martedì, 09 ottobre 2007

9/10/1967 - 9/10/2007
Categoria:anniversari, scritto da andy capp e ste


[Il Che di andy capp]

Io il Che ce l'ho tatuato addosso.
Non è un modo di dire, l'ho fatto davvero. Sul mio polpaccio sinistro. Eccolo.

TatuaggioE' successo tre anni fa: è stato il mio regalo personale per la laurea appena conseguita. E' stato bellissimo andare a Cuba la prima volta e vedere tutti i sorrisi della gente mentre con lo sguardo basso sbirciava sulla mia gamba. Ai loro occhi dovevo apparire come una persona amica, perché chi ama il Che è un amico di Cuba e del popolo cubano, non può essere altrimenti. Alla sua figura sono legati diversi momenti emozionanti della mia vita, ma prima di raccontarli voglio dirvi di come sono venuto a scoprire della storia - che tutti conoscete - della fotografia di Alberto Korda.

Stavo leggendo Mara, Renato ed io, la biografia di Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse. In un passaggio Curcio e Franceschini raccontano della morte del pazzo, fulminato su un palo della luce. Il fuoriditesta era Giangiacomo Feltrinelli. Così andai a leggermi un po' la storia di questo editore ossessionato dal sogno rivoluzionario e scoprii la faccenda curiosa della foto di Alberto Korda, scelta per caso tra tutte quelle scattate dal fotografo, stampata in 70 mila copie sparse per i muri di Milano nel giorno della morte, e oggi icona indiscussa: il Guerrillero Heroico.

In un bellissmo libro che mi ha regalato il mo amico cubano Jorge c'è tutta la foto per intero, non solo quella che siamo abituati a vedere. Venne scattata il 5 marzo del 1960; il Comandante era al funerale per le vittime dell'esplosione della fregata La Coubre.

Libro del Che

Visitai il Mausoleo di Santa Clara solamente nel mio secondo viaggio a Cuba. Con Davide e Ste alloggiavamo a Trinidad e un pomeriggio con un cielo che non prometteva niente di buono decidemmo di raggiungere il luogo di culto. Ci sarebbero volute giusto un paio d'ore tanto che non capivamo il motivo di tutta quella preoccupazione da parte della nostra mama cubana della casa particular. Come da tabella di marcia arrivammo a Santa Clara per tempo. E fu bellissimo. Perché me lo immaginavo totalmente diverso, pieno di turisti e di bancarelle. Invece in pochi luoghi della mia vita ho ascoltato un silenzio tanto magnetico. Ricordo con affetto le foto che scattammo quel pomeriggio e le acrobazie del vecchio Ste con la sua macchina fotografica per farci entrare tutti e tre nel ritratto insieme alla statua, di cui conservo gelosamente una vecchia foto regalatami due anni prima - sempre da Ste - dopo il suo primo viaggio. Visitato il piccolo museo e la tomba vera e propria ci mettemmo in viaggio per il rientro. Solo che sulla Sierra, una volta scesa la notte, andammo completamente fuorigiri. E ancora ringrazio quella piccola donna che passava di lì per caso nella notte per averci indicato la direzione giusta a un bivio che, altrimenti, non so proprio dove ci avrebbe portati. Aveva ragione la nostra mama cubana.

Bandiera e il CheQuella del Che è una figura che unisce. Non posso che provare una sensazione di piacere se ripenso a tutte le volte che con Jorge, Sergio e Swany abbiamo intonato l'intro della canzone di Carlos Puebla facendo l'imitazione degli strumenti con la bocca. Una delle giornate più divertenti fu a Guanabo, immersi nell'acqua dell'Oceano fino al collo. Una bellissima poesia dedicata al Che fino a poco tempo fa era appesa sulla parete della mia stanza. Me la regalò Arianna, dopo una serata passata alla festa di Liberazione alla Mole Adriana, tra medie chiare, libri e collanine. Un ultimo ricordo che mi viene in mente legato al Comandante è legato ai bellissimi cartelloni propagandistici che ti accompagnano lungo le strade dissestate della Isla. Il mio preferito recita: tu ejemplo vive, tus ideas perduran.


***

[Il Che di Stefano Havana]

 

Io Che Guevara lo conosco come conosco Maradona.
Riflesso negli occhi degli altri. E' così che lo conosco.

Va bene, Maradona è un prodotto della mia generazione, tutto sommato, mentre Che Guevara non lo è, però entrambi li ho conosciuti così. Perché l'unica volta che andai allo stadio a vedere Maradona giocare ero troppo basso per arrivare a vedere e perciò, per tutta la partita, guardai le giocate di Diego riflesse, fisicamente, negli occhi sgranati di chi mi stava vicino, nei salti, nelle mani sulla faccia, nei cori, nei maronn. Così io posso dire, senza ombra di alcun dubbio, che Maradona grandissimo fu, perché grandissima è qualsiasi cosa, nel bene e nel male, che riesca a far scintillare a tal punto le creature più spente tra tutte quelle esistenti, vale a dire gli esseri umani.

Caserma Moncada, Santiago de CubaPer Che Guevara andò più o meno allo stesso modo, a parte il fatto che ero già adulto. Ci trovavamo su un pullmino turistico, Andy Capp, Davide ed io - era la nostra prima volta a Cuba insieme (io c'ero già stato l'anno precedente e sempre insieme saremmo tornati l'anno successivo) - stavamo andando a visitare una spiaggia di Varadero che ci avevano consigliato e la guida, che ci toccava obbligatoriamente sorbirci, era una simpatica signora sui cinquanta, grassottella e amabilissima. Sedeva davanti a noi, ci guardava spesso, ci chiamava per nome e ci spiegava tantissime cose: dalla Havana a Varadero sono circa due ore di viaggio, perché le strade sono quelle che sono, e perciò la nostra guida ebbe tutto il tempo di parlarci a fondo, fino a che non iniziò ad aprirsi di più e a dirci  della sua giovinezza, delle cose che faceva, della scuola.

Fu allora, quando pronunciò la parola "scuola" che dietro i suoi occhi si mosse qualcosa, come quando si lancia un sasso in una pozzanghera immobile. Le froge del naso si allargarono impercettibilmente e un secondo dopo quella che avevamo davanti non era più una guida turistica pagata dallo Stato, in divisa e capelli raccolti, ma una cosa diversa, un oggetto commosso e pieno di un ricordo ingombrante fino alla testa.

Cominciò a dirci che da piccola, un bel giorno, alla scuola della Havana arrivarono Fidel e il Che. Fidel era un uomo tutto d'un pezzo, ci disse: si vede che non aveva ancora perso di vista il buonsenso e, in generale, mi sa tanto che non indossava ancora una tuta dell'adidas dalla mattina alla sera. Comunque sia arrivarono questi due, in alta uniforme, e tutti i bambini furono fatti uscire dalle aule e radunati in cortile. Io, che conosco Cuba e i cubani, m'immagino che razza di fanfara avranno istituito quel giorno: chissà come risaltavano al sole le severissime divise dei bimbi. Comunque, ci disse la nostra guida, fu un momento di grande emozione per tutti: allora non era come adesso, allora tutte le persone viventi su quel meraviglioso pezzo di terra caldo erano dalla parte di Fidel. Applausi, canti. Verso la fine della cerimonia, il Che passò a salutare i bambini. Lei, la nostra guida, se lo vide arrivare vicino con la sua camminata abituata a ben altri, più ripidi, declivi e gli scarponi militari.

Santa Clara, il Che vive
[La mia prima visita a Santa Clara, al mausoleo del Che, nel 2004]

A quel punto si fermò proprio davanti alla fila di ragazzini dove stava anche lei e si piegò sulle ginocchia: prese le mani della nostra guida, le stesse mani che sul pulmino si contorcevano come vermi da esca, e le posò un bacio sulla guancia.

La guida ci raccontò pure che lei, a quell'età, sapeva solo di rimando chi fosse Che Guevara: avrei voluto spiegarle che capivo, che anche io conoscevo un grande argentino nello stesso non-modo, ma decisi di tacere. Una volta a casa, la bimba raccontò tutto a sua madre, solo che dalla descrizione della creatura, ancora non avvezza a spiegare agli altri le cose, come avrebbe fatto per professione tutta la vita, da quelle parole non si capì bene chi fosse chi. Due signori barbuti in divisa, erano, nient'altro per lei, quei due giganteschi uomini che a costo della loro vita stessa, e di molte altre, avevano fatto per Cuba e per la sete di libertà nel mondo più di chiunque altro avrebbe mai più osato.

Due signori barbuti in divisa. Allora la madre della guida, ci disse lei, le domandò gentilmente, forse calando sulle ginocchia proprio come aveva fatto il Che quella mattina: "Com'era la sua voce?". Al che, rispose la bimba: "Strana, sembrava straniero". Bingo, quell'uomo era Che Guevara, l'argentino, il forestiero.

Come ho già scritto, conosco Cuba e conosco i cubani.
E conosco il risentimento che la maggior parte di loro può provare verso Fidel Castro.

Con altrettanta certezza so che quello che per noi è ormai poco più di una griffe di moda stampata sulle magliette, per loro, per i cubani, è ancora, realmente, un motivo di inesauribile amore. I cubani amano il Che. Lo amano sul serio, in barba a quella che è diventata la Rivoluzione (fango e coriandoli): i giovani cubani, gli stessi che vogliono scappare da Cuba tutti i giorni della loro vita, amano il Che, lavorano a progetti culturali che contribuiscano a farne rivivere l'immagine al di là delle mode, scrivono libri, creano brochure, affollano le librerie. Chiunque nascerà, a Cuba, avrà in seno il destino di disprezzare Fidel Castro e di amare Che Guevara, l'uomo che senza chiedere niente in cambio aiutò Cuba.

Angolo cubano nella mia camera
[L'angolo cubano nella mia camera. Costruito negli anni di viaggi ]

Quando dalle parti del porto, alla Havana, nella cafeteria del Museo del Rum, incrociammo un'orchestrina dal vivo e ci fermammo a sentirla, seduti al rovescio sulle sedie, bevendo ron collins, inevitabilmente chiedemmo loro di suonarci e cantarci "Hasta Siempre Comandante", la poesia musicata di Carlos Puebla. Mi ricordo, glielo chiesi al cantante io stesso dopo una sorsata abbondante. Quello che vorrei essere capace di dire, adesso, con le parole, quello che vorrei fare arrivare a VOI che leggete, e che non c'eravate, è l'emozione con cui LORO, per primi, suonarono quella canzone. Erano tre ultra ottantenni, neri, rugosi e magri, con delle mani che tradivano il lavoro duro e gli occhi spenti dalle cateratte, erano vecchi che avevano già da un bel pezzo chiuso con le utopie proto-rivoluzionarie.

Ci suonarono e ci cantarono quella canzone e ogni volta che arrivavano alla strofa che dice, lentissimamente, "Hasta siempre, comandante", chiudevano gli occhi e, proprio come quella guida turistica nel pullmino, diventavano qualcosa di diverso.

Ma non sono capace di dirvelo come si deve.
E, comunque, voi non vi fidereste.

Davanti al Museo del RonVorrei essere in grado di farvi arrivare l'emozione che provai quando, girandomi verso Andy Capp e Davide - io ero seduto più avanti, il locale era quasi deserto, me lo ricordo benissimo - vidi loro, fissi, con gli occhi di vetro, immobili, e con più niente dentro delle persone che erano state fino a cinque minuti prima. Vorrei essere capace, ma l'unica testimonianza che ho di tutta quell'emozione è una non-testimonianza, ovvero il fatto che di quel momento, di quei tre suonatori vecchissimi, di quella canzone, io non ho nemmeno una foto, nonostante avessi in mano la macchina fotografica. Quest'assenza, questo buco, unico buco di quella vacanza, e di tutte le altre, voglia significare qualcosa per voi come lo significa per me.

Voglia Ernesto Che Guevara riposare in pace. Sono felice che sia esistito un essere umano come lui.