mercoledì, 22 agosto 2007
Aeroporti
Categoria:estate, scritto da stefano havana
Tornato, sono tornato. Però mica è stato facile: alla fine abbiamo accumulato, rientrando a Roma, complessivamente, 28 ore di ritardo.
Quando ho rimesso piede a Fiumicino, dopo avere a lungo temuto di stare per diventare una di quelle notizie da telegiornale - "Turisti italiani bloccati in Portogallo da 9 giorni", roba simile -, mentre aspettavo i bagagli, cercando di capire se questa volta mi sarebbero arrivati, ho pensato: "Domani come prima cosa prendo e mi pianto consapevolmente nel traffico più totale". Questo per farvi capire come una trentina di ore trascorse in aeroporto possano rendere Roma la Città Perfetta.
Non c'è niente di peggio che la Varia Umanità che alberga negli aeroporti. Non c'è nessuno di così indeciso, insicuro come chi si trova a perdere diverse ore della propria vita dentro un aeroporto. Non sanno dove andare, tutti quanti, nessuno escluso, pure quello che ha già fatto tutto, il check-in, la consegna bagagli e adesso non deve fare altro che attendere all'imbarco di, appunto, imbarcarsi, anche lui non lo sa che deve fare, o almeno non lo sa così bene da potersi dimostrare sciolto, sicuro di sé. Solo le compagnie si salvano, i numerosi gruppi di turisti giovincelli e allegrotti che si muovono in comitiva, e allora si appoggiano l'un l'altro, perché l'unione fa la forza, e si danno spintoni, scherzano sul peggiore dei ritardi, la prendono bene se scorgono, oltre il vetro, le loro valigie fiammeggiare nella notte, perciò non sembrano insicuri, mangiano panini improbabili di Pans & Co. seduti per terra a gambe incrociate, si appoggiano a colonne in muratura lorde, escono dai bagni ancora allacciandosi la lampo dei pantaloni, perché loro, unici fra i tanti, non sono insicuri, fanno parte di un branco, epperò è proprio da loro che io rifuggo come farebbe la carne dalla peste: no, non sopporto chi ride quando c'è da essere cupi, non sopporto i sorrisi fuori luogo, non sopporto chi sorride sempre e comunque. C'è il tempo per ridere e il tempo per non ridere.
Quando sei in fila a un imbarco fantasma, da ore, e a quelle ore, che già sono tante, e scomode, e indecorose, ci devi aggiungere altre 20 ore, accumulate il giorno prima e altre cinque, vinte all'andata, quando stai così, dicevo, coi bagagli già consegnati, quindi nemmeno con l'utopia salvifica di potertene andare, al limite, per riprovare, semmai, l'indomani, oppure mai più, trovandoti un lavoro, imparando finalmente il portoghese, quando stai così, al buio, in un aeroporto affollatissimo di gente che cammina troppo veloce o troppo lenta, lontano da casa, l'abbronzatura che, fisicamente, ti si scioglie addosso sotto i colpi dell'aria condizionata asettica, è proprio in quel momento che non puoi, dico: non puoi, sopportare qualcuno che la prende a ridere, che fa battute in romanaccio o in profondo napoletano, tipo: "Daie raga' che se famo tutti quanti du' spaghi ar pomodoro", perché io gli "spaghi ar pomodoro", che tra l'altro sogno da più di due settimane, te li do in testa, uno a uno finché non svieni, o peggio. Rivendico in certi casi, e quello di cui vado raccontando è un certo caso, il mio diritto all'antipatia, all'insopportabilità, alla violenza: sono violento, perché ho passato una vacanza splendida che, guarda caso, è appena finita e che alle due estremità ha avuto come dei ferri arroventati infilati su per il culo, (vedi alla voce smarrimento dei bagagli eccetera), quindi adesso, io, persona posata generalmente, dopo 27 ore di ritardo, un parcheggio forzato in un albergo di Lisbona, un tassista pazzo che non mi voleva ridare i bagagli e un imbarco fantasma a cui non presenzia nessun responsabile e le voci incontrollate di uno sciopero a oltranza di tutto il personale TAP, io adesso, caro amico romano, o comunque italiano, Facente Parte Di Una Combriccola Di Gggiovani Che Deve Per Forza Dare L'Idea D'Aver Trascorso Una Vacanza Deliziosa E A Cui Mai Nessuno Potrà Spezzare Il Fottutissimo Buonumore Decontestualizzato, adesso, mio caro facente parte di questo partito bla bla bla, non rido per niente, per NIENTE, nessuno dovrebbe ridere dopo la quarta ora passata in piedi, in fila, davanti a un monitor che dice "Boarding" senza però nessuno che faccia "boardare" i passeggeri, a meno che non sia un idiota, un pervertito, un perfetto cretino.
Ecco, non c'è niente di peggio di questa umanità, la stessa umanità che abita il mondo, però convogliata tutta quanta in un unico posto, già di per sé odiosissimo, non certo come il mondo vero, dove male che ti va, puoi sempre rifugiarti dietro le tue piccole cose, gli amici, la ragazza, i libri, i passatempi, il lavoro, un whiskey sauer. Dentro un aeroporto, invece, che fai? Dove ti rifugerai? Non vai, non ti rifugi, appunto. T'attacchi. Abbozzi. Speri che vada tutto bene: e se non sei gggiovane, facente parte di una combriccola, fai parte di quell'altro gruppo di disperati, quelli insicuri, sempre nel dubbio, pessimisti, quelli che sanno che comunque vada, andrà malissimo e che il peggio che può capitare non è precipitare con tutto il velivolo nell'Atlantico, bensì non prenderlo mai, il velivolo, e restare appeso, a mollo per sempre in questo brodo primordiale di non esistenza, fatto di tizi che navigano su Internet coi loro lap top trangugiando birra o mangiando cose evidentemente immangiabili, appena organiche, dall'aspetto asettico, industriale, plastificato - insalate di mozarelle con una sola zeta, cocktail di gamberi surgelati, spaghetti alla bolognese fast food – popolato di gente mal vestita, di mariti succubi che fanno fare tutto alle mogli e di mogli inebetite che abbandonano bambini piccoli a leccare con la lingua per terra: non c'è un girone infernale peggiore tra quelli disponibili, perché questo girone infernale neanche Dante l'ha concepito mai, è un inferno in cui l'uscire a riveder le stelle non dipende quasi mai da te, dove tutti sono sporchi, puzzano, la pelle sotto le unghie è nera e nel cesso dove vai a pisciare c'è sicuramente stato qualcuno appena prima di te a cui è scappato da cagare qualcosa di neanche lontanamente UMANO.
Perciò, amici, lettori de' Noantri: tornato, sono tornato.
Ma, mamma mia, che cazzo di fatica!





