mercoledì, 30 maggio 2007
Ron-fii-ron
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana
Io, che vivo molte delle cose che vivo come le vivo, ho vissuto questa tre giorni in trasferta in una maniera tanto vivida che, rientrando, m'è parso d'essere stato via per delle settimane. Invece sono stati tre giorni strani, trascorsi a non dormire in una camera d'albergo confortevolissima, economica, e troppo vicina ai binari del treno.
Appunto numero uno: stare a strettissimo contatto - fisico e mentale - con altri TRE di quei cosi sgradevoli, bugiardi e pelosi chiamati "uomini" può provocare danni permanenti al cervello. Appunto numero due: per la prossima trasferta di lavoro mai più una stanza quadrupla. Si ride ma non si dorme. Meglio: si ride tutti insieme e poi IO non dormo. Gli altri sì: io no. Io rido con gli altri, poi gli altri mi abbandonano per il sonno e resto sveglio. Restare sveglio in una camera d'albergo con i binari a quindici metri e molte ore di lavoro matto e disperatissimo depositate nella pianta dei piedi e nelle ginocchia, non è bello. Anche se ci sono abituato: a non dormire, non al lavoro. Al lavoro non ci si abitua mai: io starei molto volentieri senza fare un cazzo dalla mattina alla sera. Però il lavoro, questo lavoro, mi piace, è una cosa a cui penso spesso durante simili ore di veglia: raccontare delle storie, non importa il linguaggio, il medium, è quello che mi piace fare. E, soprattutto, è una cosa, l'unica in effetti, che io mi sia concretamente scelto. Ci sono tante persone a cui, legittimamente, non piace il lavoro che svolgono: a me sì e, parte il non fare un cazzo dalla mattina alla sera, non mi piacerebbe fare niente di diverso.
Non dormire: ecco, questo non mi piace. E nemmeno me lo sono scelto. Il mio rapporto col sonno è quello di un bambino coi giocattoli. Finché non ne hanno scavato l'anima a colpi di martello non sono contenti: così io, mi ci devo picchiare col sonno, ci deve essere uno sconfitto, un corpo caduto, prima che qualcuno possa rivendicare la vittoria e il bello è che il più delle volte quel corpo caduto non sono io, magari lo fossi, almeno così, pur sconfitto e coll'occhio nero, dormire potrei, invece mi capita che dopo una durissima lotta, semmai durata ore, debba essere io, pur sconfitto, a rimanere in piedi, desto a contemplare le travi del soffitto e i fari delle macchine passare. Dormire in quattro in una stanza d'albergo è una sfida a questa lotta che io conduco ogni notte: in particolare se presso quella stanza ci passa un treno ogni mezz'ora e, ancora di più, in particolare se Alberto e Fulvio russano come tavernai livornesi.
Io non la capisco la gente che russa, nel senso che non riesco a capire come faccia a non svegliarsi a propria volta. Alberto e Fulvio, questo invece l'ho capito, sono dei maestri in tale arte: il loro ron-fii è perfettamente ritmato. Quando uno fa ron, l'altro fa fii, e in questo modo, di ron, me ne sono dovuti sorbire due, prima quello di Alberto e poi quello di Fulvio. Troppo bello sarebbe stato se i ron venissero emessi nello stesso momento, in questo modo, almeno, ne avrei percepito uno soltanto. Invece no! Ron d'Alberto e fii di Fulvio, poi ron di fulvio e fii di Alberto. Così per delle ore, perché è regola ferrea che chi russa non si sveglia. Mai. Nemmeno ai passaggi del treno. Tantomeno perde il ritmo di tale coordinazione. Ron-fii-ron.
(appunto numero tre sui passaggi del treno e sui rumori in generale: un Grande Rumore Notturno è meglio che si verifichi spesso e continuamente. In tale modo ci fai il callo e non cominci a nutrire falsissime speranze circa l'eventualità, per esempio al ventesimo minuto consecutivo di silenzio, che il treno abbia cessato di passare perché sarà proprio allora, che il Grande Rumore Notturno deflagrerà di nuovo frantumando ogni residua aspettativa di pace e sonno)





