mercoledì, 12 settembre 2007
Mi sa dire in quale anno la Roma ha vinto il suo primo scudetto?
Categoria:scritto da noantri, scritto da andy capp
Questo post doveva avere un altro titolo. Ma non ho potuto fare a meno di cambiarlo. Avevo invocato lo spirito di Italo Foschi poche ore prima di fare l'esame da giornalista professionista e per una serie di circostanze un membro della commissione a un certo punto mi ha fatto proprio la domanda che vedete in rosso. E' in quel momento che ho capito di aver superato la prova. E con la solita spocchia e borosità di noi romanisti mi sono anche permesso di fare un appunto a un commissario spiritoso che aveva provato a sollevare qualche dubbio sul primo scudetto della Magica. "Mi scusi, se posso permettermi, ma vorrei sottolineare che Mussolini era un tesserato della SS Lazio". Neanche ne avessimo vinti 25 di scudetti, eppure tutti quelli che non vedono la Roma di buon occhio devono sempre insinuare irregolarità sulle nostre poche vittorie. Di solito la cantilena è questa: il primo ce l'ha regalato il Duce, il secondo Andreotti, mentre il terzo è arrivato perché era il Giubileo. Quest'anno vojo vedé che s'nventano: è morto Pavarotti?
Ma torniamo al post. Già perché questo post - finalmente un nuovo post scritto dopo un mese e mezzo di ansie - doveva intitolarsi Lode a te Roberto Pruzzo, proprio come il coro che cantavamo (noi, romanisti) negli anni Ottanta, quando la nostra Magica volava anche più di quella di oggi. Questo post sulla Roma - che doveva intitolarsi Lode a te Roberto Pruzzo - nasce dalla visita che ho fatto alla mostra per gli Ottanta anni della nostra squadra del cuore, nostra di noi romanisti. Ho fatto un incredibile salto nel passato della mia vita. Rivedere foto, giocatori, immagini, gol, cimeli è stato qualcosa di indescrivibile perché a tutto, a ogni volto, corrispondeva qualcosa. Il Bomber - quello nella foto qui sopra - è stato il primo giocatore a cui ho voluto bene (106 volte grazie). Quando ero piccolo mio padre lavorava nel bar di mio nonno a via dei Colli Portuensi e molto spesso passavo lì i pomeriggi. Ero naturalmente la mascotte del quartiere e il divertimento di tutti i commercianti del marciapiede, che prendevano il caffè al bar di mio nonno, era quello di farmi urlare "Forza Pruzzo!", che grazie al difetto di pronuncia che ancora mi accompagna suonava come uno strano "Forsa Pruszo!".
Ma il giocatore che ho amato e che tutt'ora amo più di tutti ha un solo nome, anzi ne ha due: Paulo Roberto. Il Divino è stato qualcosa di inarrivabile, la geometria di una mente superiore miscelata alle doti artistiche di un pittore dell'Ottocento. Quando l'altra sera a Testaccio ho visto la sua maglia col numero 5 mi sono letteralmente bloccato e ho sentito un morso allo stomaco che mi capitava solo quando andavo a prendere Arianna sotto casa. Ho chiesto al Gianni di farmi subito una foto. Confesso che avrei voluto spaccare la vetrina e portarmi via il cimelio, ma ammetto anche che non l'avrei mai fatto per rispetto del fratello romanista che aveva donato il suo prezioso tesoro per la mostra. Non so chi sia il proprietario della maglia, ma a me basta saperlo romanista. C'è un altro ricordo di mio padre stavolta legato a Falcao. Ho un'immagine di lui che risale al 1984, alla partita che mi fa più male ricordare, alla finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool giocata allo stadio Olimpico e persa ai calci di rigore. Eravamo sotto di un gol e mio padre era nervosissimo davanti alla televisione mentre con le mani teneva bloccata una sedia. Poi al pareggio di Pruzzo (Lode a te Bomber) quella sedia volò via. E nei minuti successivi al rigore sbagliato da Conti, che ha dato la Coppa ai Reds, lo vedo ancora camminare con le mani in testa per il corridoio e ripetere in continuazione "Ma perché non l'ha tirato Falcao? Perché non l'ha tirato Falcao?". Non lo so. Non lo sappiamo ancora oggi perché. Quei due rigori, sbagliati da Conti e Graziani, avrebbero dovuto tirarli Falcao e Pruzzo. I miei due idoli erano mancati.
Non sono questi gli unici brividi dell'altra sera. Ero un po' teso per via dell'esame e per qualche problema sul lavoro, quindi una sortita col Gianni a base di Roma era quello che ci voleva. Più o meno a metà percorso mi sono girato di scatto per chiamarlo ma lui aveva già il naso all'insù. Campeggiava sulle nostre teste proprio quello striscione, quello col lupetto e il fulmine, quello metà giallo e metà rosso, quello portato in giro da Vittorio e dagli altri per tutti gli stadi d'Italia e d'Europa. Vederlo, così da vicino, per noi pischelli cresciuti col mito del Commando, è stata un'altra emozione da pelle d'oca. La foto di rito ci stava tutta. Negli stand che raccontavano dal 1986 agli anni Novanta, quelli che ho vissuto finalmente in maniera consapevole - passati i ricordi sbiaditi del ragazzino - ho iniziato invece a provare una strana sensazione: la rimonta alla Juve fallita, la finale persa con l'Inter, quella con il Torino, la seminifinale con lo Slavia Praga. Insomma, una galleria infinita di delusioni. Eravamo giovani io e il Gianni, ma evidentemente avevamo la pellaccia piuttosto dura.
Poi dopo gli anni difficili fortunatamente ci siamo presi anche la nostra più grande soddisfazione. Ricordo ancora lo sconforto della stagione precedente quando ci dicevamo: "Possibile che a 20 anni abbiamo dovuto vivere lo scudetto della Lazio?". Ma il nostro calvario per fortuna si concluse l'anno successivo con la fantastica cavalcata del 2001, l'anno del Giubileo per qualcuno, l'anno dell'apoteosi assoluta per me. Indimenticabile, incancellabile, tatuata sul cuore quella giornata, quella nottata e quelle successive. Ogni sera una festa, ogni sera un rione, ogni sera un brindisi. Mi sembra ieri anche se di tempo ne è già passato parecchio, ma gli amici - quelli buoni, quelli veri - sono ancora tutti qui. Siamo ancora tutti qui, cementati dagli stessi ideali, dallo stesso amore verso la vita e le forti passioni, sincere come una Moretti.
Per concludere alcuni pensieri sparsi: chiedo scusa - in particolare ai laziali - per l'eccessiva passione. Credo che questa sia la cosa più romanista che abbia mai scritto nella mia vita. Poi volevo dire che nella semifinale del 1982 tra Italia e Brasile naturalmente ho tifato contro gli azzurri, anzi al gol del Divino ho fatto un urlo che le pareti di casa mia stanno ancora tremando. Poi che un uomo potrà anche amare una donna, ma ha sposato undici uomini. L'ultima considerazione è sul futuro: vedo con terrore il giorno in cui il Capitano della Magica sarà più giovane di me perché vorrà dire che sarò diventato grande. Anche se sono convinto che quel giorno sia ancora molto lontano:
vero Francé?






