sabato, 29 gennaio 2005

L'assenza di motivazione è la motivazione più grande
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Mi succede, certe volte, di avere una profonda voglia di scrivere e non sapere cosa.

Giuro: ti svegli e scendi giù dal letto prima del solito per essere un sabato mattina in cui non devi lavorare. Storci la bocca per il pavimento freddo. Tasti il mondo con il naso e gli occhi appannati per scoprire se sarà sole o sarà pioggia. Senti vibrare tra le costole e sulla punta delle dita questa immotivata voglia di raccontare senza avere definitivamente nulla da dire. Pisci. Ti gratti il culo. Non fai assolutamente nulla di tutte quelle cose che leggi nei romanzi che svendono sentimenti. Non inspiri a pieni polmoni l'aria della città. Non ti prepari un té alla vaniglia. Non riempi affatto la vasca da bagno con petali di rosa. Non ti dai ai tuoi hobbies dimenticati ascoltando Mozart. Sei semplicemente te stesso. I capelli spettinati. Il segno del cuscino sulla guancia. La camera in perfetto disordine. Libri ovunque. Cd e dvd sparpagliati. Il cellulare perpetuamente acceso, retaggio di quand'eri innamorato. Pacchetti di caramelle. Batterie scariche della fotocamera. La ferita sulla nocca della mano destra non si è rimarginata. Nulla è cambiato. Nella patetica banalità del transito notte-giorno puoi tranquillamente dire di non essere invecchiato di un attimo. Eppure ti senti inspiegabilmente gravido. Ci pensi sù. Fai quella stupenda colazione lenta che qualche volta ti concedi. Davanti al naso e attraverso gli occhiali il meraviglioso David Means. Ti siedi a gambe incrociate sulla sedia. Tamburelli con le dita sul marmo del tavolo. Il libro poggiato a V rovesciata. Sul bordo della tazza piccoli torrentelli di cappuccino fuoriuscito. Sei con il mento affondato nel palmo. Il gomito puntellato sul tavolo. Le orecchie tese a percepire il vento fuori. I fornelli della cucina spenti. Le manopole del gas serrate. L'imminenza della pioggia. Un calzino tirato su. L'altro alla caviglia come quei bambini. Ti senti addosso tutto il futuro della giornata. La fatica del calcetto. Il freddo di quando uscirai alle sei solo in pantaloncini corti. La fame che avrai a cena. Il pensiero del numero due del giornale che inevitabilmente ti prenderà verso mezzanotte. Il sonno. Hai tutto addosso, in attesa che accada. Una frenata brusca e il rumore sordo di due auto che entrano in contatto. Paraurti-paraurti e le due portiere spalancate. Chiacchiericcio serrato colpatua-colpamia e silenzi burocratici per la compilazione dei moduli su righe preventivamente tratteggiate. Si forma una fila. Clacson. Senti imposte che si aprono. Curiosità. Ti sembra di avvertire il palazzo inclinarsi da un lato. Tutti quanti sui balconi e alle finestre per spiare. Sperare in una lite. Devi scrivere. Ma cosa? Ti infili in camera, ma senza fretta. Non hai appena visto la donna della tua vita. Non ti sei bloccato con la mano a mezz'aria tra il piatto e la bocca e il maccherone che la forchetta infilzava non è ricaduto nel piatto schizzando sugo. Non sei il ridicolo personaggio di una fiction. Ti lavi i denti. Schizzi lo specchio che non ripulirai. Ascolti musica. Leggi Busi. Leggi Bunker. Leggi Wallace. Uno dopo l'altro. Senza darti fretta. Passa un'ora e mezzo. Scrivi, ma - davvero - non hai niente da scrivere. Ti viene in mente uno di quegli starnuti. A volte capita: te lo senti nel naso. Spalanchi la bocca. Chiudi gli occhi. Prendi fiato. Lo stai per fare. Poi passa. E ti ritrovi da solo. Con gli occhi giusto un po' umidi a tirare su col naso. Ecco. Decidi che è questa la sensazione. Decidi di scriverne. Lo hai appena fatto.