martedì, 11 settembre 2007

Il ritorno degli epolidi
Categoria:giornalismo, scritto da valerio roma


Quando ieri mattina ho trovato il mio giornale all'università, ho provato all'istante un senso di soddisfazione piuttosto appagante, colorato da un mezzo sorrisetto di finto stupore, visto che sapevo che l'edizione alla fine in stampa ci sarebbe andata.

epolisNon siamo morti, avrei voluto gridarlo a quei pochi che, ieri mattina alle otto e un quarto (dico otto e un quarto!), si trovavano nei corridoi della facoltà. Avrei voluto dirgli: "Lo sai che questo è il Mio giornale, che l'ho fatto io?". O meglio, che l'ho fatto anche io. Basta coi discorsi sulla cassaintegrazione, sulla paura di ritrovarsi senza lavoro e di tornare miserabilmente a chiedere soldi ai miei. Ho ancora qualche risparmio, presto tornerò ad avere uno stipendio e non avrò bisogno di cominciare a pagare con conchiglie e petali di rose, come fanno Totti e Gattuso.

Siamo vivi, il lavoro di ieri si è trasformato in carta stampata oggi. Che bello che è questo cazzo di giornale, non perché l'ho fatto io (anzi, ho contribuito a farlo). Mi piace sfogliarlo, ha una bella grafica. E pazienza se il professor A., ha pensato bene di spostare a venerdì l'esame di Diritto Pubblico comparato previsto per questa mattina senza mettere uno straccio di avviso su internet e costringendomi ad alzarmi alle sette e mezzo. Simpatico come una multa. Ho letto l'avviso in bacheca, ho maledetto tutto il corpo docente, mi sono messo sottobraccio il mio E Polis e ho preso la strada di casa, a piedi. L'ho pure incontrato, A., per la strada. Avete presente Gianmarco Tognazzi in Romanzo Criminale? L'intermediario senza scrupoli, il faccendiere? Beh A., con quella valigetta e la sua calvizie è identico. Mi sono detto "Vuoi vedere che questo stronzo ci ha ripensato e fa oggi l'esame?". L'ho rincorso chiamandolo a gran voce alle spalle mentre attraversava la strada. "Professor Aaaa.". Lui si è spaventato, voltandosi lentamente non ha nascosto una certa emozione, uno sguardo diffidente: forse pensava che avessi una pistola nascosta sotto il giornale. "Te sei cacato sotto, eh?", ho pensato. Impietrito, si è sciolto quando ha capito il mio intento pacifico, giustificando il rinvio dell'esame con l'affissione dell'avviso, seppure tardivo. L'ho salutato, sfoderando la mia espressione più rassicurante.

Ho continuato a camminare notando con piacere che in tanti, per la strada e nei bar, stavano sfogliando E Polis. Bene così. In testa avevo quella canzone di Paolo Nutini, "New shoes", che canticchiavo sempre con quel mezzo sorrisetto di soddisfazione, col mio giornale sottobraccio. Primo giorno di scuola, mocciosi in giro con gli zaini nelle vicinanze del liceo scientifico vicino casa mia. Mi è venuto quasi istintivo fare una piccola deviazione, andare davanti al "K." a vedere i ragazzi che entravano per la fine della pacchia. Me ne sono rimasto in silenzio per un po', a vederli, appoggiato con la schiena alla saracinesca del negozio di dischi, ancora chiuso. Quando andavo a scuola, rosicavo perché le ragazze della mia classe stavano tutte con ragazzi di 23 o 24 anni, uomini ai nostri occhi. Per noi, con le facce piene di brufoli, i motorini scassati e i quaderni riempiti dalle formazioni del fantacalcio, restava soltanto l'uso di una fervida immaginazione. Come facevano quei ventiquattrenni? Io non ci sono mai stato con una di diciotto anni, in questi ultimi due anni. Misteri della società civile.

Ho ripreso a camminare sempre con E Polis in bella mostra. Sono rientrato a casa, ho buttato sul letto borsa e giornale, e ho preso la chitarra e cominciato a suonare, canticchiando la prima canzone che mi è venuta in mente. Oh no, not me, we never lost control You're face to face with the man who sold the world... Oddio, e le scarpe nuove che fine hanno fatto? Sono già vecchie.