mercoledì, 01 giugno 2005

Nella pancia del mostro
Categoria:società, scritto da andy capp


Sono stato in un centro commerciale Ikea una sola volta nella mia vita. Era l’agosto del 2002. Al tempo sognavo di fare il giornalista impegnato, mentre la laurea in antropologia era ancora un miraggio. Quel pomeriggio mi trascinarono in quell’inferno, così decisi di cogliere il lato positivo della faccenda. Presi appunti e scrissi quest’articolo. Mai avrei pensato di pubblicarlo un giorno su noantri.
Nella pancia del mostro aveva anche un catenaccio: "Un pomeriggio estivo all’interno di una delle nuove realtà della grande distribuzione multinazionale a
Roma".

Già all’uscita Anagnina del GRA, gli intriganti colori del capannone di Ikea catturano la vista degli automobilisti. Alla fine della rampa inizia la fila di auto che attendono di poter invertire il senso di marcia per raggiungere il grande parcheggio. Nella zona sono aperti numerosi cantieri; grandi condomini sorgeranno in quest’area a pochi metri dalle corsie a scorrimento veloce. Il fatto che poi non ci siano scuole, strade, mezzi pubblici e negozi, non fermerà la fame di appartamenti che c’è a Roma. La prima scritta che si nota arrivando sotto il grande capannone, e che trionfa su tutti i cartelli e sulla facciata dell’entrata, sembra forzata: Sconti. Un grande cartello a sfondo giallo con scritta nera e rossa accompagna il cliente dal parcheggio sottostante fino all’entrata. In una domenica pomeriggio d’estate, anche se piovosa, è curioso che una città come Roma non abbia da offrire di meglio ai cittadini della sua periferia orientale, che fare la fila all’ingresso di grossi centri commerciali. Una cinquantina di persone è assiepata sotto il portico che immette all’entrata, con la speranza di evitare la pioggia che un cielo minaccioso promette. E forse tutti non vedono l’ora di raggiungere "il bar del primo piano e gustare un aperitivo diverso, un aperitivo svedese", come ripete di continuo l’altoparlante.

Un omone con tanto di divisa e pistola fa entrare le persone a scaglioni, venti per volta. Nemmeno all’ultimo Roma-Lazio c’era una ressa del genere. Quando arriva il proprio turno, due porte automatiche in vetro infrangibile si aprono svelando la grande scala mobile. Tutt’intorno, pubblicità di automobili e telefonia catturano lo sguardo. Al primo piano un mondo virtuale circonda i consumatori: vengono consegnati, da sorridenti commessi in camicia gialla e pantaloni blu, una matita e un foglio di carta millimetrata, insieme a delle grosse sacche gialle. Il giallo è il colore predominante, quello che caratterizza i cartelli dei prezzi, tutti rigorosamente scontati. Un insieme di ambienti perfettamente ricostruiti, uffici, camere da letto, salotti, camere per bambini, permette di farsi un’idea precisa di quello che si desidera, o meglio, non permette di farsene una diversa da quelle proposte. E non c’è nessuno pronto ad ascoltare le proprie richieste: un mobile più lungo, se è possibile inserire dei cassetti o una mensola, se quella sedia c’è solo di quel colore. E’ tutto rigorosamente fai-da-te. Una formula che riempie la gente di importanza, o almeno sembra sollevarla da ogni fastidioso contatto col venditore, visto sempre come il solito approfittatore pronto a dare l’ennesima fregatura. Ogni ambiente è a completa disposizione: si può toccare, smontare, osservare tutto e accendere e spegnere la luce. Di questo, si viene anche ringraziati da una voce amica: "grazie, spegnendo la luce avete contribuito a dimostrare come i nostri ambiente siano perfettamente illuminati in base alle esigenze di questo spazio della casa". I bambini sono un’altra caratteristica di Ikea. Ogni due o tre ambienti si incontrano piccoli scivoli di legno o giochi in plastica con scritte suggestive, ovviamente rivolte  ai genitori: "per loro: i più importanti del mondo". Questo basta a sollevare un padre e una madre che fanno passare tre o quattro ore a un bambino all’interno di uno spazio chiuso e pieno di confusione. O forse si spera che siano proprio i bambini a chiedere ai genitori di riportarli all’Ikea, perché è pieno di giochi.

Il salone successivo è quello degli accessori: si va da quelli per il bagno, ai cuscini iraniani, ai giocattoli in legno, ai quadri con le relative cornici, alle lampade, alle candele, alle piante finte, ai tappeti. Tutti gli oggetti in legno sono made in Malesia, in Cina, in Taiwan. L’oggettistica in metallo è stata invece confezionata nei paesi dell’ex blocco sovietico. Solamente i tovaglioli di carta sono made in Italy e le lampadine made in UK. Probabilmente di tanti oggetti il cliente non conosceva nemmeno l’esistenza prima di entrare all’Ikea. Quest’area è interminabile: sembra impossibile uscire a mani vuote, tant’è che la solita voce amica ripete continuamente che "la cassa numero dodici è esclusivamente riservata a donne in attesa e a i disabili, mentre la numero ventiquattro è riservata a chi non acquista nulla". Della serie: "provate a uscire alla cassa ventiquattro se ne avete il coraggio". Camminando ancora per qualche metro lungo il percorso obbligato, naturalmente su pavimenti Ikea "che vengono calpestati ogni anno da milioni di persone" (recita una scritta), si arriva nel padiglione degli imballaggi. Sotto una luce cupa bisogna cercare lo scaffale dove è custodito l’oggetto scelto nelle precedenti esposizioni. Se di misure discrete, è possibile portarlo via subito, altrimenti ci penseranno gli addetti alle consegne. Superato il bar che offre l’aperitivo svedese, in fondo si arriva alle casse, ventiquattro, tutte con il loro bel cartello giallo. E per arrivare all’ultima, a quella per chi non acquista nulla, bisogna passare davanti a tutte le altre, tagliando la fila di carrelli e di persone che stanno per portarsi a casa sedie, mensole, lampadari e tappeti. Qualcuno ha trovato anche il tempo di fermarsi a scegliere, nell’ultima sala, una felce. Superata la cassa ventiquattro, la scala mobile trasporta direttamente all’uscita, le due grandi porte in vetro infrangibile si aprono di nuovo, l’omone con la pistola saluta educatamente,  e in un instante si raggiunge il parcheggio sotterraneo. E’ il segnale che finalmente si è usciti dalla pancia del mostro.