giovedì, 23 dicembre 2004
Certe volte ho paura
Categoria:filosofia, quotidianismi, scritto da stefano havana
Una ragazza con le maniche della maglia lunghissime che le coprono le dita. Un'altra ragazza seduta proprio sotto al finestrino: quando entro ci guardiamo perché lei è bellissima e ha due occhi che uno smette per un attimo di respirare. Fuori c'è il sole. Un signore non riesce a timbrare il biglietto. Un altro signore gli dice come deve fare. Le buste della spesa, le buste delle librerie e dei negozi di giocattoli. La zingarelle che spiano i bagagli dei pendolari. Una ragazza si morde l'unghia del pollice destro e contemporaneamente si guarda indietro: chissà chi la sta inseguendo.
C'è questo tipo a Via Veneto, che buffo. Dice: "Non sono nevrotico, me l'ha detto anche il neurologo". Lo dice ridendo però: io lo guardo di sfuggita e vedo molta barba, due occhi azzurri vispi e niente capelli. Chissà chi è: io mica riuscirei a dire una parola come "nevrotico", così alla leggera in giro per la strada. E se la dicessi ad alta voce subito vorrei specificare che non si tratta di me, che mi stavo riferendo a un altro - non sia mai la gente si mettesse a pensare che lo sono davvero, nevrotico. Tutti gli uscieri sulle porte dei grandi alberghi: c'è questo signore rosso rosso in faccia con una tuba altissima e un vestito da pinguino. Io non l'ho mai visto muoversi di un passo. C'è quest'altro, senza giacca, con i pantaloni così neri e un maglione così viola che mi viene da ridere. Mi nascondo le labbra dietro il collo alto della giacca, mentre aspetto il verde per attraversare. C'è questo grande albero di Natale, ma proprio grande, enorme, arriva fino al primo piano del palazzo e ai suoi piedi una bambina con un cappotto rosa fa roteare una pallina di vetro. Lo fa con la punta delle dita e quando la mamma la chiama dall'ingresso della libreria, lei aspetta che si fermi prima di raggiungerla.
Alla fine di Via Veneto, prima del Muro Torto, hanno chiuso la strada: c'è una vigilessa bionda orfana della sua femminilità che protende mani senza anelli a guidatori senza tempo. Stanno girando un film: c'è Michele Placido che riconosco. Poi un altro attore deve cadere dentro una vetrina dopo una sparatoria: che forza. Spingo per arrivare a vedere e tutti che tengono il cellulare davanti al naso per fare foto e le recinzioni di ferro vibrano e fanno rumore. C'è un ragazzino, avrà dieci anni, che non è alto abbastanza per guardare: un altro - più grande, ma non abbastanza per esserne il padre -, lo prende in braccio e poi sulle spalle come a un grande concerto rock. Allora il piccolo ci sovrasta tutti e improvvisamente tanti anni passati a crescere sono cancellati e - non c'è niente da fare - vince lui.
Sono le dieci di mattina e, certe volte, inspiegabilmente mi sembra tutto bellissimo in giro, al sole. Mi sembra che tutti - io compreso - abbiano una marcia in più e tanti sorrisi, tanta allegria, tanto benessere, tanta leggerissima spensieratezza mi travolgono con cortesia. Certe volte mi rendo conto di essere tanto affamato di vita e talmente affezionato a questo mondo e alle cose semplicemente belle che - niente - ho paura.





