lunedì, 11 luglio 2005

E così partiamo. Dedicato al nostro viaggio lì
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


«Inez! Inez!». C'è il soffitto bianco con le crepe e c'è la Havana a perdita d'occhio. C'è il letto a due piazze e il rumore sdentato delle macchine in strada. C'è la puzza dei cassonetti aperti dove il sole ha frugato tutta la giornata con le unghie cerchiate di nero. C'è tutto questo prima di Inez. Che nome, Inez.

«Inez! Inez!», fa. Mi alzo a sedere e bevo acqua calda da una bottiglia senza etichette: c'è un baccano infernale stanotte. Le macchine passano più rumorose che mai: sono poche e patetiche ma fanno un rumore tremendo come una camera d'ospizio dove siano impazziti tutti i vecchietti. Mi affaccio: è bellissima e disperata la Havana di notte. Sono a pochi passi dall'Università: in altri periodi dell'anno le vie sono rigate dal viavai di speranzosi studenti che saranno medici, architetti o forse niente e che, mentre camminano, amano Castro e insieme si fanno domande. Adesso che le lezioni stanno finendo, tutti questi giovani si radunano sul Malecon con le mani nelle tasche: guardano oltre e si chiedono com'è che vada il mondo più in là dove gli occhi non arrivano a vedere. Amano Castro e intanto si fanno domande.

E' disperata e bellissima la Havana di notte, quando la guardi dall'alto e lei non se ne accorge nemmeno e continua a sistemarsi le calze senza preoccuparsi di non farsi vedere: ci sono bucce di banana per terra ed enormi stelle nel cielo. L'orsa maggiore è l'orsa maggiore più grande che io abbia mai visto, piatta sull'orizzonte: non la contengo distanziando il pollice dall'indice. «Inez! Inez!». Mi giro verso la parete che nasconde l'uomo che parla nel sonno: chiama la sua Inez dormendo e io non ne so niente di lui, di Inez e dell'amore che gliela sta facendo rimpiangere (oppure maledire). La ringhiera del balcone a cui sono appoggiato scricchiola di tutti i corpi che si sono appoggiati prima di me. Due habaneros camminano lenti senza destinazione. Non hanno maglietta e anche loro, come altri, prima o poi mi venderanno qualcosa: una volta ho preso uno di loro per il gomito magro e gli ho chiesto come riesce a capire che sono italiano (perché loro lo capiscono senza l'ombra del minimo dubbio): mi ha risposto «Le scarpe» e ha intascato il mio dollaro. Non lo so: mi riconoscono pure sulla spiaggia, se è per questo, e lì vado scalzo. «Inez! Inez!». Inez: chissà se gli avrà fatto più male o più bene e se questo grido d'amore sia un rimpianto o un'esagerazione. E' il pensiero, la domanda con cui lentamente giro nel sonno. Il balcone l'ho lasciato aperto: voglio che la Havana dorma con me e che mi chiami pronunciando male il mio nome.

Mattina: saldo il conto. Il padrone di casa mi fa cenno che mi devo sedere. Sembra che debba darmi una brutta notizia. Parliamo a gesti e in inglese e spagnolo inventato: tiro fuori dal marsupio quindici dollari e mi sembra che vada tutto bene mentre glieli allungo sul tavolo come la puntata di una grande scommessa. Si apre la porta alle mie spalle con una tempestività da film western e io penso che qualcuno adesso ruberà il mio denaro: invece spunta un signore vestito di fretta e senza capelli. Il padrone di casa mette via i soldi velocemente in una scatola azzurra di latta, poi gli sorride: «Hola Santiago», gli dice. Santiago ha due occhi grandi così e non profuma granché. Si precipita giù dalle scale facendo scivolare il palmo sudato sul corrimano; un momento dopo è già in strada correndo. Guardo la scatola azzurra di latta che contiene i miei soldi e sorrido al padrone di casa ponendogli silenziose domande. Lui solleva lo sguardo al soffitto, fa spallucce e allarga le braccia in un gesto comprensivo: «Inez», mi dice come spiegazione a tutte le cose.