venerdì, 27 maggio 2005

Non credo alle favole, figuriamoci ai favolosi
Categoria:dissenso, scritto da andy capp


Quei favolosi anni '60. Sono cresciuto sentendo continuamente ripetere questa frase dalla generazione dei miei genitori. Ogni volta che Pippo Baudo presenta un programma in tivù non vede l’ora di pronunciarla anticipandola con un malinconico Aah. Esistono anche delle raccolte musicali dal titolo Quei favolosi anni '60. Credo che mai nessun lavaggio del cervello sia riuscito meglio di quello che ha fatto credere alla maggior parte della popolazione italiana che gli anni '60 sono stati favolosi. E’ stato uno dei periodi di maggior decadimento culturale del dopoguerra, dove la televisione e la radio erano entrate in pianta stabile nelle case degli italiani diventando strumenti di controllo sugli interessi e sui bisogni della popolazione. Qualcuno oggi parla di alfabetizzazione del paese dovuta alla tivù quando il programma più seguito era un gioco a premi creato per inculcare nella testa delle persone il sogno di una realizzazione dovuta alla fortuna e al successo facile. Per non parlare della musica degli anni '60: Gianni Morandi che cantava "Andavo a cento all'ora per veder la bimba mia, yeah, yeah, yeah", Rita Pavone "Datemi un martello" e Adriano Celentano insieme alla moglie "Chi non lavora non fa l'amore" (la canzone è del 1970, ma si usciva dal periodo caldo degli scioperi nella fabbriche. E' l'anno dello Statuto dei Lavoratori).

"Aah, la dolce vita di Fellini… che belli gli anni '60 a via Veneto" (c’erano solo puttane, papponi, principi e ricconi, ndP), racconta ancora il nostro Pippo Baudo di turno.  Ma qualcuno ha mai visto il film? Tutti i personaggi sono negativi. La pellicola anticipava il decadimento dei costumi e della morale della società: gossip, tradimenti, omicidi, suicidi. E il boom economico? Un bellissimo spot per la Fiat, che da una parte voleva passare per benefattrice di benessere e dall’altra licenziava gli operai (nel '63 la percentuale di licenziamenti tra i sindacalisti e le ore di sciopero erano superiori a quelle del 1950, l'ultimo anno di grandi conflitti sociali). Senza parlare della censura che colpì intellettuali come Pasolini o l’allontanamento da Canzonissima (uno dei tanti miti rimpianti) di Dario Fo e Franca Rame dopo una scenetta che denunciava il comportamento degli imprenditori. In ogni città d'Italia, inoltre, si registravano incidenti tra polizia e manifestanti. E solamente nella seconda metà degli anni '60 i valori politici e culturali sui quali si erano costruite le società occidentali del dopoguerra entrarono in crisi, tanto da provocare un aumento degli squilibri sociali provocati dall'industrializzazione. La risposta dello Stato ai disagi fu un altro boom. Quello di piazza Fontana.