venerdì, 28 marzo 2008
1 milione e 100mila passi.
Categoria:cammino, quotidianismi, scritto da stefano havana
Da una settimana vivo con una cartina geografica stesa sulla scrivania. Prima era liscia, sembrava un lenzuolo appena adagiato su un letto rifatto; bisognava sempre metterci le mani sopra per tenerla spalancata perché tendeva a richiudersi, abituata com'era ad essere rannicchiata sullo scaffale dei libri. Adesso ha preso le piegature dell'abitudine e resta aperta perfettamente secondo le mie esigenze: non scappa ai miei occhi, ferma rimane come a un oggetto inanimato si addice.
E' una cartina geografica della Spagna, in particolare del Nord della Spagna, da est a ovest fino alla regione della Galizia: ci sono dei segni sopra, leggeri come quelli del fard sulle palpebre di una dodicenne. Sono segni esitanti che soffrono ancora dell'indecisione, dell'inesperienza, sono i segni cauti del viaggiatore che ancora deve caricarsi lo zaino sulle spalle, sono i segni timorosi di chi sta ancora decidendo cosa portarsi dietro e perché. Sono i fiati profondi che si tirano prima di un salto, prima di un tuffo, prima di un amore di quelli. C'è tutta la paura di sbagliare in questi segni leggeri, negli appunti sui fogli di carta che si infilano nelle fessure, nelle carte stampate da Internet e poi appallottolate, negli sms scritti - "ho deciso, è fatta" - e poi cancellati, anche loro abortiti, in attesa di un ennesimo segnale, come se non bastassero quelli già ricevuti.
E' da tempo che qualcosa mi chiama altrove, non ad una vacanza, ma altrove: è un'esigenza profonda di strappo.
Ho sognato ch'ero su una spiaggia e con un bastone tracciavo una linea di demarcazione nella sabbia: davanti c'era il tramonto, dietro chissà. Neanche il rumore del mare si udiva nel sogno, perché il mare non c'era, a stento esistevo io. Mi sono svegliato dal sogno e ho steso la cartina geografica sulla mia scrivania: anche in questa cartina, come nel sogno, il mare appena si scorge. E' tutto spostato a sinistra, si chiama Oceano e, per una volta non mi interessa. Non uscirò a vedere l'Oceano stavolta, non sentirò gli strilli dei gabbiani lassù, non guarderò le onde montare e sfaldarsi. Non andrò a cercare il bello in questo viaggio che per adesso dorme, mezzo ammazzato, ancora da far rinvenire, sul legno della mia scrivania di marca svedese.
Cercherò la fatica, cercherò l'opposto della comodità, senza esagerare, ché non ce l'ho ancora a tal punto il coraggio e questo viaggio, ho deciso, dovrà essere soprattutto verosimile, fattibile, concreto: mica me l'ha ordinato il dottore. Questo viaggio, steso sulla mia scrivania, quando si sarà sollevato mi dovrà insegnare a capire quello che posso e quello che non posso. Questo viaggio sarà la linea di demarcazione sulla sabbia.
La partenza, al momento, ma si sa come funzionano le cose quando i segni sono ancora indecisi, leggeri, basta un poco di vento per cambiare direzione, la partenza è prevista per il 3 settembre. Ritorno il 1 ottobre. Mi voglio fare il cammino di Santiago di Compostela in solitaria. A una media di 4 km/h dovrebbero essere circa 200 ore di marcia, per un totale, approssimativo s'intende, di 1 milione e 100mila passi: 775 i chilometri da S. Jean Pied de Port (Francia) a Santiago.
Perché?
Perché sento di avere 1 milione e 100mila circa di calci in culo da dare a cose, sensazioni, ricordi, persone, rimpianti. Perché sento che voglio stare veramente da solo: non intendo portare con me cellulare o libri. Perché sento che è meglio della droga, in fin dei conti. Perché adoro camminare, soprattutto. Perché voglio vedere che faccia farà la gente, che per 800 km avrà inseguito iddio, quando si ritroverà di fronte solo una cattedrale di pietra consumata dal vento. Perché voglio marciare per 200 ore effettive senza dare i resti a nessuno. Perché voglio scrivere a mano. Perché voglio insultarmi fisicamente e mentalmente. Perché non voglio coccole e vezzi per un po'. Perché voglio imparare a dormire in ostelli insieme alla gente, all'acido lattico e i colpi di tosse sconosciuti. Perché voglio alzarmi alle sei e mezzo del mattino e muovere i primi passi quando fuori è ancora buio e fresco e ci sono le stelle e i muscoli faticano a guizzare. Perché voglio portare a compimento una cosa, almeno UNA cosa di cui possa vedere e constatare immediatamente gli effetti, le conseguenze, le reazioni, senza aspettare che gli altri, che il destino, che il futuro, che 'sto cazzo, si pronuncino per me. Perché mi voglio stimolare con la cosa che più mi piace: la scoperta della novità. Perché ho intenzione di cambiare qualcosa della mia vita nei prossimi mesi e allora voglio potermi dire, quando sarà il momento, ricordandomi del cammino e del culo che mi sarò fatto, che sì, il coraggio è qualcosa su cui posso fare effettivamente affidamento. (al momento mi considero un codardo e pigro cialtrone) Perché voglio rimorchiarmi una galiziana con un bel sorriso, i capelli scuri e il piercing al naso. (Ho come l'impressione che le ragazze con un bel sorriso, i capelli scuri e il piercing al naso mi siano, come dire, galizia o non galizia, rimaste qua per ragioni varie) Perché voglio fare i conti col maltempo e col fango. Perché voglio girare un angolo e vedere l'arrivo. Perché voglio correre una di quelle gare che piacciono a me, dove non esiste distinzione tra il primo arrivato e l'ultimo. Perché voglio dimostrare a me stesso che un'altra vita è possibile. Perché "un passo alla volta" è precisamente la filosofia di quella che io considero legittimo chiamare "esistenza". Perché voglio partire con tre mutande e quattro magliette e guardarle asciugarsi su un filo al vento del nordest. Perché il ponte che piace a me è quello che si deve ancora formare davanti ai propri piedi, non quello che crolla alle spalle come nei film di Indiana Jones. Perché voglio scavalcare a piedi i Pirenei, perché per 30 giorni non voglio pensare ai capelli, alla barba, al colletto della camicia, alla cacca, alla masturbazione. Perché casa mia deve pesare massimo 11 chili (circa un sesto del peso corporeo totale) e deve essere maneggevole abbastanza da essere caricata e scaricata dalle spalle senza strappi o contusioni. Perché mi piace la polvere. Perché settembre è un mese del cazzo. Perché voglio poter pensare a lungo senza preoccuparmi di andare a pranzo in orario. Perché mi piace l'idea di dover convivere con persone molto diverse da me. Perché la disuguaglianza mi ha sempre dato molto di più dell'uguaglianza, al punto che non ce la faccio più a sentire tutti questi politici ed esegeti del pensiero parlare sempre e comunque di uguaglianza, di unità: e vaffanculo all'unità, all'uguaglianza, lo faccio anche per questo, il viaggio, perché sono convinto che si stia molto meglio tra persone che sono all'opposto di ciò che siamo noi o di ciò che crediamo di essere noi. Perché non ne posso più di dover per forza trovare qualcosa da dire per non sembrare scontroso o di malumore.
I motivi, questi motivi, me ne rendo conto, già sono un compromesso, una rinuncia, anzi, una resa. Perché a confessare d'avere in testa un progetto del genere, la gente, c'è poco da fare, quella che ti conosce, ma anche quella che ne sa di meno, ti fissa come se avesse scorto un verme uscirti preciso preciso dall'orecchio sinistro e ti domanda PERCHE'? E allora tu ripiombi inevitabilmente dentro quello da cui stai cercando di fuggire: i perché, appunto, le spiegazioni, la razionalità, e questo è veramente arduo da digerire, in particolare per uno come me che, oltre ad avere la digestione lenta, è anche un deciso oppositore dei "perché". Giammai bisognerebbe domandarsi il "perché" delle cose che succedono e non è soltanto questo il punto. Il punto è un altro, avremo modo di parlarne quando anche io l'avrò messo nel mirino. Il punto, per ora, il mio perché, è che ho deciso di mettere 1 milione e 100mila passi tra me e le cose che non mi stanno bene. Oppure di avvicinarmi di 1 milione e 100mila passi a quelle che potrebbero piacermi maggiormente.
E' una cartina geografica della Spagna, in particolare del Nord della Spagna, da est a ovest fino alla regione della Galizia: ci sono dei segni sopra, leggeri come quelli del fard sulle palpebre di una dodicenne. Sono segni esitanti che soffrono ancora dell'indecisione, dell'inesperienza, sono i segni cauti del viaggiatore che ancora deve caricarsi lo zaino sulle spalle, sono i segni timorosi di chi sta ancora decidendo cosa portarsi dietro e perché. Sono i fiati profondi che si tirano prima di un salto, prima di un tuffo, prima di un amore di quelli. C'è tutta la paura di sbagliare in questi segni leggeri, negli appunti sui fogli di carta che si infilano nelle fessure, nelle carte stampate da Internet e poi appallottolate, negli sms scritti - "ho deciso, è fatta" - e poi cancellati, anche loro abortiti, in attesa di un ennesimo segnale, come se non bastassero quelli già ricevuti.
E' da tempo che qualcosa mi chiama altrove, non ad una vacanza, ma altrove: è un'esigenza profonda di strappo.
Ho sognato ch'ero su una spiaggia e con un bastone tracciavo una linea di demarcazione nella sabbia: davanti c'era il tramonto, dietro chissà. Neanche il rumore del mare si udiva nel sogno, perché il mare non c'era, a stento esistevo io. Mi sono svegliato dal sogno e ho steso la cartina geografica sulla mia scrivania: anche in questa cartina, come nel sogno, il mare appena si scorge. E' tutto spostato a sinistra, si chiama Oceano e, per una volta non mi interessa. Non uscirò a vedere l'Oceano stavolta, non sentirò gli strilli dei gabbiani lassù, non guarderò le onde montare e sfaldarsi. Non andrò a cercare il bello in questo viaggio che per adesso dorme, mezzo ammazzato, ancora da far rinvenire, sul legno della mia scrivania di marca svedese.
Cercherò la fatica, cercherò l'opposto della comodità, senza esagerare, ché non ce l'ho ancora a tal punto il coraggio e questo viaggio, ho deciso, dovrà essere soprattutto verosimile, fattibile, concreto: mica me l'ha ordinato il dottore. Questo viaggio, steso sulla mia scrivania, quando si sarà sollevato mi dovrà insegnare a capire quello che posso e quello che non posso. Questo viaggio sarà la linea di demarcazione sulla sabbia.
La partenza, al momento, ma si sa come funzionano le cose quando i segni sono ancora indecisi, leggeri, basta un poco di vento per cambiare direzione, la partenza è prevista per il 3 settembre. Ritorno il 1 ottobre. Mi voglio fare il cammino di Santiago di Compostela in solitaria. A una media di 4 km/h dovrebbero essere circa 200 ore di marcia, per un totale, approssimativo s'intende, di 1 milione e 100mila passi: 775 i chilometri da S. Jean Pied de Port (Francia) a Santiago.
Perché?
Perché sento di avere 1 milione e 100mila circa di calci in culo da dare a cose, sensazioni, ricordi, persone, rimpianti. Perché sento che voglio stare veramente da solo: non intendo portare con me cellulare o libri. Perché sento che è meglio della droga, in fin dei conti. Perché adoro camminare, soprattutto. Perché voglio vedere che faccia farà la gente, che per 800 km avrà inseguito iddio, quando si ritroverà di fronte solo una cattedrale di pietra consumata dal vento. Perché voglio marciare per 200 ore effettive senza dare i resti a nessuno. Perché voglio scrivere a mano. Perché voglio insultarmi fisicamente e mentalmente. Perché non voglio coccole e vezzi per un po'. Perché voglio imparare a dormire in ostelli insieme alla gente, all'acido lattico e i colpi di tosse sconosciuti. Perché voglio alzarmi alle sei e mezzo del mattino e muovere i primi passi quando fuori è ancora buio e fresco e ci sono le stelle e i muscoli faticano a guizzare. Perché voglio portare a compimento una cosa, almeno UNA cosa di cui possa vedere e constatare immediatamente gli effetti, le conseguenze, le reazioni, senza aspettare che gli altri, che il destino, che il futuro, che 'sto cazzo, si pronuncino per me. Perché mi voglio stimolare con la cosa che più mi piace: la scoperta della novità. Perché ho intenzione di cambiare qualcosa della mia vita nei prossimi mesi e allora voglio potermi dire, quando sarà il momento, ricordandomi del cammino e del culo che mi sarò fatto, che sì, il coraggio è qualcosa su cui posso fare effettivamente affidamento. (al momento mi considero un codardo e pigro cialtrone) Perché voglio rimorchiarmi una galiziana con un bel sorriso, i capelli scuri e il piercing al naso. (Ho come l'impressione che le ragazze con un bel sorriso, i capelli scuri e il piercing al naso mi siano, come dire, galizia o non galizia, rimaste qua per ragioni varie) Perché voglio fare i conti col maltempo e col fango. Perché voglio girare un angolo e vedere l'arrivo. Perché voglio correre una di quelle gare che piacciono a me, dove non esiste distinzione tra il primo arrivato e l'ultimo. Perché voglio dimostrare a me stesso che un'altra vita è possibile. Perché "un passo alla volta" è precisamente la filosofia di quella che io considero legittimo chiamare "esistenza". Perché voglio partire con tre mutande e quattro magliette e guardarle asciugarsi su un filo al vento del nordest. Perché il ponte che piace a me è quello che si deve ancora formare davanti ai propri piedi, non quello che crolla alle spalle come nei film di Indiana Jones. Perché voglio scavalcare a piedi i Pirenei, perché per 30 giorni non voglio pensare ai capelli, alla barba, al colletto della camicia, alla cacca, alla masturbazione. Perché casa mia deve pesare massimo 11 chili (circa un sesto del peso corporeo totale) e deve essere maneggevole abbastanza da essere caricata e scaricata dalle spalle senza strappi o contusioni. Perché mi piace la polvere. Perché settembre è un mese del cazzo. Perché voglio poter pensare a lungo senza preoccuparmi di andare a pranzo in orario. Perché mi piace l'idea di dover convivere con persone molto diverse da me. Perché la disuguaglianza mi ha sempre dato molto di più dell'uguaglianza, al punto che non ce la faccio più a sentire tutti questi politici ed esegeti del pensiero parlare sempre e comunque di uguaglianza, di unità: e vaffanculo all'unità, all'uguaglianza, lo faccio anche per questo, il viaggio, perché sono convinto che si stia molto meglio tra persone che sono all'opposto di ciò che siamo noi o di ciò che crediamo di essere noi. Perché non ne posso più di dover per forza trovare qualcosa da dire per non sembrare scontroso o di malumore.
I motivi, questi motivi, me ne rendo conto, già sono un compromesso, una rinuncia, anzi, una resa. Perché a confessare d'avere in testa un progetto del genere, la gente, c'è poco da fare, quella che ti conosce, ma anche quella che ne sa di meno, ti fissa come se avesse scorto un verme uscirti preciso preciso dall'orecchio sinistro e ti domanda PERCHE'? E allora tu ripiombi inevitabilmente dentro quello da cui stai cercando di fuggire: i perché, appunto, le spiegazioni, la razionalità, e questo è veramente arduo da digerire, in particolare per uno come me che, oltre ad avere la digestione lenta, è anche un deciso oppositore dei "perché". Giammai bisognerebbe domandarsi il "perché" delle cose che succedono e non è soltanto questo il punto. Il punto è un altro, avremo modo di parlarne quando anche io l'avrò messo nel mirino. Il punto, per ora, il mio perché, è che ho deciso di mettere 1 milione e 100mila passi tra me e le cose che non mi stanno bene. Oppure di avvicinarmi di 1 milione e 100mila passi a quelle che potrebbero piacermi maggiormente.





