martedì, 07 agosto 2007
Lasciate che i pargoli vengano a noi...
Categoria:giornalismo, scritto da valerio roma
Non è che gli italiani non leggano i giornali, è che da qualche anno diminuiscono quelli che lo fanno. Come vi ho spiegato nel post precedente, in questi giorni il quotidiano per il quale lavoro (E Polis, un misto free-pay) è in crisi, con le pubblicazioni bloccate e rischia perfino l’estinzione. Il problema è che in Italia buona parte delle iniziative editoriali nuove e ambiziose (il discorso legato alle capacità imprenditoriali di chi le fa nascere teniamolo fuori almeno per questo post) sono destinate a un cammino disseminato di ostacoli. Il rapporto tra la popolazione e il numero di lettori dei quotidiani è lo stesso da vent'anni, anzi dal 1975 ad oggi il numero di copie distribuite dai quotidiani sul territorio nazionale è praticamente lo stesso.
La formula è presto fatta: poca gente interessata al prodotto, poche inserzioni pubblicitarie concentrate soltanto sui grandi distributori e poche testate capaci di garantire assunzioni vere, contratti giornalistici e, soprattutto, mansioni giornalistiche. E’ un discorso forse superficiale, ma che nella sostanza sta in piedi. Siamo agli ultimi posti della classifica europea che premia la nazione con il rapporto più alto tra popolazione e numero di lettori. E' vero, il mondo sta cambiando e l’attenzione degli editori si è già spostata su internet. Ma è altrettanto vero che i giornali cartacei hanno ancora un senso e continueranno ad averlo, nonostante il direttore del New York Times abbia scommesso sul contrario. Il giornale può fornire approfondimenti, spunti diversi e, agli occhi della gente, ha una autorevolezza diversa rispetto a un sito.
Per cercare di invertire la tendenza negativa, si dovrebbe operare a monte. Visto che le statistiche dicono che il numero di lettori, negli ultimi dieci anni, è in diminuzione, il sospetto è che le nuove generazioni stiano progressivamente abbandonando la consuetudine di leggere i giornali. Se una fetta di studenti universitari resiste, per la maggior parte degli alunni delle scuole superiori i giornali sono sconosciuti, almeno facendo eccezione per la Gazzetta dello Sport al lunedì per controllare i voti del fantacalcio. La scuola ha il dovere di formare gli studenti a una lettura critica dei quotidiani, che sono uno strumento didattico a tutti gli effetti. Il sogno è quello di vedere una mazzetta in ogni classe, magari stringendo accordi di collaborazione con i singoli quotidiani, ma è un piano difficilmente realizzabile. Un sogno, appunto. Allora magari sarebbe più facile prevedere una sala lettura all'interno degli istituti, con gli studenti liberi di consultare quotidiani e riviste quando lo desiderano. O meglio ancora, si potrebbe rendere tutto questo una vera materia.
Delegare alla professoressa di lettere una o due ore alla settimana a una sorta di educazione alla lettura non è forse importante quanto le ore di chimica o di fisica? Anche perché la scuola deve preparare lo studente al mondo vero, quello che c’è vive all'esterno dell'istituto: della regola dell'Ottetto un ragazzo che minchia se ne fa? Se il progetto è troppo ambizioso, allora sarebbe più facile creare dei corsi pomeridiani, volontari, invogliando i ragazzi a frequentarli. E' un discorso difficile da affrontare. I giornali non entrano nelle scuole perché sono i politici i primi che non vogliono vederli lì dentro. Perché non sia mai che gli studenti vengano condizionati dai giudizi di un quotidiano di destra piuttosto che di uno di sinistra. Sviluppando una cultura di questo tipo tra i ragazzi, forse tra dieci anni il settore dell'editoria potrebbe ottenere benefici tangibili. A parziale discolpa dei più giovani, in ogni caso, c'è da dire che i giornali italiani sono proprio noiosi.
La prima del Corriere della Sera, ad esempio, è vivace e accattivante quanto una pagina della Bibbia. E i corsivi degli opinionisti, sulle due colonne di sinistra, trattano argomenti troppo spesso lontani dal mondo giovanile come da quello delle persone più comuni. La Repubblica non va meglio. E' capace di aprire con le prime dieci pagine completamente dedicate al dibattito politico, che è sterile per quanto mi riguarda: il partito moderato, le intercettazioni telefoniche oppure le spy-story che nessuno ci capisce una sega. Sono giornali noiosi, così come lo sono Il Tempo, L'Unità, il Messaggero o il Giornale. Gli unici più frizzanti sono La Stampa (che grazie al restyling della grafica e ai corsivi di Massimo Gramellini è diventato un giornale godibile) e Libero, anche se di quest'ultimo non condivido la linea politica. Perciò anche i giornali tradizionali devono mettersi una mano sulla coscienza. E devono mettersela, la mano sulla coscienza, anche i giornalisti, che molto spesso utilizzano linguaggi artefatti per dare dimostrazione di saper scrivere prima di saper comunicare. In ogni caso, ha un senso chiedere alla scuola di avvicinare i ragazzi alla lettura dei quotidiani quando riesce a malapena a spiegare come si usa internet? Sì, secondo me ce l'ha.





