venerdì, 30 novembre 2007
Tacere
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana
Oggi volevo scrivere tutta una cosa. Ma, come vedrete, non l'ho scritta più. Dopo aver visto lo Spettacolo di Roberto Benigni in televisione ieri sera ho capito che tanto meglio, per me, sarebbe stato tacere.
Taccio difatti, ché quando un altro riesce a dire, in due ore di monologo, TUTTO (tutto) allora non serve dire una sillaba di più. Ecco perché taccio: taccio perché ogni volta che sento Benigni parlare ANCHE della Divina Commedia io subito dopo taccio. (vi inviterei a studiare, prima, un testo di Benigni, a riflettere, per capire come riesca a ficcarci dentro determinate cose - per esempio Berlusconi, Storace, Dante e l'Amore, ma anche il Mostro, la figa, il qui pro quo e la vita di coppia, oppure la mafia, il traffico, il doppio senso e la sofferenza della solitudine, o ancora il nazismo, la famiglia, la speranza e la purissima comicità - senza che lo spettatore si accorga minimamente del cambiamento: è un po' come se voi, bendati, foste condotti dentro un trattore e poi dentro una limousine, e poi ancora dentro un trattore e infine ancora dentro una limousine e, alla fine dell'esperimento, sbendati, non riusciste a dire quando sono avvenuti i trasferimenti, perché per voi il viaggio è stato sempre confortante alla stessa maniera)
Taccio, dicevo, ogni volta che lo sento parlare di Divina Commedia, quindi abbastanza spesso. Taccio perché nell'incanto che riesce lui a creare argomentando di Dante s'infrangono tutte le speranze mie d'essere un uomo degno: un uomo degno veramente, mi domando, come poteva, a scuola, nelle ore di italiano, sbadigliare durante la lettura della Divina Commedia come io facevo? A scuola, odiavo la Divina Commedia: credevo fosse vomito e non posso, non posso più, dare sempre e comunque la colpa al professore asettico di turno. Una persona destinata ad essere brillante davvero nella propria esistenza, s'accorgerebbe dell'incanto nascosto in quel testo, pure se il professore asettico di turno lo sta rendendo abominevole. Temo, pertanto, di non essere io quell'uomo. E taccio. Mi dico: ecco qua quello che sono, solo un coglione come altri, destinato ad accorgersi, come tutti fanno, delle meraviglia delle cose soltanto quando non c'è più tempo, quando l'attimo è fuggito, quando l'ascensore è arrivato al piano, quando s'è freddato il piatto.
Allora sapete che vi dico? Taccio.
Lo ammetto, avrei voluto tacere molto di più di così: a occhio e croce già staremo sulle 100 parole e il significante tacere dovrebbe avere un significato diverso da "100 parole". Ma mi sono lasciato prendere la mano: così succede sempre quando scopro, m'accorgo, percepisco l'enorme passione di una persona per una qualsiasi cosa. Nello specifico la passione di Benigni, vera, autentica, indiscutibile, non strumentalizzabile, per la Divina Commedia, ma, in generale la passione di chiunque di noi verso qualsiasi cosa.
Mi piace incantarmi della passione altrui e mi piace appassionarmi delle passioni che non sono le mie. Qualsiasi esse siano: una volta rimasi ad ascoltare un tizio parlare di bicchieri ed è da quel giorno che sto cercando gli stessi bicchieri. A forza di conoscere barman mi sono appassionato di cocktail e non c'è una sera in cui non ne mando a casa ubriaco uno. Non penso di avere una passione mia: non ho scoperto ex abrupto nessuna cosa. Ho lasciato che l'incanto di chi già aveva scoperto, scoprisse me. Non esiste uno scrittore che io abbia scoperto: di chiunque io abbia letto una riga, quello lì è di sicuro uno scrittore di cui qualcuno m'ha argomentato con passione.
Se voialtri sapeste quanto io DETESTASSI il pugilato fino a tre anni fa e se voi sapeste quanto adesso lo ami e quanto praticarlo mi incanti: avreste dovuto vedere la mia faccia mentre, al tempo, fui condotto nella mia prima palestra di boxe dall'amico Andrea (il Granduca, un altro che non sento e non vedo colpevolmente da troppo tempo). Era la faccia di uno che sta per mettersi in bocca un cucchiaino di merda: tanta era la convinzione che, qualunque cosa mi avessero detto, fosse anche uscita dalla bocca di Mohammed Alì del cazzo, pure in quel caso mai mi sarei fatto persuadere che il pugilato fosse cosa buona per me, anzi cosa buona in assoluto. Guardatemi ora: le mani non le posso quasi più usare, ho le nocche perennemente consumate, vado a tutti gli incontri, ed è di sicuro lo sport che ho praticato con maggiore costanza.
Ma non l'ho scoperto mica io, il pugilato: mi ci hanno condotto a forza di dirmi che cosa stupenda era. M'hanno insegnato ad amarlo. Restare incantato da una cosa che ha già incantato un altro è un riassunto di quello che ci rimane da fare in vita. Credo sia per questo che, a differenza di altri, non provo alcuna gelosia nei confronti delle mie cose: stravedo perché le usino anche gli altri. Sono fiero che quasi tutti i miei amici siano amici fra loro indipendentemente da me: io li ho presentati l'uno all'altro e poi hanno fatto tutto da soli. Oggi escono, si telefonano, vanno a cena anche se io non sono presente: in certi casi, perfino, si fidanzano e scattano fotografie a Barcellona con quell'aria lì. E' come dire: senti un po', conosco delle persone magnifiche, vuoi venire? Esiste la factory del dissenso ed esiste la factory dell'amore.
Ma taccio, taccio.
Oggi sarebbe giusto tacere: il genio dentro la persona normale mi sconquassa sempre. Perché è così che dovrebbe essere: uno guarda Benigni e si sente minuscolo. Dice: ok, da oggi in poi cambierò la mia vita. Poi gli basta passare di stanza per assimilare tutto e mettersi a guardare Dexter. (cazzo me lo sono perso per scrivere questa roba. E dire che volevo tacere). Dexter è la via, la salvezza: cose così. La consapevolezza che la vita è foie gras e cicorietta ripassata, Benigni e Dexter, Wagner e Vasco Rossi, Gattuso e Baggio, Audrey Hepburn e Sora Lella. E la consapevolezza che pure l'amore è una cosa che ci viene tramandata: perfino quello non saremmo capaci di provarlo se qualcuno abbastanza appassionato non ci avesse, in qualche modo, insegnato la goduria che si può provare nell'amore: i nostri genitori, di solito, mamma e papà. Sono loro che ci tramandano colore degli occhi e istinto d'amore. Siamo al 100% fatti di una sostanza che ci è stata inoculata: non ho nessun filtro nei confronti della passione che riesco a provare verso qualsiasi cosa. Ci salto dentro a piedi uniti come dentro a una pozzanghera: gli schizzi che produco sono le cose che posso fare per voi. Visto così, il mondo sarebbe geniale: tutta questa gente che salta dentro le pozzanghere delle proprie passioni e nessuno che cerca di evitare gli schizzi.
Ma taccio, taccio.
Davvero, adesso. Parlate voi. Delle vostre passioni. Delle passioni che vi hanno insegnato. Io vado a dormire. (se una cosa c'è di cui nessuno mai di chi mi sta intorno s'appassionerà grazie a me, questa cosa è il sonno)
Taccio difatti, ché quando un altro riesce a dire, in due ore di monologo, TUTTO (tutto) allora non serve dire una sillaba di più. Ecco perché taccio: taccio perché ogni volta che sento Benigni parlare ANCHE della Divina Commedia io subito dopo taccio. (vi inviterei a studiare, prima, un testo di Benigni, a riflettere, per capire come riesca a ficcarci dentro determinate cose - per esempio Berlusconi, Storace, Dante e l'Amore, ma anche il Mostro, la figa, il qui pro quo e la vita di coppia, oppure la mafia, il traffico, il doppio senso e la sofferenza della solitudine, o ancora il nazismo, la famiglia, la speranza e la purissima comicità - senza che lo spettatore si accorga minimamente del cambiamento: è un po' come se voi, bendati, foste condotti dentro un trattore e poi dentro una limousine, e poi ancora dentro un trattore e infine ancora dentro una limousine e, alla fine dell'esperimento, sbendati, non riusciste a dire quando sono avvenuti i trasferimenti, perché per voi il viaggio è stato sempre confortante alla stessa maniera)
Taccio, dicevo, ogni volta che lo sento parlare di Divina Commedia, quindi abbastanza spesso. Taccio perché nell'incanto che riesce lui a creare argomentando di Dante s'infrangono tutte le speranze mie d'essere un uomo degno: un uomo degno veramente, mi domando, come poteva, a scuola, nelle ore di italiano, sbadigliare durante la lettura della Divina Commedia come io facevo? A scuola, odiavo la Divina Commedia: credevo fosse vomito e non posso, non posso più, dare sempre e comunque la colpa al professore asettico di turno. Una persona destinata ad essere brillante davvero nella propria esistenza, s'accorgerebbe dell'incanto nascosto in quel testo, pure se il professore asettico di turno lo sta rendendo abominevole. Temo, pertanto, di non essere io quell'uomo. E taccio. Mi dico: ecco qua quello che sono, solo un coglione come altri, destinato ad accorgersi, come tutti fanno, delle meraviglia delle cose soltanto quando non c'è più tempo, quando l'attimo è fuggito, quando l'ascensore è arrivato al piano, quando s'è freddato il piatto.
Allora sapete che vi dico? Taccio.
Lo ammetto, avrei voluto tacere molto di più di così: a occhio e croce già staremo sulle 100 parole e il significante tacere dovrebbe avere un significato diverso da "100 parole". Ma mi sono lasciato prendere la mano: così succede sempre quando scopro, m'accorgo, percepisco l'enorme passione di una persona per una qualsiasi cosa. Nello specifico la passione di Benigni, vera, autentica, indiscutibile, non strumentalizzabile, per la Divina Commedia, ma, in generale la passione di chiunque di noi verso qualsiasi cosa.
Mi piace incantarmi della passione altrui e mi piace appassionarmi delle passioni che non sono le mie. Qualsiasi esse siano: una volta rimasi ad ascoltare un tizio parlare di bicchieri ed è da quel giorno che sto cercando gli stessi bicchieri. A forza di conoscere barman mi sono appassionato di cocktail e non c'è una sera in cui non ne mando a casa ubriaco uno. Non penso di avere una passione mia: non ho scoperto ex abrupto nessuna cosa. Ho lasciato che l'incanto di chi già aveva scoperto, scoprisse me. Non esiste uno scrittore che io abbia scoperto: di chiunque io abbia letto una riga, quello lì è di sicuro uno scrittore di cui qualcuno m'ha argomentato con passione.
Se voialtri sapeste quanto io DETESTASSI il pugilato fino a tre anni fa e se voi sapeste quanto adesso lo ami e quanto praticarlo mi incanti: avreste dovuto vedere la mia faccia mentre, al tempo, fui condotto nella mia prima palestra di boxe dall'amico Andrea (il Granduca, un altro che non sento e non vedo colpevolmente da troppo tempo). Era la faccia di uno che sta per mettersi in bocca un cucchiaino di merda: tanta era la convinzione che, qualunque cosa mi avessero detto, fosse anche uscita dalla bocca di Mohammed Alì del cazzo, pure in quel caso mai mi sarei fatto persuadere che il pugilato fosse cosa buona per me, anzi cosa buona in assoluto. Guardatemi ora: le mani non le posso quasi più usare, ho le nocche perennemente consumate, vado a tutti gli incontri, ed è di sicuro lo sport che ho praticato con maggiore costanza.
Ma non l'ho scoperto mica io, il pugilato: mi ci hanno condotto a forza di dirmi che cosa stupenda era. M'hanno insegnato ad amarlo. Restare incantato da una cosa che ha già incantato un altro è un riassunto di quello che ci rimane da fare in vita. Credo sia per questo che, a differenza di altri, non provo alcuna gelosia nei confronti delle mie cose: stravedo perché le usino anche gli altri. Sono fiero che quasi tutti i miei amici siano amici fra loro indipendentemente da me: io li ho presentati l'uno all'altro e poi hanno fatto tutto da soli. Oggi escono, si telefonano, vanno a cena anche se io non sono presente: in certi casi, perfino, si fidanzano e scattano fotografie a Barcellona con quell'aria lì. E' come dire: senti un po', conosco delle persone magnifiche, vuoi venire? Esiste la factory del dissenso ed esiste la factory dell'amore.
Ma taccio, taccio.
Oggi sarebbe giusto tacere: il genio dentro la persona normale mi sconquassa sempre. Perché è così che dovrebbe essere: uno guarda Benigni e si sente minuscolo. Dice: ok, da oggi in poi cambierò la mia vita. Poi gli basta passare di stanza per assimilare tutto e mettersi a guardare Dexter. (cazzo me lo sono perso per scrivere questa roba. E dire che volevo tacere). Dexter è la via, la salvezza: cose così. La consapevolezza che la vita è foie gras e cicorietta ripassata, Benigni e Dexter, Wagner e Vasco Rossi, Gattuso e Baggio, Audrey Hepburn e Sora Lella. E la consapevolezza che pure l'amore è una cosa che ci viene tramandata: perfino quello non saremmo capaci di provarlo se qualcuno abbastanza appassionato non ci avesse, in qualche modo, insegnato la goduria che si può provare nell'amore: i nostri genitori, di solito, mamma e papà. Sono loro che ci tramandano colore degli occhi e istinto d'amore. Siamo al 100% fatti di una sostanza che ci è stata inoculata: non ho nessun filtro nei confronti della passione che riesco a provare verso qualsiasi cosa. Ci salto dentro a piedi uniti come dentro a una pozzanghera: gli schizzi che produco sono le cose che posso fare per voi. Visto così, il mondo sarebbe geniale: tutta questa gente che salta dentro le pozzanghere delle proprie passioni e nessuno che cerca di evitare gli schizzi.
Ma taccio, taccio.
Davvero, adesso. Parlate voi. Delle vostre passioni. Delle passioni che vi hanno insegnato. Io vado a dormire. (se una cosa c'è di cui nessuno mai di chi mi sta intorno s'appassionerà grazie a me, questa cosa è il sonno)





