lunedì, 30 maggio 2005

La più lucente corona d'angeli in cielo
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Abbiamo mangiato pesce spendendo una barca di soldi ed è andata benissimo così. La cena è stata splendida, la compagnia perfetta: è perfino piovuto sugli ombrelloni bianchi che sembrava una di quelle giornate di vacanza quando i turisti rientrano di fretta negli alberghi con i depliant aperti sopra le teste. C'era Pat, c'era il Granduca, c'era M____, c'era P____: tutti sotto l'ombrellone bianco a scavare con la forchetta dentro gli scampi. Ho bevuto due tipi di vino bianco, un passito e tre tipi di rum: ho bevuto male più che tanto. Il colpo me l'ha dato il bicchiere della staffa giù in spiaggia, alle tre del mattino: c'erano i falò accesi e delle persone, ragazze senza scarpe e un tipo inginocchiato. Vomitava. Pat si lamentava ché lui voleva mangiare. Ancora. Dopo una cena luculliana, lui stava lì a frugare in certi vassoi poco appetitosi (poi mi pare che abbia rubato due bottiglie di qualcosa, andandosene). Mi sono tolto le scarpe, ho arrotolato i jeans al ginocchio come Sampei e sono andato in acqua. Era tutta nera di notte, c'erano delle luci da qualche parte. M____ mi ha detto che lui parlava con i pescherecci. Poi s'è messo anche lui con i pantaloni arrotolati in acqua. Ci siamo tolti le magliette e abbiamo urlato al vento estivo, abbiamo urlato così forte e tutti insieme che quell’urlo ha fatto un giro lunghissimo senza più tornare indietro e adesso è lì. Insieme alle barche, ai delfini - che ne so che c'è laggiù oltre l'orizzonte – alle alghe, c'è anche il nostro urlo. Ci siamo stesi sulla sabbia. Questo silenzio. Che rumore è quello del mare di notte che scava la sabbia? Il rumore perfetto: meno di questo, non è. Abbiamo parlato: non so quando ma di sicuro è successo che ho brindato con P____ con altro rum alle cose belle della vita. Si poteva fare finta di essere ovunque. Mi sono alzato per vomitare, poi non ho vomitato più. Cinque uomini stupidi sdraiati nottetempo sulla sabbia sporca di Fregene a fare versi, sognare l'Oceano, parlare di donne, calci di rigore e la misura giusta delle tette. Ci siamo messi lì – non mi ricordo più fino a che ora – felicissimi, a banalizzare la vita.