giovedì, 24 aprile 2008

Un atto di viltà.
Categoria:scritto da elettore deluso, factory del dissenso


[Riceviamo e, come si dice, volentieri pubblichiamo un ragionamento metà filosofico e metà no circa l'opportunità o meno di astenersi dal voto e dall'astenersi in generale dalle decisioni che contano nella vita politica e sociale. Io lo condivido molto e per questo l'ho voluto pubblicare. Approfitto per ricordare che chiunque avesse una storia da raccontare alla "Factory Del Dissenso" lo può serenamente fare scrivendomi. Non è importante saper scrivere bene: ciò che conta è un punto di vista. ndSte]

Ogni italiano che si cimentasse a verificare di poter essere rappresentato al 50,01% da un altro italiano rimarrebbe deluso almeno al 50,01% scoprendo che non ce n'è in giro di tizi rappresentativi come lui vorrebbe.

E allora, visto che di tizi così in giro non ce n'è, ebbè quell'italiano dovrebbe decidersi in tutta fretta ad invertire le cose e proporsi lui agli altri italiani per informarli subitissimamente che il problema l'è già bello che risolto: è lui (che ne sa senz'altro più di tutti, che è di animo mite ed onesto e perciò non farebbe male ad una mosca, che ha girato il mondo ed ha provato ogni cosa sulla propria pelle, che è altruista e guarda ben oltre la punta del suo naso...), sì è proprio lui che potrà rappresentarli senz'altro tutti almeno al 50,01%. Che gli altri verifichino pure se lui è in grado o meno di rappresentarli al 50,01%. Purtroppo, però, "Ogni italiano che si cimentasse ...". (continuare ritornando qualche rigo più sopra!)
 
Naturalmente non andrebbe diversamente se non un singolo italiano bensì un bel gruppo coeso di italiani volesse fare la stessa verifica circa la rappresentatività almeno al 50,01% di un qualsiasi altro gruppo coeso di italiani nei confronti del primo. Preso atto che non esiste ancora un gruppo coeso che possa garantire una rappresentatività almeno al 50,01% ad un altro gruppo coeso, il bel gruppo coeso di italiani dovrebbe decidersi in tutta fretta ad invertire le cose e proporsi esso stesso agli altri gruppi coesi di italiani per informarli subitissimamente che …
 
Potrei continuare per ore. Ma ho deciso di risparmiarvelo.
Potrei addirittura cambiare la percentuale accettabile di rappresentatività scendendo fino allo 0,00003%, ma non cambierebbe nulla.
 
Il fatto è che le mie opinioni e le mie ragioni sono MIE al 100,00% (altro che il 50,01%). Ho tutto il diritto di averle e perciò sono libero di farci quello che voglio. E lo stesso varrebbe per le vostre, non c'è dubbio.

Sempre? No, non sempre.
Se si trattasse di politica, ad esempio, e avessi la fortuna di vivere in un paese democratico, quelle stesse opinioni e quelle stesse ragioni DOVREI IMPARARE ad ammorbidirle, a renderle sempre meno esclusivamente MIE. Dovrei convincermi che la loro sopravvivenza è necessariamente e indissolubilmente legata alla mia capacità e disponibilità a mescolarle con quelle degli altri, dovrei saper riconoscere che le opinioni e le ragioni inizialmente MIE al 100%, ancor MIE resteranno e vivranno senza vergogna pur diluite e ormai irriconoscibili tra le ragioni e le opinioni legittime dell’universo intero. E' così che va ogni cosa che ha vita in questo mondo. Noi stessi, io che sto scrivendo e voi e tutti gli altri, abbiamo mille e mille padri di cui portiamo dentro i geni biologici che dovrebbero farci diversi e invece ci rendono tutti uguali e fratelli, perché mille padri fa almeno uno fu padre comune per tutti (sigh!).
 
La politica, dunque. 
Se chi si candida politicamente alla guida di un paese non è tenuto a rappresentare "me" (dove per "me" posso, spero, indicare tutta una serie di questioni e valori in cui credo e che dovrei condividere almeno per il 50,000001% con chi dovrei votare), allora io non sono tenuto a votarlo.
 
La politica non funziona così, non andrà mai così.
Nacque alcune migliaia di anni fa su iniziativa di alcuni più bravi (furbi) di altri che si inventarono questo nuovo mestiere della Rappresentanza che avrebbe consentito ai pochi (militanti) di dominare sui molti. Le regole del gioco furono fissate allora e chi vuol giocare oggi, a quelle regole deve attenersi, a meno che - se ne è capace - non riesce ad inventare un nuovo gioco più convincente che riesca a divertire di più e per questo attragga nuove moltitudini adoranti. (il cui compito, però, sarà ancora una volta esclusivamente quello di pagare il biglietto, sedersi e assistere buone buone allo spettacolo).

Il problema, in politica, non è trovare chi possa rappresentare almeno al 50,01% (chiamasi UTOPIA), e nemmeno chi possa rappresentare allo zerovirgolaqualcosa. Il problema, in politica, è riuscire a ragionare, ad ascoltare, a sentire l'obbligatorietà della partecipazione, a pensare se stessi come parte integrante del contesto sociale in cui siamo condannati ad essere.

Cogito ergo sum (scusate, scusate, scusate...) in politica diventa: ho l'obbligo di fare una scelta di appartenenza, per me stesso e ancor più per gli altri, perché scegliere con chi stare - e poi restarci insieme lealmente fino alla prossima volta - è l'unico modo che può consentirmi di farmi riconoscere in quel Tutto Apparentemente Omogeneo eppur composto della maggioranza e delle tante minoranze, senza le quali - per altro - io semplicemente non potrei mai più sentirmi cittadino del mondo.
 
Astenersi, in politica e non solo, credo sia un atto di viltà così come lo è ogni rifiuto al ragionamento ed all'analisi. E' la soluzione banale. E' il rifiuto del rispetto per gli altri. E' immobilismo. E' un comportamento infantile: non gioco con te perché il gioco non l'ho inventato io.

P.