venerdì, 14 settembre 2007
Caffè Pagato
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana
Mangiare la pizza a Napoli è come ballare la salsa a Cuba. Ti senti osservato dagli altri, autoctoni, che sanno come fare, e da questo t'accorgi che della tua Napoli non t'è rimasto niente, hai perso tutta la manualità, basta, ora sei di Roma.
Ho mangiato la pizza a Napoli, ieri, insieme a due medici, un infermiere che sembrava uscito da "La Smorfia" e Alberto: non stavamo male, non eravamo impazziti, è solo una lunga storia che speriamo di poter raccontare presto anche qui. Ho preso una Margherita con la bufala perché non potevo fare altrimenti: fuori c'era il sole sopra il Quartiere Sanità e la città non stava ferma un minuto. Letteralmente.
Ci stavano i motorini con tre persone a bordo e i motorini guidati da seienni senza maglietta addosso, le macchine contromano e in terza fila, le signore grasse con gli zoccoli che urlavano da una parte all'altra della via, i cestini calati dai balconi vuoti con le venti euro dentro e riempiti dal fruttivendolo con fagiolini e verdure, ci stavano i negozietti pieni di cose strane, scope e palette e apparentemente nient'altro, ci stava la casa con la targa dov'è nato Totò e la villa dove è stato girato un film famoso, ci stavano gli scugnizzi con gli occhi piccoli e ravvicinati che ci guardavano torvi, noi, evidentemente di fuori, accompagnati da pezzi grossi dell'Asl del quartiere, ci stavano i panni stesi che quasi si toccavano tra un palazzo e l'altro, i marciapiedi tutti sgarrupati che bisognava stare attenti a dove si mettevano i piedi, dei ciccioni inverosimili su vespette modificate e bambini e bambine tanto più spigliati di quelli nostri, capaci di guardarti negli occhi già da lontano, creature di sette, otto anni senza scuola e senza istruzione. Qualcuno dice: senza futuro.
Noi stavamo dentro la pizzeria a mangiare la pizza e a parlare un po' di lavoro un po' di altro e da fuori arrivavano tutti i rumori di queste cose che v'ho detto e che sfrigolavano tra loro, le chiacchiere, l'ammuina, le radio a tutto volume, la gente di Napoli. Cercavo di far ruotare la pizza nel piatto per tagliarla convenientemente, pure se quella tutta quanta nel piatto non ci stava e i bordi, spessi, alti, sofficissimi, s'appollaiavano sulla tovaglietta tra le mie bestemmie pensate. Guardavo gli altri, i napoletani, che mangiavano accanto a me e m'accorgevo che a loro questa cosa non capitava: come niente mi sono messo a raccontare di Gigino Pizza a metro, il posto dove da piccolo, mi ricordo, s'andava a mangiare la pizza più buona di tutte, a Vico Equense, e loro mi hanno detto che pure Gigino Pizza a metro, come un sacco di altre cose di Napoli e del mondo, non è più quello di una volta e oggi ci vanno un sacco di turisti e le pizze sono migliori da altre parti, per esempio nella pizzeria dove stavamo mangiando noi.
Sono successe altre cose trasudanti Napoli che però non riesco tanto bene a raccontare, perché per farlo ci vorrebbe l'accento di Napoli, l'essenza di Napoli sulle dita, come la farina stava sulle dita di quei pizzaioli, ma le parole scritte così come le sto scrivendo, pure se le sto pensando in napoletano, mi escono fuori dalla tastiera diverse, laiche, senza bollicine, non so spiegare, ce le ho qui le cose che vorrei raccontare di Napoli, per esempio il nugolo di dieci persone che s'è messo a sbracciarsi davanti a un'ambulanza - due davanti, due dietro, qualcuno ai lati - per aiutare l'autista a fare manovra in un budello che qui a Roma non sarebbe neanche pedonale, tutta questa gente che strillava in napoletano in mezzo alla strada: "cchiù arretr, ccchiù ncopp, cchiù avant', gir'! gir'!", ecco ce le ho in mente le parole giuste per raccontare questa cosa del Quartiere Sanità, un posto meraviglioso e difficile che tantissimo mi ha ricordato la Havana, però una volta scritte, quese parole, non lo so, mi sembra che non siano tanto buone come mentre le pensavo.
Finendo di mangiare la pizza è successo un fatto strano: due o tre dei nostri commensali si sono messi a parlare con gli occupanti del tavolo vicino. Sembra quasi che a Napoli sia proibito il silenzio: questa cosa non succede da altre parti, dove la gente sta tutta nascosta dietro i giornali aperti o con le cuffie premute dentro le orecchie. Allora il nostro tavolo s'è messo a parlare con il tavolo vicino, non so bene di cosa, e quando questi altri del tavolo vicino si sono alzati per andarsene, ci hanno urlato: "Allora, quanti caffè lasciamo pagati?".
Vai a capire, deve essere una consuetudine questo fatto dei napoletani d'essere un po' zingari e un po' fratelli, soprattutto fratelli, e infatti quello è stato solo il primo di una lunghissima serie di Caffè Pagati che mi sono dovuto bere, dovuto, voce del verbo dovere, perché se vai a Napoli mica lo puoi rifiutare un Caffè Pagato, e no, come minimo t'ammazzano, t'acciron', s'offendono e allora ho bevuto almeno tre Caffè Pagati nel giro di un paio d'ore, io che non bevo MAI caffè, tanto che alla fine, davanti all'ennesima offerta del Caffè Pagato, ho preso coraggio, ho pensato: o la va o la spacca e ho gentilmente declinato, però accettando di buon grado un tè freddo al limone, sempre Pagato, perché non esiste che dentro a un bar, in compagnia di napoletani, non ti fai offrire qualcosa, così ho fatto quest'affare, un tè freddo al limone Pagato in cambio di un Caffè Pagato rifiutato. E' una mania, un'ossessione: entri nei posti ed è tutto un volare di "Caffè Pagato eh!", come se Pagare un Caffè fosse un dovere morale, un obbligo esattoriale: i napoletani devono averci una voce apposita tra le uscite domestiche. Ogni anno la Finanziaria Familiare di ciascuno prevede un tot di euro per i Caffè Pagati e la domanda delle domande, naturalmente, è: se tutti hanno garantito un Caffè Pagato, allora chi è veramente che Paga il Caffè? Si fa a turno? E' una cosa tacita? Un giorno Paghi tu e un giorno Pago io? Come ci si mette d'accordo? Sembra una gara. Entri da una parte, neanche il tempo di alzare il dito per chiedere la parola al barista che arriva la voce: "Caffè pagato!". Cazzo.
Napoli, Quartiere Sanità. Bellissimo: un teatro continuo. Non c'ero mai stato però ho scoperto che lì vicino ci sono cresciuti i miei genitori. Mentre camminavamo, a pancia piena, l'infermiere che sembrava uscito da "La Smorfia" ha preso sottobraccio – sottobraccio – Alberto e gli ha detto, dopo un episodio particolare ch'era successo: "Non t' preoccupa', accà la gente si inserisce nei discorsi, hai capi'?" ed era vero, era proprio quello che stava succedendo: parlavamo e le persone che ci incrociavano per strada si univano al discorso, dicevano la loro, se per caso avevano sentito l'ultima parola. È successo davanti alla casa dove nacque Totò, nel momento in cui io, per qualche motivo abbastanza comprensibile, ho detto la parola "Totò", appunto, e allora è arrivata una signora e ci ha raccontato delle cose su Totò e poi è successo anche altre volte, si parlava di Napoli e dei problemi, per esempio, e si sono avvicinati degli sconosciuti a dire la loro, anzi non è che si sono avvicinati: venivano, per affari loro, nella nostra medesima direzione e, captata l'ultima parola del discorso, che ne so, "Scampia", oppure "Melone", tac, si sono fermati, ci hanno raggiunti e si sono messi a dirci delle cose su quello, Su Scampia, sul melone, muovendo tantissimo le mani e mangiandosi quasi tutte le vocali finali.
Verso le sei ce ne siamo andati e i nostri amici medici, sempre a testimonianza di quella strana malattia che colpisce certi napoletani, ci hanno fatto anche dei regali. Non bastavano i Caffè Pagati. Sono andati dentro una Feltrinelli e ci hanno comprato delle cose. Ad Alberto hanno dato un cofanetto con le inchieste di Riccardo Iacona, a me hanno regalato il cofanetto Dvd + libro de "La Smorfia" e poi, a tutti e due, ci hanno dato un libretto con una commedia da loro molto amata di Eduardo.
La lunghissima (l-u-n-g-h-i-s-s-i-m-a) giornata è finita in una maniera pazzesca, imprevidibile, a Roma, a Via Tiburtina, non a puttane, bensì a chiacchierare con Gigi Proietti. Ma questa, davvero, è un'altra storia.





