martedì, 12 dicembre 2006
Morire, già che ci siamo
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana
La morte del giornalista D'Aguanno ha fatto una cosa, se siete d'accordo: ha riportato alla ribalta il fenomeno della Morte Prematura. In questi giorni il commento dei sopravvissuti è sempre stato all'incirca lo stesso: "Accipicchia, a soli 42 anni". Il che è verissimo, porca pupazza; però questo fenomeno della Morte Prematura sempre mi lascia interdetto e sempre mi porta a fare un sacco di riflessioni. Non a caso, quando abbiamo scoperto che anche il povero fratello del D'Aguanno morì giovane parimenti e parimenti nel sonno stroncato da malore, ci siamo fatti tutti un sospiro di sollievo.
Mi pare che, in questo senso, ci sia un rifiuto a prescindere, da parte di noialtri - bè - vivi - dell'idea che questa Morte Prematura possa colpire pure la nostra persona. Tipo Totò: "Oggi a te, domani... a lui". Che si possa morire, magari nel sonno, magari a 42 anni, magari con ancora un sacco di cose da fare: tutto questo non lo concepiamo. Ci è impossibile (o difficilissimo). Ecco allora che, quando abbiamo scoperto che il povero D'Aguanno seppellì il fratello nella medesima circostanza, tutti quanti ci siamo detti una cosa tipo: "Ah, ecco". Come a voler intendere, furbacchioni noi: "Non si può MICA morire così. Al limite ci devi avere una malformazione congenita". E invece no: mi sa tanto che si può morire anche senza malformazione. Però troviamo consolante la possibilità che, forse, qualcosa di scricchiolante ci fosse già. E' un discorso molto freddo, però umanissimo: è la rivincita della vita, l'istinto di conservazione. Perché, altrimenti, ci sconvolgeremmo tanto per la morte di un pur bravo (bravo davvero) giornalista? Con tutti quei bambini che muoiono a grappoli a Gerusalemme. E la guerra, allora? Può darsi che la discriminante sia la distanza proporzionale tra noi e gli eventi appena citati. La guerra è lontana. Bambini non siamo più e Gerusalemme sta oltre l'orizzonte, ben oltre il nostro caro e imprescindibile orticello. In un letto, invece, ci stendiamo spesso, frequentemente cadiamo addormentati. Temiamo di poter finire fulminati come il giovane D'Aguanno, piuttosto che seppelliti sotto una coltre di fango e acqua dovuta a uno tsunami.
Morire giovani è poco rassicurante, soprattutto se i morti sono (erano) tanto simili a noi. Ecco, non so se mai prima d'ora in un blog s'era parlato di morte. Non ne ho mai trovato in giro e forse è tanto meglio. Però la vita uccide, c'è da fare poco in questo senso. Dice Benigni: "Morire è l'ultima cosa che ho intenzione di fare in questa vita". Dice Woody Allen: "Spero di non morire in un giorno di sole". Io non so mai come pormi di fronte a una cosa così, né voglio farlo adesso e anzi comprenderò se questo post dovesse restare a zero commenti, oppure capirò se cominceremo, nel commentare, a parlare di altro, che ne so, di quello che faremo domani, di dove andremo a passare questo capodanno, delle prossime vacanze. D'altra parte non è quello che facciamo sempre? Cerchiamo un palliativo che ci distragga da quello che stiamo facendo (magari al semplice scopo di farlo meglio): per esempio al cesso, quando un po' caghiamo e un po' leggiamo le etichette incollate dietro al bagnoshiuma.
(c'è nell'ultimo libro di Antonio Pascale, "S'è fatta ora", un brillante concetto in questo senso, sto parlando di quello che riusciamo o possiamo fare mentre non ci pensiamo. Pascale introduce, come espediente narrativo, al fine di spiegare il concetto, un vecchio gioco-rompicapo in regalo con L'Espresso una quindicina d'anni orsono. Sorta di Cubo di Rubik con forme geometriche, chiamato Tangram. Spesso le soluzioni al Tangram - scrive Pascale - ti venivano in mente mentre non ce lo avevi tra le mani, magari in tram, o al lavoro. O da un'altra parte. Quasi mai mentre ti ci scervellavi sopra, ecco è questo il senso che intende l'Autore nel suo libro brillante)
Credo, in definitiva, che l'unica consolazione alla mortalità sia la compagnia, sia la comunanza, sia qualcuno che ti distragga dalla vita (e quindi dalla mortalità stessa). Ogni volta che vedo un blog, per esempio, una di queste cose scritte fitte fitte senza nessuna ragione apparente, ecco, quando vedo un blog, se solo mi sposto poco poco, io ci vedo improvvisamente proprio questo: dieci unghie affondate nel tessuto della vita che più forte non si può. (o una grande etichetta incollata dietro un gigantesco bagnosciuma, per dire)





