sabato, 09 dicembre 2006
Il massimo che ho potuto fare
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana
Questo è un post per il futuro. Non so, al momento, quando deciderò di pubblicarlo, perché - davvero - non è niente di importante (non è il massimo iniziare così, mi rendo conto). Dico solo che oggi è, per me scrivente, giovedì 7 dicembre e in tv c'è una puntata di Anno Zero. Sono circa le 22.40 della sera e ho da poco finito qualcosa che stavo scrivendo.
L'ho finito oggi (il mio oggi) e sono contento, svuotato, un po' impaurito. L'ho finito dopo due anni (quasi) di lavoro: il che non è male, considerato che sto parlando di una raccolta di cinque racconti (due anni fa erano otto: tre sono morti. O almeno: uno è sicuramente morto, forse due si sono spalmati nei restanti cinque). Sono un po' emozionato, spaventato: ho finito di scrivere questa cosa e non so che ne sarà. Di me, del progetto. Di tutto. Negli ultimi quattro mesi, in particolare, ho scritto come mai mi era capitato prima: anche dieci ore al giorno. Dieci ore filate a scrivere questa raccolta di racconti. Prima non m'era mai successo: sarà che prima ero un pupetto un po' arrogante che pensava molte cose su se stesso, quasi tutte sbagliate. Però vedevo questo fatto della scrittura come una cosa molto figa da andare a dire in giro: in questi anni ho capito, invece, che scrivere è talento e, soprattutto, fatica. Sto parlando di un culo così, ecco. Non c'è niente di particolarmente affascinante nello scrivere in questo modo: sono sei mesi che non faccio sport, sono ingrassato, e a gennaio prenderò appuntamento per certi massaggi ché il collo è andato. Ho dormito pochissimo. Scrivere è semplicemente qualcosa che prende parecchio tempo, basta. Non c'è un grammo di magia in più di così. E il tempo impiegato non è sintomatico della qualità: un altro avrebbe scritto quello che ho scritto io in pochi mesi e sicuramente meglio. Ma un altro è un altro e, molto probabilmente, è anche più bravo di me. Però di una cosa sono certo, a parte la fatica concreta, fisica, che mi ci è voluta: sono certo che, al momento, quanto ho fatto è il massimo a cui potessi aspirare. Il che non è poco, considerato tutto.
Adesso mi sento un po' così. Non mi ero mai svuotato a tal punto battendo su una tastiera. Sono contento, sono soddisfatto di me stesso. Mi ero prefissato di finire tutto entro dicembre e così ho fatto. Che poi finito finito non ho: devo tornare ancora su alcune cose. Sto pensando di cambiare la conclusione di uno dei racconti. Dice Gabo Marquez: "Quand'è che un mio romanzo posso considerarlo finito? Direi quando l'editore mi sfonda con un calcio la porta dell'ufficio e mi sottrae il manoscritto da sotto le mani". Io l'editore non ce l'ho. Ed è questo quello che sto cercando di dire: tra poco (direi una settimana al massimo) dovrò necessariamente fare dei passi in più. Fare quelle cose che si fanno. Non posso fare altro che provarci. La paura c'è: sarà la prima volta che farò qualcosa di simile concretamente e parto con la convinzione di essere uno degli ultimi arrivati. Le librerie sono piene di autori più bravi di me: ma che caspita. In fondo la letteratura non è mica livellata su un solo piano di qualità, giusto? C'è spazio per i maestri e c'è spazio per gli allievi. Per i più bravi e per quelli meno bravi. Ho deciso che ancora per sette o otto anni ho il tempo per proteggermi dietro la convinzione del "sono ancora giovane". Tuttavia sento di aver scritto qualcosa di sufficientemente onesto, almeno questo (ed è quello che non vedo mai dietro la maggior parte della narrativa di oggi, l'onestà). E' la prima volta che arrivo a un livello tanto alto in vita mia e - se le cose andranno male - probabilmente non ci riproverò più. Ho tolto troppo tempo a tutto il resto ed è qualcosa che non so se potrò permettermi ancora. Ho sacrificato un sacco di cose, ho litigato un po' con tutti in questi mesi, devo ammetterlo. Questo perché la gente non capisce tanto bene come porsi davanti a uno che passa il tempo libero a scrivere. Non è una questione di limitatezza: solo, ad ognuno il suo. Non concepisco chi perde tempo dietro le equazioni, per esempio, eppure qualcosa di buono ci sarà. Quando vai a spiegare a uno, magari alla tua ragazza, che non uscirai nel weekend, non farai niente di niente - pure se sei libero dal lavoro - a parte scrivere dalla mattina alla sera, può succedere anche di litigare, può succedere di non capirsi. Funziona così, credo, quando uno non ha un editore e lavora non si sa bene per chi. Ecco, la cosa più frustrante è questa: nel momento in cui non hai più 18 anni, e non te ne frega più niente di sembrare uno scrittore maledetto con la barba, ti viene proprio male digerire il fatto che presumibilmente stai scrivendo per nessuno. Voglio dire che io scriverei comunque e scriverò per forza ancora tutti i giorni che mi restano da vivere: però quella pellicola di idealismo s'è staccata da me - almeno in un senso - e vedo nella scrittura, nella MIA scrittura, quantomeno una capacità, un'attitudine, una voglia. E mal digerisco, certe volte, magari quando sono particolarmente pessimista, oppure stanco come stasera (il mio stasera presente, ovverò giovedì), il fatto che potrebbe andare tutto a puttane.
Comunque sia sono sereno (non è vero). Oggi, dopo questi fatidici quasi due anni, ho stampato la mia raccolta e l'ho letta su carta. Chissà perché, finché non leggo su carta mi pare sempre che mi sfugga qualcosa. Le vere correzioni le faccio su carta. Adesso sono le 23.09 e salverò questo post tra le bozze. Poi si vedrà. Neanche una foto ci metto, va bene così. Quello che volevo scrivere l'ho scritto, cioè niente. E' solo qualcosa che mi si muove nel cervello: la consapevolezza di aver creato dal nulla 125 pagine oneste e che probabilmente nel nulla andranno a finire. Ma, ripeto, è solo un pensiero della tarda sera, uno di quelli che si ammazzano con due compresse di Valeriana Dispert e buonanotte.
Vado a rileggere un'altra volta il tutto, poi mi sparo un film di Robert Altman in dvd e buonanotte davvero. Domani è un altro giorno eccetera eccetera.

["Diverse conseguenze di pessimo auspicio". E' il titolo, e così ho trovato anche la scusa per metterci la foto]





