venerdì, 11 marzo 2005
Chissà come sarei adesso
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana
Non è tanto il fatto che a scuola andavo malissimo. Sì, non studiavo mai e non mi sono mai avvantaggiato i compiti. Mai andato volontario a un'interrogazione e mai partecipato a una gita scolastica. Ero un piccolo, peloso ragno che sognava di essere un puledro con una di quelle belle criniere: si può immaginare una condanna peggiore? In più ero anche piuttosto sfigatello: cinque anni di superiori senza mai alzare gli occhi dalla punta delle mie scarpe. Cinque anni di superiori e l'approccio più azzardato che io abbia mai osato verso una ragazza deve aver riguardato la sfera del Prestarle Un Temperamatite Durante l'Ora di Disegno. Eppure - nonostante lo scenario surreale - c'era una cosa che più di ogni altra mi gettava nel panico profondo; una cosa che superava per insopportabilità anche l'algebra e il greco. Questa cosa era per me il buco nero sopra la mia gioventù, quella cosa - ce n'è una per ogni ragazzino, credo - che di notte mi faceva rigirare nel letto portandomi a pensare: "Voglio diventare grande, voglio diventare grande, voglio diventare grande". Questa cosa era dover andare in un'altra classe a chiedere qualcosa.
Succedeva sempre che la professoressa mi domandasse la cortesia (l'ordine!) di recarmi - per dire - in IV B a chiedere il gesso/una circolare/il registro. Succedeva anche che ci andassero altri, per carità, ma il più delle volte (almeno dal mio punto di vista ossessionato) era a me che toccava. Una mazzata: il cuore cominciava ad andarmi a mille, percorrevo quel corridoio di marmo a chiazze con l'angoscia del condannato a morte. Facevo un giro lunghissimo per arrivare a destinazione, così, nella speranza che l'ordine venisse revocato all'ultimo momento (la grazia!). Poi me ne rimanevo con il pugno a un centimetro dal legno della porta (di un beige anonimo come mai dovrebbero essere i colori), gli occhi sempre sulle punte delle mie maledette scarpe. Qualche volta il coraggio me lo inoculava il passaggio di un bidello: allora mi imbarazzavo il doppio e mandavo giù la pillola in un sorso - indeciso perfino se sarebbe stato meglio bussare una o due oppure tre volte - pur di non dover elargire altre spiegazioni. Dentro, poi - in dubbio se richiudermi la porta alle spalle o lasciarla aperta - mi sembrava che tutte le risatine e i mormorii fossero per me; mi pareva che sulla lavagna ci fosse scritto il mio nome e che tutti dai posti lanciassero freccette. Ogni volta avrei voluto scomparire in una nuvola di foglie secche e ritrovarmi inspiegabilmente a casa, nella mia cucina a mangiare gli spaghetti al pomodoro di mamma.
Io pagherei oro - oggi - perché una magia mi riportasse a quegli anni, in quello stesso corpo e in quegli stessi vestiti, ma con un'altra considerazione di me stesso. Che sogno sarebbe: arriverei di corsa a una di quelle porte beige, darei due o tre colpetti veloci e risolverei la pratica. Anzi sai che ti dico? La sfonderei con una spallata, quella porta, mi rotolerei dentro come Rambo, eseguirei il mio compito davanti alle bocche spalancate di tutti - prof compresa - e me ne andrei portandomi via la più bella della classe. Ostenterei il mio Essere, gliela farei vedere io a quelli lì e mi richiuderei la porta con tanta forza da far cadere l'intonaco dalle pareti. Ci penso qualche volta e, davvero, chissà come sarei adesso.





