giovedì, 11 ottobre 2007
Quando andavamo in Tv
Categoria:giornalismo, scritto da stefano havana
Eravamo teste calde.
Ci fumavamo le orecchie per la voglia di dominare il mondo. Eravamo un gruppo di bravi ragazzi, con quelle facce lì, che una volta alla settimana si ritrovava davanti alle telecamere a parlare di calcio e questa cosa ci inculcava nel cervello strane idee di onnipotenza. Avevamo vent'anni, ne avevamo ventitre, il più grande di noi avrebbe dovuto aspettare altri cinque o sei anni per annodarsi al collo il primo nodo di cravatta.
"Lavoravamo" in una famosa trasmissione televisiva locale romana che si chiamava "Goal Senza Frontiere". Le virgolette intorno al lemma "lavoravamo" stanno perché nessuno ci pagava, nemmeno la benzina, né niente. Ci andavamo solo per il gusto di esserci, perché eravamo stati scelti e perché ci piaceva il giornalismo applicato al pallone. E perché eravamo "giovani", certo, perché uscivamo da corsi di giornalismo costosissimi e abbastanza inutili, in cui si andava più che altro per far parte della Cricca che Conta, per star dietro alle ragazze e per sapere le ultime di calciomercato da raccontare agli amici. Erano tempi molto belli, le Torri Gemelle stavano ancora al centro del Financial District e la gente, in generale, nutriva più fiducia verso il futuro: seduti su quei divanetti stavamo. A parlare di calcio e a fare gli "splendidi". Perché tra tutti gli amici che avevamo, noi eravamo gli unici ad andare in televisione: questa cosa aumentava del 75% il successo con le donne e le chances d'essere invitati alle feste di compleanno. Una volta, a una cena, un tizio che non avevo mai visto mi riconobbe. Un'altra volta un fotografo da cui ero andato a sviluppare i rullini dell'estate mi fece lo sconto: era tutta gente pazza di calcio come noi. La gente normale che ne sapeva chi eravamo?
Era il 1999, era il 2000, era il 2001, la Lazio era fortissima e vinceva nel mondo, Veron centrava sempre il sette sulle punizioni. Il tizio che vedete in queste foto sono io pischello, pieno di gel, proprio in quegli anni lì - sono foto grabbate dalla televisione - quando pensavo che, tempo sei mesi, Paul Newman mi avrebbe fatto un baffo.

"Goal Senza Frontiere" era una trasmissione abbastanza pulita condotta da Michele Plastino, un giornalista con dei capelli improbabili molto famoso a Roma che, tuttora, si intravede a "Controcampo", la trasmissione di Piccinini, in qualità di ospite. Me li ricordo uno per uno quei ragazzi speciali. Addirittura c'è chi è morto suicida. Un altro è Andy Capp che oggi fa il mio fratello maggiore e mi tira le redini quando galoppo invece di rallentare. Stavamo lì ad affilare le punte delle nostre vite: il peggiore di noi si sentiva Gianni Brera e quando firmavamo la liberatoria per andare in onda, ci sembrava di firmare autografi coi flash negli occhi. Ogni mercoledì, alla fine della puntata in diretta, quando s'abbassavano le luci, mi strofinavo le mani sulle guance e le trovavo caldissime come dopo la doccia. Mi sa che non ho mai più avuto le guance tanto calde.
Lì dentro ognuno era qualcosa: io ero quello che scriveva i racconti. Facevo così: scrivevo racconti brevi a tema sportivo e poi un attore professionista li leggeva come copertina finale della trasmissione. L'attore professionista, rendetevi conto, è arrivato molto dopo: per un lungo periodo li ho letti io stesso. Per quei tre minuti e mezzo in cui la camera era fissa su di me, mi pareva che mi stessero guardando pure in Cambogia. Erano momenti di alta tensione ed esaltazione adolescenziale: il regista metteva sempre una musica a tema e sulla mia faccia c'erano certi primi piani che mi facevano seccare le vene sulle mani dalla paura. Andy Capp era l'esperto di tattica, ma tanti altri me ne ricordo: c'era il malato di calcio internazionale, altri esperti di tattica, le vedove di Zeman, i talent scout, quello che raccoglieva le parate più spettacolari della domenica, quell'altro che spiegava gli aneddoti, un altro che stilava la classifica dei gol più belli della settimana a livello internazionale. Una volta o l'altra faccio altre foto alla televisione, così ve li faccio vedere tutti: ma, per adesso, ho solo me stesso.

Molte cose successero durante quegli anni. Io mi montai la testa, altri si persero per strada: tra noi ragazzi c'era una grandissima empatia. Finché stavamo lì dentro eravamo gli amici più grandi che si fossero mai visti, ma fuori nessuno telefonava all'altro, non esistevamo nemmeno. Prendevamo ad esistere solo di mercoledì e, qualche volta, di domenica sera. Un bel giorno Michele Plastino disse ad Andy Capp e a me: ehi perché non mi accompagnate a Napoli? Capirai, non ci pareva vero. Così andammo a Napoli. Andy Capp, io e un'altra persona, ospiti della trasmissione che il nostro mentore di allora conduceva lì, su Canale 21. Eravamo tesissimi, le mani ghiacciate. Mi preparai un racconto a tema napoletano, che lessi in piedi, in uno studio che non conoscevo, mentre una valletta dell'altro mondo mi teneva il microfono fisso sotto la bocca col suo profumo al sapor d'albicocca. Andy Capp fece il suo numero con la lavagnetta della tattica e tutto andò benissimo. Mi ricordo che a fine puntata ero caricato a molle: la valletta bonissima pretese in regalo il racconto che avevo letto e mi posò un bacio leggero sulla guancia; Vincenzo D'Amico, storico e leggendario eroe della Lazio-scudetto-1974, mi strinse le spalle con le sue mani piccole, poi finimmo tutti quanti a cena in uno dei più famosi ristoranti di pesce napoletani.
Quello fu l'inizio della fine, perché tornai a Roma con un sacchetto di mozzarelle di bufala e una cotta pazzesca per la valletta della trasmissione napoletana, tale Nicoletta. Mi ricordo che Nicoletta fu l'argomento di conversazione principale nella nostra macchina durante il viaggio di ritorno: i lampioni arancioni della Napoli-Roma illuminavano le nostri fronti imperlate di eccitazione mentre ci raccontavamo di Nicoletta: eravamo partiti da Roma come perfetti cretini. Ci ritornavamo assoluti eroi.
Alcuni mesi dopo, Nicoletta fece il suo ingresso ufficiale nella trasmissione romana: s'era trasferita in città e quando me la ritrovai in studio, per poco non mi caddero le sopracciglia da sopra gli occhi. Pazzesco, ma la cosa tragica fu che, la prima volta, si presentò col fidanzato. Io giocai la mia carta: presentai il racconto a tema sportivo più romantico che potessi concepire e, una volta a casa, riguardatomi la registrazione - mi riguardavo sempre la registrazione - capii, dall'inquadratura che il regista regalò a Nicoletta durante la lettura del mio racconto, capii che, fidanzato o non fidanzato, era fatta. (Questo bellimbusto qui sotto - ma che basette avevo? - sono io durante quella puntata. Magari stavo guardando lei, oppure stavo sperando che lei guardasse me nel monitor: fatto sta che si vede che ho un motivo in più del solito per sembrare sicuro di me. Ah, le donne...)

Successe quello che successe, col tempo, e io mi ritrovai invaghito seriamente di Nicoletta, probabilmente la ragazza meno adatta a me che abbia mai abitato la terra. Ma allora non lo sapevo. Allora non me ne accorgevo, cioè, non me ne fregava niente: lei stravedeva per me e, soprattutto, io stravedevo per me; uscivamo insieme e in studio ero l'invidia di tutti. Mi sentivo Gorbaciov, che ne so. Arrivavo in trasmissione con Nicoletta vestita a festa e gli spettatori mi guardavano storto: lei era la valletta e io non avevo mai conosciuto, in vita mia, un momento di così alta fama e celebrità. Cose da pazzi. Una volta lei si sentì male e fui io ad alzarmi per riportarla a casa: un gol in rovesciata durante la finale di Coppa dei Campioni non mi avrebbe dato una soddisfazione maggiore. Percepii, al rallentatore, tutte quelle teste che si giravano verso di me, uomini semmai di sette, otto, anche dieci anni più grandi che invidiavano la mia persona come oggi s'invidia uno che abbia indovinato un 5+1. Che tempi: davamo importanza a cose dell'altro mondo, eravamo tutti sbagliati, con un sacco di idee strane per la testa. Capisco oggi che Nicoletta mai mi piacque davvero: quello che per me contava era che piacesse agli altri. Era lei la mia via d'uscita dall'anonimato: più che le telecamere, più che le stronzate che facevamo allora e che pure ci sembravano importantissime. Lei era la mia casa sull'albero dove invitare tutti gli amici e farmi amare incontrastatamente.
Quegli anni poi si accartocciarono e una folata di vento li spazzò altrove. Di quel gruppo fantastico mi resta solo Andy Capp e un altro paio di colleghi con cui s'è avuta la fortuna di lavorare ancora. Oggi non condividerei nessuna delle scelte compiute a quel tempo: frequentazioni, modi di fare. Niente di niente. È come se nel frattempo si fosse fatta ora d'andare da qualche altra parte. Il viaggio resta piacevole, anche senza telecamere ad infiammarci la faccia.





