martedì, 05 aprile 2005

In the laps of the gods
Categoria:musica, scritto da stefano havana


So solo che stamattina mi sentivo né più né meno una tacca sotto Gesù Cristo e che camminavo con la giacca stesa sulla spalla e tenuta per l'indice. Come Edward Norton in Fight Club: io sapevo. Sfidavo gli altri a riconoscermi: sono stato al concerto dei miei Queen ieri sera, si vede? Così pensavo mentre giocavo a trovarne altri come me.

C'è stata questa esplosione. Non subito. A un certo punto. Più o meno durante These Are The Days Of Our Lives, con le immagini di Freddie sul maxischermo. I still love you... come lo fai a spiegare? Come lo puoi anche solo scrivere senza cominciare dal fatto che tu in mezzo a tutta quella folla stavi piangendo? Io non so dove siano andati Fede e Gian, durante il concerto. Non so dove siano finiti con i ricordi. Non lo so. So dove sono andato io. So che ho ripensato a tutto: tutte le macchine che ho cambiato e dentro sempre i Queen. Gli amori che ho vissuto e in sottofondo sempre i Queen. Le estati al mare e sempre i Queen insieme al sole che nasceva sul mare. I rum e l'erba. L'alcol e il contachilometri a 190 all'ora: sempre i Queen. Dalle audiocassette al mio primo cd: sempre i Queen. Non so dove fossero tutti: io - nell'arco di una sera - ho avuto ogni età della mia vita, una dopo l'altra. Sedici anni, soprattutto: con Antonio e il Greatest Hits II nello stereo. Accendi il Super Nintendo che ci facciamo una partita. Tempi di Magnum P.I. e McGyver.

Quei litigi con Giovanni, ché a lui piacevano più i Megadeth. Quegli interminabili pomeriggi estivi: è meglio Brian May o il chitarrista dei Guns? Con Freddie Mercury non c'era gusto: gli angeli e i diavoli mettono sempre d'accordo tutti e lui li era entrambi. C'era questo libro con tutti i testi: stavamo giù in cortile a leggerli e qualche volta cantavamo sottovoce. Fairytales of yesterday will grow, but never die, soprattutto. Ci piaceva un sacco quella frase.

Non ho fatto in tempo, Freddie scusami. Anche se - poi - ogni tanto penso che non t'avrei mai voluto vedere vecchio. Invecchiato. Sono una puttana della musica, dicesti una volta. Adesso i miei amici sapranno perché ogni tanto dico anche io così, nei discorsi, riferito ad altre cose.

E poi che ne so. Io stavo a Wembley ieri. C'è tutto questo giocare d'immaginazione, certe volte. Wembley, semplicemente. A Londra: sentivo il profumo di Margareth Tatcher. This is a new song: Who Wants To Live Forever, disse a un certo punto Freddie a Wembley. Ieri non l'hanno proposta, ma io ce li ho avuti lo stesso 17 anni e mettevo le cuffiette nelle orecchie di Sarah e le dicevo senti. E mi ricordo i suoi occhi - giuro me li ricordo adesso e me li sono ricordati ieri mentre non trattenevo le lacrime - i suoi occhi che improvvisamente diventavano grandi. Grandi, enormi. Due smarties neri in un pozzo bianco. Io avevo 17 anni, lei aveva 16 anni e chissà se adesso - ovunque sia finita - li ascolta ancora i Queen che le ho fatto conoscere io quel giorno in montagna, la mia prima cotta vera.

Che gonfio il cuore. Che voglia di impazzire. Che cos'è tutto questo se non un altro amore?

E' una specie di magia: la musica fa andare indietro quel carrello dei ricordi. Chissà perché. Chissà dov'è la musica quando non viene suonata.

Guardo Brian che è a due metri da me. Lo guardo e rido, gli urlo in romanaccio: Aho, tirate fuori er vero Brian, quello vecchio. Perché cazzo, Brian: ma quand'è che ti deciderai a invecchiare?

Ti ho anche maledetto a un certo punto, Brian: decidevi sempre di muoverti un istante prima che io scattassi. Già fare foto sottopalco è da folli o perfetti geni; poi ti ci mettevi anche tu. Brian è sempre stato il mito un po' di tutti i musicisti che ho conosciuto in vita. Federico, Antonio. Già Antonio: vaffanculo Antò, ma perché non sei venuto? Me li hai fatti conoscere tu i Queen, lungo quei pomeriggi strani, ti ricordi? Passavamo un sacco di tempo a riempirci di botte, poi un giorno mi dicesti tieni. Te l'ho mai più ridato quel Greatest Hits I?

Essì.

Quante cose sono stato ieri sera? E in quanti posti? Sono stato a quel concerto di Fede all'Alpheus, per esempio. Ci ho pensato. Eravamo ancora al Liceo, tutti quanti. Mezza classe in prima fila, perfino la professoressa di greco e latino: e c'era Maucci alla batteria che andava fuori tempo (mi sono imprevedibilmente ricordato il suo dissennato amore per i Poison). Sono tornato sui banchi di scuola, certamente, ma non a ricordare la scuola. Mentre Brian cantava e Roger pestava con le bacchette e It's a Kind of Magic diventava Love of My Life, ho ripensato a quando Fede - a quindici anni - mi riempiva il diario con i nomi dei cantanti e dei musicisti  e dei gruppi che piacevano a lui: era tutto uno Slayer e Metallica e Ozzy e Randy Rhoads in giro su quei fogli quadrettati e nei walkman nell'ora di palestra.

Gli facevo questo gioco, a volte. Gli chiedevo a Fede: preferiresti venti miliardi di lire oppure la possibilità di dieci minuti di assolo tutti tuoi a Wembley? Lui ci pensava sù - giuro, si faceva serio - magari nella sua testa gli passavano tutte le macchine sportive che avrebbe potuto comprarsi con venti miliardi, i viaggi, le donne, i vestiti. Poi semplicemente si alzava, se era seduto, piegava un po' le ginocchia, metteva le mani sul piano immaginario di una chitarra e  - al diavolo i soldi - con la bocca faceva quel verso: piiiiiiiiiin, muovendo le dita in una serie di arpeggi simulati. Gli venivano i capelli neri come Brian, la classe diventava una bolgia e - come ieri sera al concerto - non importava più nulla di dove si fosse: Wembley!

Piiiiin! Quante volte, Fede.

In realtà sono felicissimo. Ma non riesco a dissipare questa specie di malinconia, adesso. Come quando suona l'ultima nota della tua canzone preferita che la radio - all'improvviso - aveva indovinato. Non lo so se rendo. La vorresti afferrare con l'ultimo centimetro delle dita, ma non ci riesci - puf - va via.

Quante volte ho sentito questo puf, ieri sera.

Un milione e trentatré.

Mi ero dimenticato quanto ci si sente leggeri a sedici anni.

Quando avevo sedici anni, per esempio, Roger indossava magliette a righe verticali e aveva questi capelli lisci, lucidi. Lui sì che è invecchiato. Però faceva ancora quel giochino con le bacchette: l'ho visto. A sedici anni lo facevo sempre anche io con le penne, a scuola. Facevo finta che tutti mi guardassero (soprattutto Ludovica, lo ammetto che mi piaceva allora anche se a sprazzi - spesso mi stava sulle palle), io il grande batterista. Qualche volta la penna mi cadeva sul linoleum macchiato della classe e allora sparivano i fumogeni e i pugni stretti dei miei fans. Ludovica si staccava dal mio collo - vestita come Jessica Rabbit - e io tornavo improvvisamente alla lezione di matematica, ops.

Che decollo che è stato.

Mi immagino tutte queste persone nel cielo di Roma che tardano ad atterrare. In the laps of the gods. Massì.