lunedì, 21 aprile 2008

Iperventilazione.
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


La guardo e penso: se è lei mi ammazzo.

(Seguimmo insieme un corso di doppiaggio agli studi Titania sulla Pineta Sacchetti a Roma, circa cinque anni fa. Una vita. Ci piacevamo, flirtammo a sguardi, ma il nostro capolavoro lo completammo il giorno della lezione di doppiaggio di scene erotiche: Jerry Maguire, lui Tom Cruise, lei Renee Zellweger. Arrivammo tutti agli studi con l'adrenalina a mille: ci guardavamo l'un l'altro come fossimo nudi sulle sedie. Nutrivamo la nascosta speranza che la lezione saltasse: un terremoto, un'inondazione. Le cavallette.)

Somiglianza impressionante. Impressionante.
Porco giuda, io ti conosco. La sensazione è così forte che i primi minuti di film me li perdo: peccato, l'incipit è fulminante con la musica e tutte quelle persone che ballano per strada andando al lavoro. Mica capita tutti i giorni di andare al cinema e restare illuminati in questo modo sulla via di Damasco:
in genere al cinema è tutto un vorticare di Caroline Crescentini, di Claudie Gerini, di Laure Morante, di Sandre Bullock, di Gwyneth Paltrow, donne che, sicuro come la morte, non le conosci mai veramente, perché, in genere, donne così fanno la cacca profumata e non ti stanno manco a sentire se stai una tacca sotto la Maserati. Questa, invece, è LEI: come si chiama?, cazzo è proprio lei, quella del corso, quella del corso, quella del corso.

(Sara era la mia preferita. Rossa di capelli, occhio nocciola, sorriso fulminante. Corporatura esile, modi gentili e una voce magnifica. Era tagliata per la recitazione. Il giorno della lezione di scene erotiche entrammo in sala doppiaggio insieme: io Tom Cruise, lei Renee Zellweger. Doppiare scene di sesso non è divertente come girarle dal vivo: basta un niente ed entri in iperventilazione a forza di tirare tutti quei fiati a vuoto.
Funziona così, il doppiaggio: ti infili in questa sala buia, stai in piedi davanti a un leggìo e in fondo a tutto c'è un maxischermo con il blocco da doppiare. In genere un blocco non dura più di un minuto, massimo due: in gergo li chiamano "anelli". Doppi un anello via l'altro finché non finisce il film per turni di tre ore al giorno: c'è tutto un sindacato dei doppiatori che non consente turni più lunghi, almeno allora era così, adesso non lo so. Tanto che ci raccontarono che Ferruccio Amendola per doppiare "Serpico" ci aveva messo non mi ricordo quanti secoli, perché era un film molto difficile da doppiare.)

Sono lì che guardo. Strabiliato un po' dalla somiglianza, un po' dalla singolare bravura di Sabrina Ferilli. Si vede che la mano del regista conta dalla A alla Zeta. Anche il titolo è azzeccato: "Tutta la vita davanti". L'attrice protagonista interpreta una ragazza che si chiama Marta e io la conosco. Nella vita vera, intendo. Nella realtà: prendo il telefonino dalla tasca della giacca e scorro tutta la rubrica due volte, finché alla esse non trovo ciò che sto cercando. "Sara Corso", eccola qui. Alzo gli occhi dal display retroilluminato al grande schermo: "Sara Corso", dove "Corso" non sta naturalmente per il cognome. Affanculo Sara, penso, ne hai fatta di strada, eccoti qua, guardati, bella come il sole, sublime attrice, va là che sorriso, sono qui, mi vedi?, mi riconosci?, eddai, fila centrale, yu-huu, ehi mister, capo, ehi signor cinema, ehilà, non si potrebbe fare come ne "La rosa purpurea del Cairo", non potrei essere Woody Allen per un paio d'ore e trascinarla fuori, fisicamente, dallo schermo e lasciare tutti gli altri spettatori a protestare con la direzione per sottrazione indebita di attrice protagonista? Oppure non potrei entrare IO nella pellicola, circuirla di sguardi e farle dimenticare Mastandrea nel giro di due ciak?

(In genere l'iter è sempre lo stesso, ma dipende dal direttore di doppiaggio. Entri in sala e quando sei pronto ti mandano la prima visione della scena da doppiare, in real audio e in lingua originale. Così tu ci entri dentro: osservi il tuo personaggio, prendi i tempi, cominci a plasmarti addosso la scena. Poi, sempre nel buio, con il solo leggìo illuminato e tanto tanto caldo, ti mandano la stessa scena, l'anello, una seconda volta: idem. Dopo di che si cambia: ti metti le cuffie e provi la tua parte leggendo dal copione e poggiando le parole sulla voce originale, senza forzare, finché calza. E deve calzare molto bene. Quindi l'audio originale va via: restano solo gli effetti sonori ed è lì che la TUA voce diventa quella dell'attore sullo schermo. E' lì che si fa sul serio. Bisogna stare attenti a tantissime - tantissime - cose, penso che sia uno dei mestieri più difficili, il sincrono deve essere perfetto, il volume, l'intonazione, la tempistica con il partner, quella soprattutto, se si doppia a due. Il bordello aumenta per le scene corali.)

All'intervallo dei tizi seduti dietro di me parlano di "pugno nello stomaco" e di "grande amarezza", insomma tutte cose positive trattandosi di un film sulla generazione più devastata e senza futuro degli ultimi cinquant'anni, la nostra. Io comunque non sto pensando alla mia generazione: non me ne frega niente della mia generazione, ho già abbastanza problemi di per me. Le luci tornano spente e io capisco che forse non c'è bisogno della magia, questa volta, non serve diventare Woody Allen eccetera eccetera. Perché tutta la magia che mi serve sta qui dentro, nel pugno della mia mano, dentro al nokia, lettera Esse, "Sara Corso". A
che serve tanta poesia se  possiedi il numero di t e l e f o n i n o? Sorrido. Dico: oddio. Guardo la Marta di Virzì recitare sullo schermo, penso: va bene che questa generazione è un disastro, però magari in due viene un po' più facile. Sostanzialmente a tre quarti del film sono innamorato. Peccato che, titoli di coda alla mano, il sogno si spezzi. Cerca cerca cerca, regia, ringraziamenti, produttore e sceneggiatore, luci accese, brusio in sala, bingo!, l'elenco degli interpreti, in ordine alfabetico, dai dai, bla bla bla bla bla, fuffa fuffa fuffa, Elio Germano, ok ok ok ok, Massimo Ghini, ci siamo! Marta è Isabella Ragonese. Isabella. Ragonese. Isabella. Lettera "I". Il cuore infranto. Due gocce d'acqua e un buco nella medesima.

(Come da copione, anche
"Sara Corso" ed io entrammo in iperventilazione mentre doppiavamo la scena di sesso con Tom Cruise e Renee: fu un momento piuttosto strano. Imbarazzante all'inizio, via via più piacevole mano a mano che dalle guance fluì via il sangue, soprattutto quando cominciammo ad accorgerci che stava venendo bene. L'effetto finale fu uno sballo: Tom e Bridget Jones che scopavano fino a svuotarsi con le voci nostre. Merda, se ci sapevo fare: molto più col doppiaggio che con le donne: non a caso Sara Corso, quello, fu l'unico tipo di godimento che provò con me. Eppure se mi sentiste parlare non mi dareste due lire, mi mangio le parole per la fretta, articolo molto blandamente: però, volendo, so essere Gassman. E' in più conosco tutte le regole fonetiche: si dice cèntro, si dice schèletro, si dice trénta, si dice stéfano; si pronunciano con la -o- chiusa tutte le parole che terminano in -oce, con l'eccezione di precòce che, invece, si deve pronunciare con -o- aperta e non si sa il perché; si dice accappatoio, galoppatoio, corridoio. (-o- chiusa, non so come si digiti da tastiera...) Per non parlare del corretto uso delle zeta sorde e delle zeta sonore: si dice tsucchero, si dice tsio, si dice tsuppa, e calcate su quelle cazzo di zeta!, mentre si deve dire amadzone, bredza, agudzino, eccetera eccetera: capìta la differenza? Passavamo le ore a fare esercizi del genere, leggevamo filastrocche complicatissime piene di zeta e di esse, piene di -c- e di -b-, perché ogni regione ha i suoi difetti peculiari, ogni dialetto, e il romano, ad esempio, con la -c- non ci sa proprio fare, la strascica tutta, per non parlare delle -b- e delle doppie in genere. Pasta e fagggioli, Fabbbio, marciapppiede, mortasssci tua.)

Tra la disperazione e il rimpianto scatta il sollievo.
Isabella. Isabella. Meglio così, senti: metti che fosse stata davvero lei, "Sara Corso", l'attrice di Virzì,
non avrei resistito all'orgoglio dell'occasione sciupata: l'avrei chiamata e ci avrei fatto una figura di merda grande così perché nella migliore delle ipotesi non si sarebbe ricordata di me, nella peggiore mi avrebbe risposto il suo ufficio stampa. Mi conosco: non riesco a concepire l'idea che una donna non si accorga di me, figuriamoci una brava e bella attrice! Come mi sarei sentito se avessi scoperto, dai titoli di coda, che la Marta di Virzì fosse stata interpretata da un'attrice di nome Sara? Io che l'ho più volte perfino riaccompagnata a casa, "Sara Corso", e l'ho fatta scendere dalla macchina senza neanche baciarla: come avrei fatto ad accettare una colpevolezza tale? Come avrei gestito l'ingombro del SUO numero nel MIO cellulare? Col suicidio, appunto: se fosse stata lei davvero, mi sarei ammazzato con un colpo di telefonino in piena fronte.

(Tanti anni fa a Stranamore, c'era ancora Castagna, invitarono in trasmissione un tizio sfigatissimo che era stato il primo fidanzato di Sabrina Ferilli e poi l'aveva mollata: lui a lei. L'avevano messo lì, in mezzo allo studio, Castagna con lo zuccotto e i baffi gli aveva domandato come cazzo gli fosse mai venuto in mente di perdersi una così per la strada, eccetera eccetera, finché la Ferilli stessa non aveva fatto la sua entrata in studio tra gli applausi e gridolini e allora il tizio sfigatissimo s'era messo da copione le mani tutte e due sulla faccia e a stento riusciva a guardarla, la Ferilli, che s'era pure vestita in una certa maniera, sandali, minigonna, scollatura da Buoncostume, perché tutto il pubblico lo stava fischiando a morte, fischiava lui, il tizio sfigatissimo con le mani in faccia per la vergogna, che s'era rimorchiato la Ferilli al Liceo e poi l'aveva mollata. Mi ricordo bene che il colpo di grazia assoluto fu che, a precisa domanda, la Ferilli rispose che lei, il tizio sfigatissimo, se lo ricordava eccome, e ANZI, raccontò la Ferilli, c'era stata anche un sacco male quando era stata mollata in quel modo da lui. Ed ecco: ecco un modo in cui io non vorrei mai essere ricordato.)