giovedì, 03 aprile 2008
Professionisti del sociale.
Categoria:scritto da andrea, factory del dissenso
Lavoro da 14 anni in una Comunità per il recupero dei tossicodipendenti.
Da quando ho finito il "mio programma", mi è stata data la possibilità di entrare a far parte di una delle equipe che fino a poco tempo prima era stata "l'altra parte della barricata", e che con professionalità ed amore mi aveva aiutato a togliermi la "manca" da eroina, ritrovando quella serenità persa da anni. O mai avuta.
Non che il passaggio "utente - operatore" sia stato immediato.
Giustamente, per un periodo di tempo, ho lavorato in una di quelle cooperative di facchinaggio che esistevano all'epoca [!!?]. Poi, grazie ai miei coglioni e alla scuola serale, sono diventato educatore professionale, e a dirla, 'sta parola, mi pare di riempirmi la bocca. Educatore professionale. Sentitela come suona! Va bene, passiamo oltre. In 14 anni c'ho messo l'anima, il corpo e la salute.
Sono sempre stato epilettico.
Una forma tosta di epilessia che, sicuro, in strada non ho fatto che peggiorare.
Colpa mia: me ne sono sempre assunto tutte le responsabilità, come per il resto. Un'epilessia, dicevo, che in gergo viene chiamata farmaco resistente. Significa che la malattia riesce a resistere alla forza snervante dei farmaci. O in altri termini, significa che la scienza e il mercato continuano a lanciare prodottini meravigliosi di cui questa mia "amichetta" sistematicamente se ne fotte. Come fare, mi chiederete?
I medici provano, sperimentano, usano il mio corpo come cavia per tutta una serie di verifiche farmacologiche. (il più delle volte proposte loro dai rappresentanti delle ditte farmacologiche) Le cose vanno anche bene, tanto che le crisi, negli anni, da 3-4 alla settimana diventano una, massimo due al mese. Fino a sparire per lunghi periodi, per poi fare capolino di tanto in tanto, come a dire "Guarda che ci sono. Sono ancora qua!".
"E non lamentarti. Aspettale e affrontale come per fotterle."
Al lavoro tutti sanno.
Sopraggiunge la crisi, di cui non sono mai riuscito ad avvertire l'arrivo, cado a picco, mi si sistema disteso da una parte e non si fa che aspettare i cinque, sei minuti di convulsioni e i successivi 20 di perdita dei sensi. Collasso. Saluto alla vita. Morte apparente. Ma anche qui siamo fuori discorso. Parliamo di lavoro.
Aiutiamo i tossicodipendenti ad uscire da questa cazzo di storia.
Aiutiamo l'altro che in fondo l'altro siamo noi. Ma facciamo due conti che altrimenti ci perdiamo. Un tossicodipendente per entrare in comunità, passa per il Ser.t (servizio per le tossicodipendenze) e cioè le a.s.l. e quindi lo Stato, il quale dopo alcuni colloqui, e saggiata la volontà, inserisce il ragazzo in una qualche comunità del sociale privato.
Ancora un attimo di attenzione, perché questo è un discorso importante.
Inserire un ragazzo in comunità del sociale privato significa spendere a persona da parte dei Ser.t (e quindi dello stato), circa 50 euro al giorno. Dentro ci stanno vitto, alloggio, attività, interventi di qualche psicologo, educatori. Fate conto del problema dilaniante della droga, e vi ritroverete ad avere in mano un business. Volete un dato? L'azienda per cui lavoro, perché di azienda si tratta, è tra le più "grasse" del nord Italia e nel 2006 ha avuto un fatturato di 8 milioni di euro. Chiaro? 8 milioni di euro fatturati in un anno.
Ed è da questi 8 milioni di euro che parte la mia storia.
Se le regioni e quindi le a.s.l. non hanno soldi per far entrare i ragazzi in comunità, perché lo stato per problemi economici e questioni politiche taglia il "grosso" delle spese sociali, uno che ti fa delle crisi epilettiche, più che un dipendente diventa un peso. Una zavorra da eliminare, perché i costi vanno contenuti. Portati all'osso.
Nel frattempo le mie crisi iniziano nuovamente a battere duro.
Erano anni che non si manifestavano in questo modo. Due alla settimana. A volte tre. Molteplici e sconosciute le cause di una malattia per altro ancora così poco conosciuta. Ma l'azienda deve risparmiare, tagliare costi inutili, ed io inizio a diventare un peso.
Un dopo crisi è disarmante e faticoso. Non riesco a lavorare e devo per forza prendermi un paio di giorni di malattia. L'azienda inizia a storcere sempre più il naso. Vengo ricoverato in ospedale 14 giorni, mi viene sospesa la patente per 2 anni. (la patente viene sospesa automaticamente per 2 anni quando passi per 3 volte dal pronto soccorso con diagnosi di crisi epilettica) Nonostante ciò continuo a lavorare col massimo impegno, ma su tutto continuo ad avere la mia famiglia.
I miei figli non possono certo permettersi che papà loro non riesca a portare a casa il grano per mangiare, per farli andare a scuola, per dargli la possibilità di comprarsi qualche cazzo di sfizio. Chessò, un gioco della Play. Nonostante tutto la vita va avanti. Le spese ci sono.
Fino a quando mi chiamano in azienda per comunicarmi che dovrei almeno mettermi in malattia per tutti i 6 mesi a disposizione, che - dicono - "per lo meno paga l'INPS" (???). O licenziarmi, perché, detto schietto, sono di troppo. Che qui lo Stato paga sempre meno e se non produci ti tagliano dalla loro "agenda".
Il nostro è più che altro un lavoro emotivo, ed è ovvio che stare in mezzo ai ragazzi e caricarmi del peso delle loro storie - vista la malattia che m'è tornata indietro dura - non mi fa bene, per cui chiedo di essere inserito in un ufficio. Dalla mia ho un certificato medico e il fatto che so smanettare col Mac quanto col Pc. Che un buco per grazia ricevuta potrebbero anche trovarmelo, visti gli anni di lavoro prestati col massimo del sudore. Ma niente. Rifiuto di firmare un foglio su cui c'era scritto che nel giro di 2 mesi avrei tolto il disturbo. Viene anche usato un organo di stampa molto letto da queste parti per lamentare il fatto che uno che è stato tossicodipendente non può essere considerato professionista serio. E qui siamo al delirio: dirigenti di una Comunità per il recupero dei tossicodipendenti che, in un'intervista al giornale locale più letto, dicono candidamente che un ex tossicodipendente non potrà mai essere considerato professionista. Pazzesco.
Nel frattempo vengo inserito in una "sede" a fare niente, minacciato in continuazione di essere mandato a lavorare in una "filiale" a 60 km e 3 pullman (120 km e 6 pullman col ritorno) da casa mia.
Dimenticavo lo slogan che da sempre contraddistingue l'azienda: "professionisti del sociale".
Oggi sono in paternità facoltativa, in attesa di mandarli a cagare.
Fisicamente.
Da quando ho finito il "mio programma", mi è stata data la possibilità di entrare a far parte di una delle equipe che fino a poco tempo prima era stata "l'altra parte della barricata", e che con professionalità ed amore mi aveva aiutato a togliermi la "manca" da eroina, ritrovando quella serenità persa da anni. O mai avuta.
Non che il passaggio "utente - operatore" sia stato immediato.
Giustamente, per un periodo di tempo, ho lavorato in una di quelle cooperative di facchinaggio che esistevano all'epoca [!!?]. Poi, grazie ai miei coglioni e alla scuola serale, sono diventato educatore professionale, e a dirla, 'sta parola, mi pare di riempirmi la bocca. Educatore professionale. Sentitela come suona! Va bene, passiamo oltre. In 14 anni c'ho messo l'anima, il corpo e la salute.
Sono sempre stato epilettico.
Una forma tosta di epilessia che, sicuro, in strada non ho fatto che peggiorare.
Colpa mia: me ne sono sempre assunto tutte le responsabilità, come per il resto. Un'epilessia, dicevo, che in gergo viene chiamata farmaco resistente. Significa che la malattia riesce a resistere alla forza snervante dei farmaci. O in altri termini, significa che la scienza e il mercato continuano a lanciare prodottini meravigliosi di cui questa mia "amichetta" sistematicamente se ne fotte. Come fare, mi chiederete?
I medici provano, sperimentano, usano il mio corpo come cavia per tutta una serie di verifiche farmacologiche. (il più delle volte proposte loro dai rappresentanti delle ditte farmacologiche) Le cose vanno anche bene, tanto che le crisi, negli anni, da 3-4 alla settimana diventano una, massimo due al mese. Fino a sparire per lunghi periodi, per poi fare capolino di tanto in tanto, come a dire "Guarda che ci sono. Sono ancora qua!".
"E non lamentarti. Aspettale e affrontale come per fotterle."
Al lavoro tutti sanno.
Sopraggiunge la crisi, di cui non sono mai riuscito ad avvertire l'arrivo, cado a picco, mi si sistema disteso da una parte e non si fa che aspettare i cinque, sei minuti di convulsioni e i successivi 20 di perdita dei sensi. Collasso. Saluto alla vita. Morte apparente. Ma anche qui siamo fuori discorso. Parliamo di lavoro.
Aiutiamo i tossicodipendenti ad uscire da questa cazzo di storia.
Aiutiamo l'altro che in fondo l'altro siamo noi. Ma facciamo due conti che altrimenti ci perdiamo. Un tossicodipendente per entrare in comunità, passa per il Ser.t (servizio per le tossicodipendenze) e cioè le a.s.l. e quindi lo Stato, il quale dopo alcuni colloqui, e saggiata la volontà, inserisce il ragazzo in una qualche comunità del sociale privato.
Ancora un attimo di attenzione, perché questo è un discorso importante.
Inserire un ragazzo in comunità del sociale privato significa spendere a persona da parte dei Ser.t (e quindi dello stato), circa 50 euro al giorno. Dentro ci stanno vitto, alloggio, attività, interventi di qualche psicologo, educatori. Fate conto del problema dilaniante della droga, e vi ritroverete ad avere in mano un business. Volete un dato? L'azienda per cui lavoro, perché di azienda si tratta, è tra le più "grasse" del nord Italia e nel 2006 ha avuto un fatturato di 8 milioni di euro. Chiaro? 8 milioni di euro fatturati in un anno.
Ed è da questi 8 milioni di euro che parte la mia storia.
Se le regioni e quindi le a.s.l. non hanno soldi per far entrare i ragazzi in comunità, perché lo stato per problemi economici e questioni politiche taglia il "grosso" delle spese sociali, uno che ti fa delle crisi epilettiche, più che un dipendente diventa un peso. Una zavorra da eliminare, perché i costi vanno contenuti. Portati all'osso.
Nel frattempo le mie crisi iniziano nuovamente a battere duro.
Erano anni che non si manifestavano in questo modo. Due alla settimana. A volte tre. Molteplici e sconosciute le cause di una malattia per altro ancora così poco conosciuta. Ma l'azienda deve risparmiare, tagliare costi inutili, ed io inizio a diventare un peso.
Un dopo crisi è disarmante e faticoso. Non riesco a lavorare e devo per forza prendermi un paio di giorni di malattia. L'azienda inizia a storcere sempre più il naso. Vengo ricoverato in ospedale 14 giorni, mi viene sospesa la patente per 2 anni. (la patente viene sospesa automaticamente per 2 anni quando passi per 3 volte dal pronto soccorso con diagnosi di crisi epilettica) Nonostante ciò continuo a lavorare col massimo impegno, ma su tutto continuo ad avere la mia famiglia.
I miei figli non possono certo permettersi che papà loro non riesca a portare a casa il grano per mangiare, per farli andare a scuola, per dargli la possibilità di comprarsi qualche cazzo di sfizio. Chessò, un gioco della Play. Nonostante tutto la vita va avanti. Le spese ci sono.
Fino a quando mi chiamano in azienda per comunicarmi che dovrei almeno mettermi in malattia per tutti i 6 mesi a disposizione, che - dicono - "per lo meno paga l'INPS" (???). O licenziarmi, perché, detto schietto, sono di troppo. Che qui lo Stato paga sempre meno e se non produci ti tagliano dalla loro "agenda".
Il nostro è più che altro un lavoro emotivo, ed è ovvio che stare in mezzo ai ragazzi e caricarmi del peso delle loro storie - vista la malattia che m'è tornata indietro dura - non mi fa bene, per cui chiedo di essere inserito in un ufficio. Dalla mia ho un certificato medico e il fatto che so smanettare col Mac quanto col Pc. Che un buco per grazia ricevuta potrebbero anche trovarmelo, visti gli anni di lavoro prestati col massimo del sudore. Ma niente. Rifiuto di firmare un foglio su cui c'era scritto che nel giro di 2 mesi avrei tolto il disturbo. Viene anche usato un organo di stampa molto letto da queste parti per lamentare il fatto che uno che è stato tossicodipendente non può essere considerato professionista serio. E qui siamo al delirio: dirigenti di una Comunità per il recupero dei tossicodipendenti che, in un'intervista al giornale locale più letto, dicono candidamente che un ex tossicodipendente non potrà mai essere considerato professionista. Pazzesco.
Nel frattempo vengo inserito in una "sede" a fare niente, minacciato in continuazione di essere mandato a lavorare in una "filiale" a 60 km e 3 pullman (120 km e 6 pullman col ritorno) da casa mia.
Dimenticavo lo slogan che da sempre contraddistingue l'azienda: "professionisti del sociale".
Oggi sono in paternità facoltativa, in attesa di mandarli a cagare.
Fisicamente.
(continua l'adesione alla Factory del Dissenso da parte di lettori, commentatori, gente comune. Spero che la pazzesca storia di Andrea vi abbia interessati a dovere, come meriterebbe. Fanno specie testimonianze di questo genere in particolare in tempi di elezioni, in cui, faccioni e bellimbusti si propongono di rinnovare il Paese, dimostrando ogni giorno di più di aver capito poco delle reali emergenze. Personalmente ringrazio di cuore Andrea per aver avuto la forza e la dignità di renderci partecipe della sua storia personale. Il link al suo blog ce l'avete, qualora voleste seguirlo. Altrimenti ci si continuerà a leggere qui: non basta pensarlo, bisogna dirlo. - nd [Ste])





