lunedì, 21 maggio 2007

Il traditore
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Sono o non sono, io, un traditore manifesto? Io che mi sono lasciato dietro le spalle una sola città, Napoli, dove sono nato e dove ho trascorso troppo poco tempo per poterne smussare gli angoli? Un traditore: la colpa è quella d'aver lasciato la via più difficile per quella più ovvia, mamma Roma, la città aperta. Napoli per me ha oggi quei contorni indefiniti della cosa vista al buio, scorta, appena percepita: e mi dispiace, mi fa sentire un traditore. Soprattutto quando mi spremo il cuore e scopro che le gocce d'amore per la vecchia città non sono poi la maggioranza. Non ho questa grande affezione per Napoli, non ne conosco le vie, a stento ricordo la forma della punta di Posillipo, il lungomare tra Mergellina e Santa Lucia, bellissimo. Rivedo come un ricordo fresco gli scogli neri su cui s'infrangeva il mare ed io, il traditore che già dentro di sè germogliava la futura colpa, sulla bicicletta BMX, un piede a terra e l'altro ancora sul pedale dentellato, le Superga ai piedi, il sole che m'accecava gli occhi piccoli.

Via Caracciolo sembra lRiavverto l'odore salino: torna alle mie narici di traditore, d'uomo tipico che s'attacca alle cose quando sono perse ormai. E' l'odore salino che manca alla mia Roma amatissima, manca per ragioni ovvie di spazio ma, io credo, pure di tempo. C'è il tempo dell'odore del sale e c'è il tempo per altro. Forse se fossi rimasto, avrei imparato a tenere intorno a me quell'odore e quel tempo e le mie serate, diversissime da quelle di oggi, le avrei passate a Via Caracciolo, insieme ai tramonti che qui sono mangiucchiati dalle antenne dei palazzi. Napoli, la mia città sconosciuta: saprei perfettamente come muovermi alla Havana, dove andare, dove mangiare e dove bere, dove dormire; lo stesso di Lisbona. Di Napoli no, Napoli! La città che per prima ha sentito il mio pianto e ha cullato il mio sonno.

Napoli, la Napoli mia, è come una cosa che si crede d'intravedere in lontananza e poi non è.

Via Caracciolo e VesuvioMi ricordo Castel dell'Ovo, mi ricordo le sagome sottili dei miei genitori di spalle, più lontani da me che, come tutti i bambini, restavo sempre indietro nella passeggiata, le forme dei miei genitori che hanno modellato anche la mia, le stesse spalle di papà, l'attaccatura dei capelli di mamma. Tutto quello che in me c'è di loro, di assolutamente fisico, io me lo ricordo attaccato, come incollato, sullo sfondo di questa Napoli che ho dimenticato, che non è più, che ho digerito ed evacuato sottoforma di anni vissuti, parole dette, direzioni prese e mal di pancia. Questa Napoli che, più precisamente, non ha mai fatto in tempo ad essere niente. Solo Super Santos arancioni e incolori cotte da prima e seconda elementare.

Napoli - Via CaraccioloS'interrompe la tradizione ereditaria. S'interrompe per forza di cose qui, nel mio ricordo di Castel dell'Ovo all'imbrunire, mio padre e mia madre con i maglioncini leggeri sulle spalle e intorno alle dita le stesse fedi di adesso: la interrompo io, ancora una volta traditore, perché quand'anche generassi un figlio a mia volta, e sposassi una moglie, tuttavia non potrei portare entrambi negli stessi posti, conducendoli con la medesima sicurezza con cui i miei accompagnavano me nella primigenia scoperta di quella terra di sole e cacche di cane e gusci di cozze e telline per terra. La loro Napoli sarebbe la mia Roma, il loro Castel dell'Ovo sarebbe il mio Castel Sant'Angelo, il Tevere verde al posto di quel mare. Ho lasciato Napoli a otto anni, nel 1988. A Berlino non c'erano nuove e Maradona giocava. Io ero bassino, sarei cresciuto una volta a Roma, a colpi di Bioarginina tutte le mattine, nove mesi all'anno, fino al compimento, mi pare, del quattordicesimo d'età. A Roma, va bene, ma la scia alle mie spalle era ancora visibile e spumosa abbastanza da ricondurre fino a Napoli, in termini soprattutto di parlata, di accento: tante vocali ancora non mi si erano chiuse del tutto, come ferite sotto il cerotto, e il lemma "scémo", chiuso, era ancora "scèmo", aperto. Poi tutto è sfumato: le vocali aperte si sono rimarginate e questo è quanto.

Napoli, vista del VesuvioNon significa altro lasciare Napoli a otto anni: ci si stacca dai seni mastodontici del Vesuvio e s'impara a camminare altrove. Il Vesuvio: ossessione del napoletano, notelvolmente napoletano anch'esso nel modo d'essere, re del vorrei ma non posso, imperatore del potrei ma quasi quasi no. Seni di roccia granitica, me li ricordo, ben separati dall'avvallamento naturale del cratere, che si stagliavano in qualunque orizzonte possibile, rigati verticalmente dagli alberi maestri delle navi ferme al porticciolo di Via Caracciolo: me lo ricordo così, il Vesuvio, e mi ricordo le barche ferme. Mi ricordo il dito fuori fuoco di mio padre davanti agli occhi che m'indicava qualcosa, lo yacht del riccone più al largo, i gabbiani bianchi che pescavano i pesci col becco, mi ricordo, ancora una volta, mia madre, più indietro o più avanti, il pulloverino leggero, che sorrideva serena dei miei sorrisi affascinati, pieni dei pescatori che tornavano con casse di gamberoni, calamari, pesci a cui presto sarebbe stato conficcato un cartellino col prezzo nelle pescherie di Mergellina. La meraviglia del bambino davanti alle cose che ancora non sa come chiamare. Mi ricordo la collina del Vomero, la Floridiana e il concerto di Peppe Barra una vita fa. Cantava una canzone che diceva: "Come mi pesa 'sta capa, ué!". La mia era ancora vuota di cose. Non poteva pesare.

Mi sono lasciato dietro, in vita mia, soltanto una città, Napoli, e non c'è nient'altro da dire, perché è proprio così che è andata: io avanti, Napoli dietro, lasciata alle spalle e mai più ripresa, se non in quei soliti discorsi che si fanno con gli amici, in romanaccio, quando ci ripromettiamo una pizza a Napoli, semmai da Gigino Pizzametro a Vico Equense, il ricordo più delizioso che ho in merito alla parola Pizza, con la -P- maiuscola e il cornicione imbottito di ricotta.

SorrentoSono stato piccolo a Napoli. Oggi, adulto, non ho le parole giuste per incorniciare il mio non-ricordo della città natale, se non quelle che ho già detto, e qualunque tentativo io azzardi, questo assume la forma di una excusatio non petita, una richiesta di perdono fatta a Napoli, dimenticata, abbandonata da me, che sono il traditore.

Lascio perciò il compito a Erri De Luca che nel suo meraviglioso "Il contrario di uno" dice, facendomi sempre luccicare gli occhi:

"La città bandiva i suoi assenti. Chi non l'abitava veniva iscritto nel registro segreto degli espulsi. Napoletano è titolo solo per i residenti, la nascita non basta. Conta chi resta, ogni altro è forestiero. Napoletano: proviene poco da un'affacciata su 'na iurnata 'e sole, molto di più dipende dal suo monte pandoro lievitato a fusioni. Nella casa di ognuno sta l'acquerello notturno delle lave incendiarie, il mare illuminato a sangue. Napoletano è adoratore del Vulcano fino a lottizzare le pendici, risalire al cratere e costruirci dentro magari uno stadio con le gradinate già evidenti. Pensieri di uno che si stacca da ragazzo senza salutare e guarda al finestrino di destra il vulcano che gli gira le spalle con lo strascico dei pendii attenuati su Caserta"