lunedì, 14 gennaio 2008

Tu sei morto. Forse muoio anch'io
Categoria:le grandi domande, scritto da giggimassi


Sta accadendo nelle ultime settimane qualcosa di inusuale per il nostro paese. Un piccolo giornale ha deciso di istigare i suoi lettori - e tutti quanti gli altri-, al pensiero. Istigare è la parola più adatta, in un paese che ormai schifa ogni forma di pensiero nobile, di pensiero problematico. Che ama la pappa pronta e aspetta sempre qualcuno che gli dica cosa pensare, di volta in volta.

E' successo che un quotidiano, Il Foglio, ha rilanciato con forza il dibattito sull'aborto. E' successo che il suo direttore, Giuliano Ferrara, sta proponendo una campagna d'informazione per una moratoria sull'aborto, un po' come quella per la pena di morte recentemente approvata dall'Onu.

Make love, not abortion. Questo lo slogan che fa maliziosamente il verso a quello del '68. Fate l'amore, non l'aborto.

Stanno aderendo in tanti, cattolici e laici. Papa Ratzinger non ha fatto mancare il suo sostegno. E ciò che più importa, s'intravedono spazi politici di sapore anche trasversale per modificare, almeno in alcuni punti, la legge 194.

Tuttavia la grande stampa, i grandi salotti radical chic, i soloni del pensiero positivista, così come molta gente comune, sembrano distratti. Decenni di ottuso laicismo e di l'utero è mio e lo gestisco io, han fatto sì che ragionare, oggi, di diritto alla vita, appaia come una battaglia di retroguardia. Una roba da intellettuali, se non da reazionari veri e propri. Invece no: riguarda tutti noi. Tutti VOI.

Certo, sarebbe sbagliato considerarla - un po' come si fece all'epoca del celebre referendum - solo una piccola battaglia di casa nostra. Sì/No, Pro/Contro. Quella per cui vale la pena combattere, secondo Ferrara, è "una grande battaglia di diritto e di cultura contro la pratica dell'aborto di massa". Ci sono paesi asiatici in cui l'interruzione di gravidanza è strumento di controllo delle nascite, pianificato dallo Stato e imposto, di fatto, alle donne. Sta qui l'orrore. Sta nel rifiutarsi di comprendere che così come ci si schiera contro la pena di morte, altrettanto si deve lottare per la vita. E la scienza dice ormai con chiari argomenti che anche prima della 22esima settimana, quella è VITA. Dipendente e in simbiosi con un altro corpo, ma VITA cosciente. Vita già diversa dalla nostra, Vita il cui futuro, noi, ci arroghiamo il diritto di fermare.

Chiunque abbia avuto sotto gli occhi la prima ecografia di suo figlio/a, sa bene di cosa sto parlando, non ha bisogno né della Scienza né della Chiesa. E comunque è chiaro che siamo di fronte a un problema di coscienza troppo grande per non riguardare tutti gli esseri pensanti di questo Pianeta.

Cento milioni o duecento o trecento, o chissà quanti, di VITE stroncate ogni anno. L'aborto, che ci piaccia o no, è un crimine sotto il profilo morale, tanto è vero che ci dà fastidio persino chiamarlo col suo vero nome (non per niente abbiamo inventato un eufemismo orribilmente asettico: interruzione volontaria di gravidanza).
 
La forza dell'iniziativa di Ferrara sta proprio nel suo provenire da un laico - un laicissimo - che si lascia stupire dal mistero della vita. Nell'ottica cristiana, dal mistero della vita che da Dio emana, e a Dio, prima o poi, torna.

Ferrara ha citato il suo caso personale, di una donna da lui amata che scelse l'aborto, rassicurata da una famiglia della sinistra borghese che non si curò della cosa più di tanto. Ha rafforzato la sua campagna con l'iniziativa simbolica del digiuno (o dieta liquida, che dirsi voglia). Trovo piuttosto coraggiosa la scelta di parlarne pubblicamente, e tutto da rispettare il rimorso che Giulianone dice di provare per aver negato la vita "a una persona che ora potrebbe avere 25 anni".

E' lo stesso rimorso che insegue le donne, per prime, anche quelle pienamente coscienti dell'aborto. Come sottolinea il regista Pupi Avati:

io non dò colpe alle donne, io le amo, so che sono loro, insieme al figlio, le prime vittime dell'aborto: e se invece l'avessi lasciato nascere? E' la domanda che resta loro addosso per sempre; e allora aiutiamole a farli nascere, aiutiamole a non disperare, almeno accertiamoci che nei consultori lavorino persone con vocazione alla vita, dimostriamo che teniamo a loro e ai loro figli, che sono anche nostri".

Mi fa paura questa società che da risposte superficiali a domande fondamentali. Che ha mercificato l'eros. Che banalizza il sesso. Fai pure come vuoi, tanto c'è la pillolina. Mi ha stupito positivamente, sere fa, sentire Benigni ricordare, in una delle sue prolusioni ai canti dell'Inferno, che gli organi della riproduzione, Dio li ha messi bene in vista, al centro del corpo dell'uomo e della donna, perché quella di procreare è funzione primaria, che ci rende simili a Dio. Chi si prende ormai più la responsabilità di insegnare queste cose ai nostri figli? Meglio dir loro: tanto c'è l'aborto.

Al di là degli schieramenti, che sempre ci saranno, vorrei che si ragionasse meglio, soprattutto nella nostra generazione e in quella che segue, di cosa sia l'aborto.

Vorrei dire ai nostri adolescenti che in Francia, ad esempio, l'uso dei profilattici e le pillole antiabortive, non hanno minimamente diminuito il numero degli aborti effettuati in trent'anni.

Vorrei dire ai nostri ragazzi che non diventa automaticamente GIUSTO, solo perché è LEGALE. Sono legali tante cose stupide. Il Potere fa spesso cose stupide, perché le deve adattare al gusto delle masse, che è generalmente mediocre. Ma l'intelligenza e il cuore e la ragione di ognuno di noi possono volare più alto, molto più alto della stupidità del Potere. 

Vorrei invitare i nostri ragazzi a leggere
Lettera a un bambino mai nato della Fallaci. Ho rubato da lì le parole che danno il titolo al post. Oriana chiudeva quel libro così:

Ma non conta. Perchè la vita non muore.

[Qui sotto il .pdf del Foglio di qualche giorno fa, con la bella lettera di Ritanna Armeni, anche lei passata per l'esperienza dell'aborto, e la risposta di Ferrara. C'è da imparare da entrambi].

ilfoglio