giovedì, 22 febbraio 2007
L'Afghanistan non può essere un problema mio
Categoria:politica, scritto da andy capp
Duecentottantuno giorni e su una buccia di banana afghana è scivolato il primo governo Prodi. Cinque anni di chiacchiere, ripicche, invidie e gelosie non sono bastati a mettere insieme una coalizione talmente sgangherata da dover fare affidamento per restare in piedi sul voto dei senatori a vita, che invece proprio ieri hanno tradito. Andreotti, vecchia volpe, ha così vendicato la mancata elezioni a Presidente del Senato, Pininfarina, presentatosi in aula dopo mesi e seduto sui banchi di Forza Italia, ha invece fatto capire come l'opera di convincimento portata avanti in questo lungo periodo da Schifani abbia dato i suoi frutti.
Ma non si andrà a nuove elezioni. Almeno per il momento. Perché proprio nessuno ha voglia di rimettere in moto la macchina propagandistica. Ma non è certo solo questo il motivo: diverse forze politiche, sia nella maggioranza che nell'opposizione, sono ora costrette a un profondo esame di coscienza. Né An né l'Udc vogliono presentarsi sotto la guida di Silvio Berlusconi. Ma come uscire da un intrigo che appare senza soluzione? Casini già si è mosso, proponendo una tavola rotonda e una condizione per entrare in una eventuale maggioranza allargata: "fuori i comunisti e dentro noi".
La manovra neocentrista è cominciata anche a livello politico, finalmente alla luce del sole. La Lega Nord sembra spaesata, chiede elezioni in maniera poco convinta e aspetta di vedere se qualche senatore del movimento autonomista lombardo davvero cederà alle richieste di Franco Giordano, che punta su quei voti e su quello di Follini per recuperare una distanza di sicurezza, seppur ristretta, anche a Montecitorio.
Capitolo Rifondazione: ancora una volta il richiamo della piazza ha giocato un brutto scherzo a chi vuole fare la rivoluzione con i fiori nel fucile. Vicenza è stato il bubbone su cui ha puntato l'opposizione per dare la spallata decisiva al Governo. Ma non era certo questo il momento per mettersi a fare i dissidenti. Il Paese aveva bisogno delle tanto agognate riforme: precariato, scuola, ricerca, emergenza abitativa. Possibile che debba pesare più il ruolo dell'Italia all'Estero in un tavolo di concertazione sulla pace lontano centinaia di migliaia di kilometri? "Ci piace, non ci piace...". Un operaio, un giovane studente, una massaia che non arrivano a fine mese (nonostante le curiose buone notizie che arrivano sul rilancio dell'economia) non hanno né la voglia né il tempo di pensare a Kabul.

Le linee guida della politica estera erano chiare già da prima: basta guerre. Il resto sono solo parole: possibile che se la borghesia vicentina storce il naso per due aerei che passano sui tetti delle loro ville si debba scendere in piazza? Non c'erano forse argomenti più all'ordine del giorno? Il tempo dei girotondi, delle mani alzate e dei volti colorati, delle canne in piazza sulle note di qualche gruppo ska era finito con la vittoria delle elezioni, ma qualcuno non se ne era accorto. C'era da lavorare; una parola che sta perdendo di significato.
E chissà cosa ne pensano Margherita e Ds di quello che è successo. Speriamo che Rutelli e Fassino, tra un Partito Democratico e l'altro, trovino il tempo di occuparsi di qualcosa di utile.





