venerdì, 18 febbraio 2005
Massimo rispetto per i froci, a patto che non mi tocchino il culo
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana
Ce lo saremmo detti alla fine di una giornata lavorativa e di cazzeggio, Pat ed io. Ce lo saremmo detti nel sottopassaggio della metropolitana che da Piazza di Spagna porta a Via Veneto. Ce lo saremmo detti - Pat ed io - subito dopo aver visto il giocatore della Roma Traianos Dellas e subito prima di rispuntare alla luce del sole quasi morente delle cinque di pomeriggio. Ce lo saremmo detti e ne avremmo riso salutandoci, dandoci appuntamento in redazione o a una di queste sere. Ce lo saremmo detti eccome, Pat ed io, e la prima sillaba di quanto ci saremmo detti è nata nell'esatto momento in cui il Commesso del Negozio del Centro mi ha rivolto la parola. Contemporaneamente a ciò nella testa mia e di Pat cadeva - precipitava - il primo mattone di quanto ci saremmo detti da lì a poco. Il Commesso del Negozio del Centro aveva capelli d'oro e lucidalabbra rosa. Un fondo di fard e modi gentilissimi. Il Commesso del Negozio del Centro - se non fosse stato Rico il suo nome - sarebbe stata una bellissima ragazza di nome Christina, con l'acca. Elegantissimo, scarpe costose e dita affusolate. Rico aveva quadricipiti di Vieri e voce di Meg Ryan, il che lo rendeva ai nostri occhi - miei e quelli di Pat - alla stregua di una bestia mitologica, un centauro o che so io. Si è visto subito quanto gli piacessi.
La cosa più assurda e più drammaticamente imbarazzante del modo di fare del Commesso del Negozio del Centro è che mi guardava esattamente come mi guarderebbe una ragazza - femmina - a cui interessassi. La stessa languidità negli occhi e nei movimenti: in ogni singolo gesto. Non c'è stato un capo che mi abbia passato senza che le sue mani non cercassero le mie: un incubo per un eterosessuale perverso quale sono, io sempre bravo a parlare di froci col culo degli altri. Che poi molti dei miei miti artistici sono omosessuali dichiarati: il problema è che né Freddie Mercury, né George Michael, né Oscar Wilde, né Aldo Busi, né gli altri hanno mai provato - riuscendovi, per altro - a toccarmi il culo con impunita grazia. Tutto questo accadeva, mentre le scaglie di quanto ci saremmo detti, Pat ed io, andavano componendosi nelle rispettive menti e mentre Pat, ormai privo di ogni residuo di serietà, entrava e usciva dal negozio inviando sms a tutta la redazione in cui mi prendeva per il culo - almeno lui - solo per modo di dire.
Spero di rivederti. Qui o in giro, mi ha detto alla fine il Commesso del Negozio del Centro
Il problema del qui o in giro è che adesso sto pensando seriamente di ripiegare verso il Kosovo per non rischiare di ritrovarmelo davanti. Lui e i suoi riccioli, le sue spalle ben tornite, le labbra gonfie, le sopracciglia lunghe, quella voce da incubo. Siamo usciti dal negozio, Pat ed io, con nella testa il fantasma di quello che ci saremmo detti da lì a poco e nello stomaco un principio di nausea. Ne abbiamo riso fino al momento di incontrare Traianos Dellas, il difensore greco della Roma: a quel punto le chiacchiere sul conto di Rico si sono interrotte per un attimo, mentre seguivamo con lo sguardo il calciatore passeggiare insieme ad un amico. E tutto ci è sembrato frocio, anche lui. Perfino le mura, le luci, il pavimento sporco: tutto frocio. Ogni donna che ci passava di fianco, noi la guardavamo fino a vederla sparire, ne aspiravamo l'odore, ne carpivamo le movenze, cercando di sopprimere il ricordo di quel misto incestuoso, quell'ermafrodita cotonato. E ce lo siamo detti. Pat ed io. Ci siamo guardati ed è stato chiaro all'improvviso, improvvisamente omofobi e pieni di paure qualunquiste. Abbiamo messo il piede sul primo gradino della scala mobile che ci avrebbe condotti fuori, al cielo - frocetto pure lui - e lo abbiamo declamato quasi in coro, Pat ed io: "Ma come fanno le donne a scoparsi gli uomini?".





