Forse ha semplicemente ragione Steinbeck, forse è qualche altra cosa che si intromette e ci sega i tendini del polpaccio fino a che non riusciamo più a premere tanto forte sul pedale dell'acceleratore.

giovanni2Giovanni era così: era quello più benestante, perciò quando c'era una novità si andava da lui a vederla. Il Sega Mega Drive, il Super Famicom, il Mega Cd, lo Spectrum, il Saturn, tutte quelle console portatili di cui non mi ricordo il nome (ce n'era una che si fece mandare direttamente dal Giappone). Andavamo da Giovanni e avevamo tutto. Fu lui a portarmi per la prima volta all'Expocartoon e tutti e due ce ne restammo immobili, svuotati di ogni forza, davanti a una giapponesina perfettamente travestita da Chun-Li, un po' strabiliati, un po' innamorati. Me lo ricordo come se fosse ieri. Passammo insieme tutte le fasi. Stavamo seduti a un ristorante cinese di dubbio gusto a Ponte Milvio, all'angolo - c'è ancora - quando Giovanni ci raccontò del suo famigerato Primo Incontro Sessuale. Terrore: parlò di dolore, un dolore indicibile o qualcosa del genere. Dovettero passarne di pippe sotto i ponti da quel giorno prima che io anche, eccetera eccetera.

Insomma è vero che il tempo scorre e compagnia bella. L'altro giorno l'ho chiamato per questa storia che è diventato padre e per dirgli quelle cose che si dicono. Mentre il telefono squillava mi sono fatto il conto di quand'era stata l'ultima volta che. Poi Giovanni ha detto pronto e non ci ho pensato più. Parlava a bassa voce perché la creatura dormiva in camera (ho immaginato che quando sei padre da 12 ore ti diventa semplicemente impossibile stare in una stanza diversa da quella di tua figlia). Siamo stati a telefono 2 minuti e 44 secondi: uno passa una vita insieme, poi non si sente più, e in 2 minuti e 44 secondi si dice tutto quello che c'è da dire. Ma nemmeno voglio parlare di quello che succede alle amicizie degli adulti; quello che voglio dire è che quando stavamo sempre insieme, al tempo, io Giovanni lo chiamavo Giove: tutti lo chiamavamo Giove. Mi sa che era un retaggio scolastico o qualcosa del genere. Giove di qua, Giove di là: mai nient'altro che Giove. Al telefono, invece, non ci sono riuscito. Non ce l'ho fatta a chiamarlo Giove. Me lo sentivo strano in bocca: ci ho provato, giuro. Un'impressione assurda, tipo un tizio che apre il giornale la domenica mattina e ci trova il proprio nome in prima pagina. Giovanni: solo così l'ho chiamato al telefono. Tutto per intero. Giovanni. Dopo 2 minuti e 44 secondi ho rimesso il cellulare nel vanetto dell'auto e ho cominciato a riflettere su questa cosa, sul fatto che non sono riuscito a chiamare Giove Giovanni.

Giovanni 004[Questi siamo noi. Giovanni - quand'era Giove - a sinistra ed io - in versione Mio Amico Ultraman - a destra, qualcosa come tredici anni fa e forse di più]