venerdì, 16 marzo 2007

C'era una volta la radio libera
Categoria:giornalismo, scritto da andy capp


Molti di voi avranno sicuramente visto e apprezzato Radiofreccia (1998), il primo film di Luciano Ligabue. Una pellicola discreta a mio avviso, che ben raccontava il fenomeno delle radio libere con tutta la poesia e la voglia di un'informazione diversa che si respirava in quegli anni. Poco tempo dopo un altro film, bellissimo, I Cento Passi di Marco Tullio Giordana, riprendeva il tema narrando la storia di Peppino Impastato.

radiofrecciaOggi quell'idea di radio non c'è più. Non c'è più perché hanno vinto i soldi. Con la complicità dei padroni, una volta forse editori illuminati, oggi agguantatutto. E' di qualche settima fa la notizia che aumenteranno i controlli da parte del Co.re.com, un organismo regionale che da sempre (da sempre) si dovrebbe occupare dei messaggi diffusi da radio e televisioni locali. Bene, solo dopo la morte dell'Ispettore Raciti in seguito agli incidenti del dopopartita Catania-Palermo, qualcuno ha deciso veramente di muoversi.

Cosa c'entra la violenza negli stadi con il controllo delle radio locali? Ve lo spiego subito: perché quello che succede ad esempio a Roma da quindici anni a questa parte ha dello sconvolgente. In poche parole: in radio parlano tutti e si ascolta di tutto. Non esiste il minimo controllo, tanto meno un minimo di coscienza da parte degli editori, che pur di incassare soldi, aprono i loro microfoni anche all'ultimo dei capopopoli, purché dotato di amico ristoratore disposto a fare pubblicità.

Nella Capitale esistono decine di radio locali specializzate soprattutto sul calcio che sono oggi più influenti di un quotidiano o di un partito politico. Siamo arrivati a situazioni talmente estreme che la diffamazione ormai è il pane quotidiano dei palinsesti radiofonici. Ma non solo: ricatti, estorsioni, insulti gratuiti e chi più ne ha più ne metta. Certo, la colpa è degli editori, ma anche delle persone che ascoltano e che se ne stanno tutto il giorno  incollate alla radiolina. Persone che per farsi un'opinione ascoltano il loro balordo preferito di turno piuttosto che leggersi il Corriere dello Sport (qualche firma discreta ancora c'è) o la Gazzetta.

ImpastatoIl concetto di informazione, e tanto meno di servizio, dalle radio locali romane è totalmente scomparso. Il metodo per avere uno spazio tutto vostro è molto semplice. Perché in queste strutture non esistono direttori artistici o di testata. Anzi nella maggior parte delle occasioni coincidono con l'editore panzone. Basta avere due amici con un'attività commerciale pronti a fare pubblicità nel vostro programma e il gioco è fatto. State tranquilli che una fascia da un paio d'ore non ve la negherà nessuno. I contenuti? E cosa sono? Non preoccupatevi, anzi andate in radio senza la minima idea, aprite le linee telefoniche e cominciate a insultare le trasmissioni delle altre emittenti. Il successo è garantito.

E per chi volesse fare il giornalista? Non disperate, c'è spazio per tutti. Proponetevi come inviato e vi sarà fatto un discorso chiaro e onesto: non ti dò una lira però puoi diventare pubblicista, ovviamente con le ritenute d'acconto a tuo carico. Vi spiego meglio: oltre a non prendere un soldo nemmeno di rimborso spese, per  iscrivervi all'albo dovrete anche pagarvi delle tasse su soldi mai incassati. Tutto naturalmente con l'avallo dell'Ordine dei Giornalisti e dell'Inpgi, sempre in prima fila nella tutela di chi un contratto lo ha già, ma completamente assenti quando si tratta di scendere in difesa del precariato: meglio non correre il rischio di estendere i propri privilegi anche ad altri.

Faccio questo lavoro da parecchi anni, ho iniziato proprio in una radio, e tutt'ora mi trovo a combattere con questa realtà. La buona volontà non mi è mai mancata, solo che da qualche settimana a questa parte mi sono quasi convinto che avrei dovuto cercarmi un amico con un ristorante. Fanculo. Speriamo solo che chi ci ha creduto davvero qualche anno fa, oggi riesca a vedere in che diavolo di mondo viviamo.

E' triste non avere fame
di sera all'osteria
e vedere nel fumo
dei fagioli caldi
il suo volto smarrito.

(Peppino Impastato)