giovedì, 27 gennaio 2005

A proposito della foto qui a sinistra
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti cubani


L'ho scattata alla fine di una giornata lunghissima e calda, primissimi di agosto. Ce l'eravamo fatta tutta a piedi, l'Havana: chilometri e chilometri sotto un solleone da primato e 35 gradi fissi. Fabio, Fede ed io: non eravamo da molto nell'Isla, stavamo ancora guardandoci intorno e tutto ci sembrava assurdo. Parlavamo di noi, ogni tanto, delle cose che c'erano capitate, di quelle che avremmo voluto vivere. Poi - a un certo punto - tutto si è fermato: perché oltre un viale che dava dritto sul Malecòn, ecco, c'era questo cielo in alto che tutto poteva sembrare ai nostri occhi tranne cielo.

 

Una sottile striscia di terra e navi lo separava dal mare: tu te ne stavi lì, fermo, le braccia ciondolanti lungo i fianchi e non capivi - giuro, non capivi - dove cominciavano le nuvole e dove iniziava il cielo vero, dove le nuvole erano più scure e dove invece era un tenue insinuarsi di notte precoce ad annerire il tutto. Il mondo a strati: c'erano nuvole più vicine rispetto alla nostra posizione ed altre più lontane. Ti sembrava di allungare le mani o di poter soffiare forte per cambiare l'aspetto di ogni cosa: i tasselli di un puzzle scomposto su un tavolo male illuminato. Sembrava - è difficile a dire - che il mondo fosse stato preso alla sprovvista dal nostro arrivo, o che noi stessi fossimo giunti in anticipo e che tutto stesse ancora organizzandosi, dopo un grande spostamento di cose e colori.

 

Così era il cielo, quel giorno di agosto e mai - dico mai - il sopraggiungere della notte mi è sembrato un tale spreco: tante sono le cose che la notte spezza e altrettante che ravviva. Eppure quel giorno, sul farsi delle sei di pomeriggio, l'unica cosa che ti veniva in mente era di restare fermo immobile e stringere i pugni forte forte nella speranza di intimidire il tempo perché quello non passasse più. C'era questo via vai di persone: tutte indaffarate a fare nulla. Le vecchiette affacciate da balconi diroccati e bambini di corsa a torso nudo. I pescatori che pescavano senza necessità di fare a gara con nessuno, i bar sul lungomare pieni di persone, quelle sedie bianche tutte occupate e una distesa di cannucce verdi e azzurre nei bicchieri di mojito come canne da zucchero in una coltivazione. Ho scattato la foto e poi ho raggiunto Fabio e Fede con passo più svelto, come un bambino che perde il passo dei più grandi: ho detto loro di osservare nel monitorino, poi c'è stato tutto un tirare la macchina fotografica a destra e a sinistra perché ci sembrava impossibile che fossimo proprio noi quelle sagome scure stagliate contro l'orizzonte.

 

Mi sono detto, allora, che questa foto avrei dovuto metterla da qualche parte dove poterla vedere sempre. Il blog - questo blog - non esisteva ancora in quell'agosto lì. Ora c'è, nel frattempo è nato: e sono felice di averla potuta piazzare qui vicino alle cose che si scrivono ogni giorno, così che sempre possa guardarla e ricordarmi di quel giorno assurdo e degli amici con cui l'ho vissuto.


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