mercoledì, 20 dicembre 2006

Pena di vita
Categoria:attualità, scritto da valerio roma


eutanasiaIl giudice Angela Salvio ha dichiarato «inammissibile» il ricorso con il quale Piergiorgio Welby aveva chiesto di staccare la spina dell'apparecchiatura che lo tiene in vita. Capisco che la notizia è di qualche giorno fa, ma credo sia giusto parlarne ancora. Il magistrato, in sostanza, si è appellato al vuoto normativo che esiste in materia nel nostro ordinamento. Una decisione che in tanti hanno definito "pilatesca" e condizionata dalle pressioni esercitate dal Vaticano. Della serie: "Se i politici non fanno la legge, io che applico?".

Il diritto di Welby di richiedere l'interruzione della respirazione assistita, dopo essere stato sedato, deve ritenersi fondato; ma si tratta comunque di un diritto non concretamente tutelato dall'ordinamento. E questo lo dice il giudice. Quindi il diritto soggettivo c'è, manca il diritto positivo, la legge che permette l'azione. Gli articoli 13 e 32 comma 2 della Costituzione, in questo senso, parlano abbastanza chiaro:

«La libertà personale è inviolabile»
«Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Welby, in sostanza, chiede soltanto di morire in pace. La distrofia muscolare lo sta stremando e la sofferenza aumenta di giorno in giorno. «Questa è una delle patologie più crudeli; pur lasciando intatte le facoltà intellettive, costringe il malato a confrontarsi con tutti gli handicap conosciuti: da claudicante a paraplegico, da paraplegico a tetraplegico, poi arriva l'insufficienza respiratoria e la tracheotomia».

La vicenda, però, è complessa per due motivi: primo, manca appunto una definizione giuridica di "accanimento terapeutico"; secondo, non è così semplice dimostrare che il caso in questione ci rientri. Welby non può dare da solo un'applicazione pratica alla sua volonta perché l'atto di staccare il respiratore che lo tiene in vita è comunque legato a una morte dolorosa, proprio per questo motivo deve essere sedato prima. Tutti elementi che danno una connotazione emotiva molto diversa dal caso di chi sceglie di lasciarsi morire nel tempo dopo aver rifiutato una terapia. La storia di Welby, allora, diventerebbe eutanasia, che è un comportamento dal quale derivi direttamente la morte del paziente.

Scrive Carlo Flamigni su Il Manifesto: «Secondo la religione cattolica la vita non ci appartiene, ci è stata donata da dio e non ne possiamo disporre. Cosa inaccettabile per chi in dio non crede e ritiene di essere il padrone della propria esistenza. Siamo dunque a uno stallo, determinato dal fatto che ancora una volta si cerca di stabilire regole religiose per un principio che un paese laico dovrebbe rispettare le decisioni individuali. Siamo di fronte alla contrapposizione di differenti ideologie ed è assurdo affrontare la questione cercando di stabilire maggioranze e minoranze: su questi temi deve prevalere il rispetto della laicità e debbono essere trovare soluzioni che tengano ugualmente conto dei principi etici di tutti i cittadini».

Prendere una posizione netta sulla questione non è semplice. Mi limito a dire che la gestione della propria vita deve poter essere esercitata autonomamente, sia in un senso che in un altro. Conoscevo il fratello minore di un mio amico, Massimo si chiamava. E' morto a diciotto anni stroncato dalla distrofia, lo stesso male di Welby. Ricordo che la sua vita, nell'ultimissimo periodo della malattia, non era dignitosa e non lo era neanche quella della famiglia. Staccare la spina è un atto tremendo, ma ognuno di noi dovrebbe avere la facoltà di poterlo decidere con l'aiuto e il sostegno dei propri cari. E possibilmente senza il rischio che questi, o il medico, finiscano in carcere.