mercoledì, 07 febbraio 2007

«Credimi, io me ne intendo: nella vita è tutta questione di surround»
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


Ieri pomeriggio mi sono fermato un attimo. Mi sono fermato perché sono stanco, stressato: la notte faccio sogni che hanno a che fare con quello di cui mi sto occupando durante le ore di luce e non è bello. Non è bello per un fobico della notte come me, per un insonne come me: svegliarsi avendo fatto certi sogni e compagnia bella. Mi sono messo sulla poltrona nera Ikea della mia stanza e ho guardato un dvd. Film leggero, volutamente: "In her shoes" con Cameron Diaz. E' una commedia del disimpegno firmata dal buon Curtis Hanson. (quello che scrisse e diresse "L.A. Confindential" e l'attualità cinematografica ha dimostrato, con "Black Dhalia", quanto sia difficile, se non impossibile, realizzare un buon film da un libro di James Ellroy. Tra l'altro Hanson diresse anche un thriller culto di una decina d'anni fa, "La mano sulla culla": una pellicola dai risvolti abbastanza scontati, ma che - ricordo - ebbe il potere di terrorizzarmi come poche quando la guardai lustri orsono)

shoes3Comunque non vorrei parlare di "In her shoes", perché non ho proprio nelle dita le parole e il tenore per parlare di film, e anche perché io del critico non ho nulla, tantomeno quel cipiglio un po' incazzato tipico della categoria. Se parlo di un film significa che almeno un motivo, uno soltanto, mi ha spinto a cambiare posizione sulla poltrona, quella Ikea, nera, eccetera eccetera: e il motivo per cui ho deciso di scrivere di QUESTO film, "In her shoes", appunto - con una Cameron Diaz al solito bruttissima in volto ma bonadamorì per quanto riguarda figa-culo-tette e poi con una, secondo me, strepitosa e pure affascinante Toni Collette - il motivo per cui ho deciso di scriverne, dicevo, va ascritto a una frase recitata a tre quarti della pellicola dall'attore Norman Loyd, un vecchietto pelato di quelli che ricordano una tartaruga.

C'è tutta una scena molto bella in cui ci sono questi anziani in una specie di casa di riposo in Florida e c'è anche Cameron Diaz che per vari motivi sta cercando di rifarsi una vita lì, insieme alla nonna ritrovata e ad altre arzille vecchiette; insomma si parla del più e del meno, ma soprattutto del rapporto di Cameron Diaz con la nonna. E tutti la criticano, la nonna, le dicono che senza tv via cavo in casa giammai potrà stabilire un contatto con la nipote, abituata a french manicure e tecnologie gggiovani d'ogni tipo. Lei, la vecchia, sorride, fa spallucce, è una donna molto elegante e dal passato turbolento e ho dimenticato di dire che è interpretata da Shirley Mclaine; allora gli altri insorgono, dicono che no, davvero, è il caso che anche lei scenda al livello della ragazza, e così via, dicono tutti in questa maniera, finché la parola non passa all'attore Normal Loyd il quale prima deposita qualcosa su un tavolo, tipo un bicchiere da cocktail, e poi dice: "Credimi, io me ne intendo: nella vita è tutta questione di surround". E poi, tac, la scena finisce, si passa a un'altra cosa. La frase resta così, per sempre, nel limbo delle cose dette e mai più approfondite.

shoes1E' stato a questo punto che ho cambiato posizione sulla mia poltrona Ikea: perché ho immediatamente percepito questa frase come depositaria di una grande verità, anche se non ho ancora ben capito in che modo o in che direzione.

Il fatto che nella vita sia tutta questione di surround, ecco, è vero: sono d'accordo. Stando al film non ho neanche capito se la battuta si riferisse proprio al surround, alla tecnica di diffusione del suono, in fondo è di tecnologie che stavano parlando gli attori, oppure se fosse - in effetti - una metafora e quindi significare tutta una serie di cose. Però, se ci si pensa, è impossibile togliere importanza al surround; a quello che succede mentre altro succede, anche di più importante. Capita spesso che, mentre il canale centrale pompa a mille, tutto intorno accadano cose destinate a deviare la nostra direzione implacabilmente. Tornando al film: "In her shoes" si risolve come si risolvono i film del genere, sta di fatto che non m'è dispiaciuto e mi pare che sia il primo film con Cameron Diaz che trovo accettabile, "Vanilla Sky" a parte. Sarà che la mano che lo dirige è una mano sufficientemente sapiente, sarà che è un film non pretenzioso a tal punto. Tutto sommato è un film che ti puoi permettere di seguire con un orecchio anche rivolto ad altro: il surround, appunto. Nella vita è tutta una questione di surround: la vecchia storiella del leggere le etichette dietro i bagnoschiuma quando stai seduto sul cesso, così ti viene meglio cagare.

Quello che l'attore Normal Loyd voleva dire, con la sua frase sul surround, adesso m'è chiara e in effetti - se uno guarda il film - si può dire che avesse ragione. La soluzione stava nello stabilire con la nipote un rapporto onesto in cui il rapporto stesso passasse in secondo piano: serviva qualcosa che le distraesse, Cameron Diaz e la nonna, per esempio la tv via cavo, oppure il surround, quei canali di diffusione di cui ti scordi per tutto il film tranne quando a uno degli attori cade una penna e allora la senti rimbalzare sul pavimento alla tua sinistra, dietro la spalla. Allora ti ricordi. Ci aveva visto giusto Normal Loyd a parlare di surround alla vecchia Shirley Mclaine: alla fine è proprio così, grazie al surround che le due riescono a montarsi intorno, che tutto va a finire come deve finire. Ho pensato che se andasse sempre così nelle storie tra persone, se gli uomini e le donne fossero tanto bravi da pensarci su e, ogni tanto, si facessero distrarre da altro, senza per questo perdere la strada maestra e continuando a rispettarsi, ecco, le cose funzionerebbero meglio. O comunque diversamente. Chissà se sarebbe poi un bene. Ne "In her shoes" è sicuramente un bene.