martedì, 13 marzo 2007
Lost in Lione
Categoria:viaggi, scritto da valerio roma
Passeggiare di notte per Vieux Lyon, dopo aver vinto per 2-0 contro una delle squadre più forti della Champions League, non è affatto male. Senza fare casino, senza cantare il "Poooo po po po po poooo po" dei Mondiali. Cammino tranquillo, sovrappensiero, guardo in alto. Senza pesi sullo stomaco, ho fatto il mio lavoro (spero bene) e dopo quattro giorni splendidi sono tornato a casa (in Sardegna) con la qualificazione in valigia oltre alla sciarpa dell'Olympique e il computer portatile.

Lione è una città tranquilla, sa di ordine. Ci sono quattro linee di metro e il lungorodano è fantastico. Anche se vi posso garantire che camminare da solo di notte per la zona di Gare de Perrache (la stazione ferroviaria più importante della città), quella dove c'era il mio albergo, non è il massimo. Sulla navetta che mi ha portato dall'aeroporto al centro della città, ho conosciuto un romano che vive qui da due anni. E' un ingegnere. Oltre a un paio di dritte su alcuni posti dove poter mangiare alla grande, mi ha parlato un po' di questa città della valle del Rodano. Mi ha spiegato che il traffico non è una prerogativa solo romana. Basta fare un esperimento nell'ora di punta, possibilmente a Part Dieu, la zona nuova. Strano, le "zone nuove" dovrebbero diluirlo, il traffico. Ogni tanto poi succede un casino. Non parlo di viabilità. Le banlieues, i quartieri periferici, si rivoltano. Il fenomeno non è soltanto parigino. Non esiste solo Clichy-sous-Bois. Mi raccontava che si assiste a scene di guerriglia urbana da brividi. Spesso i disordini si spingono fino al centro: è un susseguirsi di automobili incendiate e cariche della polizia per disperdere i "riottosi".

Il paragone con quello che succede a Roma, a Campo de' Fiori, non è possibile. Lì ci sono soltanto un gruppo di ragazzini coglioni che giocano a sfidare le guardie, oppure a tirare un pallone addosso a una vetrina. Si sentono importanti con qualche coro contro i carabinieri. Qui, invece, c'è un disagio sociale pazzesco, che spinge discendenti degli immigrati di un tempo a sfidare a volto coperto uno Stato che li considera cittadini di serie B "a tutti gli effetti". Diventano teppisti per mancanza di alternative. Possono essere nati a Parigi, a Marsiglia, a Lione. Cambia poco: le loro radici sono algerine, marocchine, senegalesi, camerunensi. La loro doppia cultura è la discriminante. Sul lavoro, ma più in generale in tutte le situazioni in cui la società dovrebbe darti un'opportunità. E' un malessere che accompagna anche chi è riuscito a inserirsi, trasferendosi negli arrondissement dei "francesi".
C'è disagio, mi spiegava, e tutto questo poi sfocia in un comunitarismo che li fa diventare ancora più cittadini di "serie B". Si creano i ghetti di periferia, le banlieues, dove queste persone vivono in case sovraffollate. E si emarginano anche solo non volendolo. Mentre parlava, mi mostrava alcune foto scattate con il cellulare dalla finestra di casa sua durante una serata "calda". Immagini un po' confuse, bagliori di luce. Dai suoi racconti, prendevano forma quartieri periferici dove le donne vanno in giro con il velo e dove l'integralismo islamico sta facendo proseliti.
Si tratta di un problema gigantesco, forse IL problema di questa nazione che, secondo me, rimane ancora un punto di riferimento per il nostro sviluppo. Al di là di un modello di integrazione, quello dell'assimilazione degli immigrati, che sta accusando segni di cedimento. Questo ingegniere, mi raccontava che nella rivolta dei beurs (così vengono chiamati i ragazzi delle banlieues) non c'è una lotta politica.
Dopo la mia terza volta in Francia, sono sempre più convinto che un giorno verrò ad abitare qui: i servizi funzionano, il pane è buono, le città sono ricche di opportunità (a patto che tu non abbia un'origine extracomunitaria) e le persone sono stronze al punto giusto da non annoiarti. Presto o tardi mi deciderò a imparare il francese.





