sabato, 27 novembre 2004

Quelle piccole passioni che poi ti insegnano a vivere
Categoria:musica, scritto da stefano havana


Era viva mia nonna, era vivo mio nonno. Forse era il millenovecentonovantadue o novantaquattro o giù di lì: le piazze e le vie, i palazzi e i portoni, le donne e le panchine, le rampe di scale e tutto quanto mi sembrava infinitamente più alto, grande e importante. Mi ricordo: stavo a casa di zia, seduto nell'angolo. C'era l'albero di Natale con le luci rosse: non era nata mia cugina, non era nato mio cugino, chissà dov'erano i miei amori e le mie amicizie future. Una passione, però, sì. Sapevo dov'era: ce l'avevo in mano. Mi avrebbe cambiato l'esistenza, il mio primo cd dei Queen.

Me lo rigiravo tra le dita come una moneta in un gioco di prestigio. Il Greatest Hits II, copertina blu, la scritta. Lo stemma con i quattro segni zodiacali di Freddie, John, Roger e Brian. La linguetta rossa, quella che ti facilita l'apertura, il booklet intonso, profumatissimo e il cd, ovviamente, blu, la superficie pura, bella, neanche un graffio. Eccola là, la mia facciona rotonda da bambino brufoloso riflessa sul retro. Non ne sapevo nulla di Freddie Mercury, di Aids, di froci, di baffi, di arte allo stato puro. Ho aspettato di essere a casa, ho acceso lo stereo - due cd avevamo allora: uno di Phil Collins e uno di Lucio Battisti - mi sono seduto per terra senza scarpe e ho ascoltato con quella curiosità mischiata a disinteresse tipica del primo ascolto. Non mi ricordo tutto: solo due cose. Non ci fu un attimo durante la traccia numero quattro - I Want It All - in cui io non mossi la testa su e giù per tenere il ritmo. E non ci fu un istante durante la traccia numero nove - Who Wants To Live Forever - in cui io non desiderai di essere innamorato.

Allora Freddie Mercury era già morto, il suo corpo già polvere secondo il rito della sua religione. Ricordo che piansi qualche mese dopo, con la mia collezione già completa. Piansi quando impilai l'ultimo cd.

C'è questa fulgida malinconia. Ti prende questo strano colpo allo stomaco, quando ti rendi veramente conto che la morte porta via le idee, gli interessi, l'arte di una persona prima che la persona stessa. Non sarebbero venuti più cd dei Queen: e tutte le notti che io avevo passato con le cuffie nelle orecchie e tutti i commenti e i litigi con Giovanni perché a lui piacevano più i Megadeth e i testi che avevo faticosamente tradotto e trascritto e i libri su Freddie e le fotografie e le biografie e le videocassette e tutti i video e Another One Bites The Dust e We Will Rock You e Sail Away Sweet Sister e A Night At The Opera e Somebody To Love e Bohemian Rhapsody e Wembley '86 e il Live Aid e il Rock in Rio. C'è questa strana sensazione che ti prende alla gola e ti fa incazzare con Dio in persona e ti ritrovi a quattordici anni nella tua stanza a maledirlo e a chiedergli spiegazioni - vieni qui bastardo, vieni qui che cazzosbruffonevanitosopezzodimerdafaichetitrovo - che se fosse morto tuo fratello te la saresti presa allo stesso modo.

E' musica a livelli mai più raggiunti, certo.
Ma i Queen e Freddie Mercury - poteva essere qualunque altra cosa, me ne rendo conto: a me è toccato loro - sopra ogni altra cosa mi hanno fatto capire l'arte e la morte.

E' morte l'opposto di arte.