venerdì, 28 settembre 2007
Chiudere la finestra
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana
Oggi, che è stata una giornata molto ma molto piovosa, voglio parlarvi dell'autunno che arriva.
L'autunno che arriva, per me, che sono una lucertola, amo il sole a picco, l'asfalto sciolto e il caldo afoso, ecco, per uno come me l'autunno che arriva è un disastro assai più cruento dell'inverno. Perché, parliamoci chiaro, l'inverno te l'aspetti, stai lì che è il 14 o 15 dicembre e non è che puoi pretendere d'andare in giro in magliettina e calzoncini, perciò te l'aspetti, la mattina esci dal portone con un occhio aperto e uno chiuso, in attesa di sapere se ti sei vestito abbastanza pesante oppure no, le macchine sono tutte appannate, i tergicristalli fanno quello strano rumore quando rompono il sottilissimo strato di ghiaccio sul parabrezza e, in generale, la vita va una merda.
L'autunno è assai più bastardo: arriva che non te ne accorgi, semmai sei in giro, tutto leggerino e, tac, cala la temperatura di quei due-tremila gradi, improvvisamente sembra di stare su Venere, o lontanissimi dal sole. Come oggi, appunto. Con "oggi" intendo dire "ieri", rispetto a voialtri che leggete, perciò non so come sarà il tempo nel vostro "oggi", magari bellissimo, però, credetemi, nel mio oggi, il tempo fa cagare, la temperatura è bassa, piove da tantissime ore, sono neanche le sette di sera e fuori ci sono già tutti i lampioni accesi.
Poco fa, e qui veniamo a bomba, ho chiuso la finestra della mia stanza: dovete sapere che non chiudevo la finestra della mia stanza dal 12 aprile, più o meno, quindi eccola qua la prima tragedia. Chiudere la finestra: per me chiudere la finestra ha tutti i crismi della Cosa Triste. Negli ultimi mesi ho chiuso la finestra soltanto perché accendevo l'aria condizionata, stasera, invece, l'ho chiusa perché sentivo freddo, perché arrivavano gli schizzi della pioggia sul bordino della poltrona e perché mi davano ansia i rumori delle ruote sull'asfalto bagnato. (mi aspetto sempre una frenata brusca da un momento all'altro)
Perciò ho chiuso la finestra. Ora non so come facciate voi, ma io, quando devo chiudere la mia finestra, mi alzo dalla sedia, se sono seduto alla scrivania, e chiudo la finestra. Chiudendo la finestra, se le tapparelle non sono troppo abbassate, lancio uno sguardo fuori e buonanotte: ho fatto così pure questa volta ed è stato in quell'esatto momento che mi sono messo a pensare all'autunno che arriva. L'autunno che arriva è qualcosa di fisico e, secondo me, per chi lo ama, deve essere veramente un momento esaltante: i cassonetti sono tutti bagnati, la gente cammina strana sui marciapiedi, le spalle delle giacche sono tutte schizzate e, soprattutto, si vede dentro alle altre case.
D'estate è giorno fino a tardi, fino a dopo cena, e quando fa veramente notte, capita che sulle altre case sia già calato il sipario, tende tirate, persiane socchiuse e via dicendo. D'autunno, in particolare durante questa fase dell'autunno, quando sta appena arrivando e nessuno è ancora preparato, alle sette di sera si vede dentro le case. Ed è questa, secondo me, la firma dell'autunno, la stagione con la firma più marcata tra tutte le altre.
Così ho visto la casa di fronte alla mia. Era la stessa casa di sempre eccetera eccetera. Dietro il balcone chiuso, più o meno alla mia stessa altezza di terzo piano, stava un uomo in jeans e camicia a braccia conserte: anche l'uomo era lo stesso uomo di sempre. Mi sa che non l'ho mai incontrato per strada e pure se lo facessi non so se lo riconoscerei, ma di sicuro lo riconosco quando lo vedo passeggiare nel suo balcone, dirimpetto al mio. È l'uomo della casa di fronte da che mondo è mondo e se ne stava pacifico e rassegnato, alle sette di sera, dietro il suo balcone chiuso, ad appannare il vetro con i brevi respiri del vivente. Non lo so, m'è sembrato un momento topico: lui ed io, di fronte, a una ventina di metri di distanza, sospesi, richiamati al vetro dall'autunno arrivato. Io perché avevo freddo e volevo chiudere la mia finestra, lui, secondo me, così, perché fuori pioveva e la vita sembrava completamente diversa dalla vita del giorno precedente e allora la voleva guardare.
Aveva tutta l'aria di uno che aveva finito di lavorare un po' prima del solito e non aveva idea di dove mettere le mani a casa, o di dove stare, semmai la moglie già stava cucinando, non lo so - pure la moglie c'entra in questo post, ma viene tra poco, se avrete la pazienza - e, insomma, era un uomo all'apparenza piuttosto simpatico, alto, con gli occhiali, solo che se ne stava lì e io sono sicuro che se fosse stato il 14 di luglio lui lì non ci sarebbe stato e questa cosa m'ha fatto pensare all'autunno che arriva, anzi che è arrivato già. Vi dicevo della moglie: ecco, dopo qualche istante s'è aggiunta pure lei. Identica posizione, o quasi, dietro il vetro del balcone chiuso, mi sembravano in silenzio, a guardare fuori la città cambiata dalla nuova stagione. La moglie anche aveva l'atteggiamento e la posizione di una che non sapesse bene che pesci pigliare, quali deduzioni trarre da tutta la vicenda: però m'è sembrato che a lui facesse piacere la sua presenza.
S'è girato un attimo a guardarla e poi sono rimasti a fissare di fuori, a fiato s'è aggiunto fiato ed è così, credo, che va per tutte le storie d'amore che durano una vita, o che comunque finiscono dentro la stessa casa: a fiato s'aggiunge un altro fiato e, come niente, si finisce per respirare meglio, fatta eccezione, naturalmente, per i colpi di tosse, che ci sono sempre, sono quasi involontari, si tossisce di notte, dormendo, al cinema, in chiesa, quindi, per carità, figurarsi se non si può tossire del fiato dell'altro.
Ho resistito un altro poco, poi sono tornato a sedermi a scrivere: viene bene scrivere se fuori piove e le case sono piene di gente. Quando ho dato di nuovo un'altra occhiata i due signori di fronte non c'erano più, ma le luci erano ancora accese: si vede che avevano trovato qualcosa di meglio da fare, un posto migliore dove respirare. O dove tossire.
p.s. anche il post di oggi ha una dedica:






