giovedì, 18 gennaio 2007
Da Rocky Balboa a Fritz Fiangkus: genesi di una rivoluzione culturale
Categoria:cinema, scritto da stefano havana
E' questo abuso del Citazionismo, metastasi degenerativa di un assai più mortale tumore conosciuto con il nome di Intellettualismo; è questa piaga - grandemente diffusa per le infinite vie di Internet - che mi rende ormai impossibile la comprensione del più elementare concetto. Esempio:"... E d'altra parte, come brillantemente commenta Fritz Fiangkus nel suo ultimo lavoro - che tanto deve alla poetica del Goxiano, seppure con innesti meta-letterari alla Seymouring...". (eccetera, e magari si stava parlando del Festival di Sanremo...)
Fritz Fiangkus NON ESISTE e in effetti io non ho bisogno né di lui né di tutto questo gran sapere per essere felice e per capire le cose del mondo. E' l'Arte che può salvare una persona dal buio, non il Sapere. (posto che una persona possa essere veramente salvata) Preferisco pascere in un brodo d'ignoranza che sapere le cose così e così. (oppure al solo scopo di farne sfoggio)
L'epifania l'ho avuta venerdì scorso durante il film "Rocky Balboa", episodio conclusivo della saga sul pugilato più famosa della storia del cinema. Più o meno mentre Sylvester Stallone tornava a riempire di pugni un quarto di bue grandguignolesco appeso nella macelleria del cognato Paulie, io uccidevo a coltellate e morsi il mio personalissimo Fritz Fiangkus. Ho condiviso la visione con F. e Fede, (che non credo si siano accorti di niente) oltre che con una serie di personaggi improbabili, ragazzini rumorosissimi, assuefatti a mode incondivisibili e devastati nella pelle da un'acne che pensavo propria dei miei tempi, piuttosto che di questi stra-tecnologici dove la semplice pressione di un bottone può risolvere - credevo - qualsiasi malattia epidermica. Perciò mi sono messo a sedere col mio bel Fritz Fiangkus sulle ginocchia, prontissimo a infilargli una mano nel culo e manovrarlo tipo marionetta per fargli dire parole al posto mio e inoculare negli astanti qualcosa che assomigliasse ad incomprensibile autorevolezza, ("... Come dice chiaramente Antonio Scuprati, riprendendo quanto già espresso prima di lui da Walter Assiti, senza però l'ironia necessaria di un Soucault...") e mi sono alzato circa 109 minuti dopo talmente soddisfatto dalla visione da non ritenere necessario alla vita nient'altro che l'immagine leggera e senza pretese di un improbabile Sly imbolsito dagli anni che saltella su un ring.
Mi spiego? Altro che Fritz Fiangkus. Guardare Stallone sullo schermo mettere ko, o quasi, a sessantuno anni suonati un cristone negro di una generazione più giovane mi ha letteralmente deliziato e ho capito (l'ho proprio percepito sulla pelle nell'atto stesso della visione) che il mio fabbisogno intellettuale è veramente basso e veramente onesto. Mi è sufficiente che arrivi un tizio in grado di raccontarmi qualcosa con lo strumento dell'artigiano, del cesellatore: fatemi vedere le briciole che la vita umana fa mentre viene vissuta, le briciole in terra, tipo i trucioli in una segheria, e io non vi chiederò altro. (avete presente come faceva De André?) Non sentirò mai più il bisogno di infilare una mano nel culo di un Fritz Fiangkus qualunque per muoverlo fittiziamente al solo scopo di darmi un tono di un certo tipo. (perché sono convinto che le cose che questi intellettuali dicono si potrebbero dire molto meglio a parole proprie anche se al prezzo di uno spettacolo meno pirotecnico) Avreste dovuto vedermi: stavo lì, al cinema Cinestar Cassia, e sulla mia poltroncina saltellavo; facevo un tifo spasmodico per Rocky, piangevo l'assenza di Adriana, maledicevo la vecchiaia che stava sbocconcellando Paulie pezzo a pezzo e sentivo la fatica nei bicipiti. Nessuno, di questi (bravi) intellettuali che leggo, sarebbe riuscito a inculcarmi un fremito simile col proprio Fritz Fiangkus privato ("... il problema della legittimazione artistica, che da Heger in poi...") Non è demerito di costoro: (è gente che ha studiato molto più di me, io questo non lo metto in dubbio) però sto parlando di me stesso e di un uso che mi pare (questo sì) stia sconfinando nel malcostume.
Guardare un film come Rocky Balboa e trarne immensa soddisfazione significa aver fatto un passo avanti (o indietrissimo) nell'ambito di un cammino intellettuale: significa certamente essersi mossi. Quando, invece, mi trovo catapultato in una di queste letture alte che vanno oggi di moda (e molte, davvero, valgono la pena dello sforzo, dico davvero. Penso, ad esempio, agli interventi presenti su Nazione Indiana, per fare un nome), quello che succede è che arrivato all'ultima riga del pezzo scopro che sono esattamente al punto di partenza e che, di fatto non ci ho capito un'acca e comunque domani l'avrò dimenticato. Non so: rivedere sul grande schermo Mary - quella Mary del primo Rocky, quella Mary di "Vaffanculo rompipalle", ritrovarsela davanti trent'anni dopo donna fatta e con un figlio a carico, è stato come rientrare nel salone della propria casa per la prima volta dopo la morte di mamma e papà. Un'emozione che si definisce da sola, senza bisogno di esempi o giri strani. Non lo so se i fratelli Karamazov fanno lo stesso con la gente. (stai paragonando Dostoevski a Balboa? No che non lo sto facendo: il punto è tutto qui. Forse prima l'avrei fatto, adesso non più. Adesso me ne frego) Devo essere un poco di buono: fatto sta che mi sono stancato di tanti paroloni al vento. Non ho mai desiderato meno d'essere un intellettuale, di praticare dell'intellettualismo. Secondo me basta pochissimo, un po' di zucchero e la pillola va giù, niente di niente per innescare le rotatorie del pensiero. Raccontare le cose come stanno, dirlo con parole proprie, spalmando lungo tutto il testo l'eredità dei tanti Grandi che ci hanno formato, senza per forza mostrare a ogni riga il retro del sipario o i fili dietro la magia. Rocky Balboa è niente vestito a festa, ma è anche un film imperdibile per gli appassionati. Stallone non si affida nemmeno a un Fritz Fiangkus per raccontare la sua storia; prende il pugile più goffo e confuso che si sia mai visto e ti porta - a parole sue - fino all'ultimo round. In definitiva, dopo un film del genere, non si esce dal cinema cresciuti di un solo centimetro, o arricchiti o migliorati; però si esce sudati e con le nocche della mano doloranti. (o l'arcata sopraccigliare tumefatta) Ecco, credo che alla gente, mai come in questo periodo, serva sudare.
(i nomi presenti in questo post, a parte quelli relativi al film Rocky Balboa, sono tutti volutamente storpiati)





