venerdì, 16 settembre 2005
Malcolm ComeSiChiama (A tribute to...)
Categoria:cinema, personaggi, scritto da stefano havana
Dev'essersi sentito soddisfatto, me lo immagino. Circa sessant'anni, si alza dalla sediolina rossa del cinema e se ne va fotografato. Il passo stentato dietro ai flash: uno di quei vecchi che quando ci condividi una rampa di scale - niente - pazienti, lasci stare e non ti va tanto di superarlo. Pare brutto. Soddisfatto sì, ma incazzato nero. Davanti alla porta di casa sosta un minuto con la testa bassa. Gioca con le chiavi. «Sei stato straordinario, Malcolm, ne sono sicura» gli dice la moglie dentro. Ma lui niente: si fa strada con un colpo di mano, va di là in salone sulla sua poltrona a scacchi. L'orgoglio di una vita, il feticcio da mostrare agli amici: «Stanley Kubrick me l'ha regalata». E, in effetti, se la guardi proprio bene dopo un po' la riconosci: la poltrona a scacchi di Arancia Meccanica. «Lì mia madre m'ha detto "Figlio...", prima di cacciarmi via di casa», risponde Malcolm a chi gli chiede. Di solito lo dice tenendo in mano un bicchierino, col suo gilet rosso e le pantofole.
«Anthony Burgess aveva scritto un capolavoro, e Stanley è stato estremamente intelligente ad acquisirne i diritti e geniale a capire come trasformare quel materiale in un film». Lo riconosce, come no, però sotto sotto ce l'ha con Kubrick: mica lo nasconde. Anzi, a farlo bere un po' ti confessa tutto: «Ho rischiato di diventare cieco per la scena della cura Ludovico e tutto il resto. I dilatatori. Non riuscivo a farcela, ricominciavamo e ricominciavamo. L'oculista mi disse che avrei avuto le retine danneggiate a vita. Pensavo in un trattamento migliore, quello invece non m'ha più chiamato». Pressapoco è così che ti racconta, durante una di quelle sere in cui gli gira bene: il Nastro d'Argento alla Personalità Europea lo fa andare su tutte le furie. «Avrei meritato l'Oscar, altro che storie». Invece s'è dovuto accontentare. Chissà perché gira così per certi artisti: gli capita per le dita il capolavoro e invece di diventare indimenticabili, vengono dimenticati. E' strano questo destino. Malcolm ogni tanto ci pensa: ci pensa sulla sua poltrona a scacchi, mentre la moglie dorme di là in stanza e la casa è immersa nel silenzio. «La gente mi dice che dopo Arancia Meccanica non ho fatto più nulla e invece non è vero. Quelli non si ricordano niente. Quelli non sanno niente». Devi essere veramente amico di Malcolm per farti dire così: ci dev'essere intimità. Centinaia di produzioni televisive e teatrali, almeno un centinaio di film, la metà dei quali girata da protagonista: «Ma quelli che ne sanno? Quelli vogliono Alex. Vogliono i drughi e il latte più. Fosse per loro mi metterebbero su una sedia sghemba in piazza e mi farebbero dire certe frasi. Oh oh oh. Ma questo è il grasso puzzoso Billigoa de Billyboy in carne e ossa. Come ti porti, tu, sgonfia palla di grasso puzzolente, unto e bisunto? Ne gradiresti una nelle balle? Se di balle ne hai tu, gelatinoso eunuco. Ecco, questo vogliono. Mica un attore».
Alle volte, quando lo senti dire così, gli occhi azzurri gli diventano ancora più azzurri e giuro che è un effetto spaventoso con tutti quei capelli bianchi. Ti viene in mente quando tagliuzzava, bavoso, il vestito arancione dell'ennesima vittima (...Home...) con una protesi eretta in lattice in luogo del cazzo. Questa sera gli è presa così: ha impiegato tantissimo tempo per prepararsi e alla fine è uscito di casa neanche troppo elegante. Una camicia bianca e pantaloni neri. Nemmeno la cravatta, perché lui non li vuole sentire certi discorsi. Ci è andato così alla prima di Evilenko. Da solo. La moglie lo ha aspettato sulla poltrona a scacchi per tutto il tempo. S'è contorta talmente le dita e le nocche che adesso le mani le fanno un male cane. Si dimentica del dolore solo quando sente l'armeggiare fuori della porta. Malcolm entra dentro, la testa bassa: non c'è nessuna aria di fantasia sul suo volto. «Sei stato straordinario, Malcolm, ne sono sicura», gli dice la moglie che l'ha sposato prima che succedessero un sacco di cose. Lui si guarda un po' in giro, tocca un po' di cose. Poi si siede sulla poltrona dove la madre aveva detto "Figlio..." ad Alex. Ripensa a "Singing in the rain", ripensa all'ultima scena di Evilenko, alla sceneggiatura di Grieco. Malcolm: è solo un vecchio attore al culmine di una giornata storta. E' uno di quelli che non ti viene mai in mente il nome: ce l'hai sempre sulla punta della linga, Malcolm McDowell e devi schioccare le dita per farlo saltar fuori («Dai, quello di Arancia Meccanica!»). Però è vero che in Evilenko è stato straordinario. Ed è pure vero che il pubblico è perfido e che gli anni passano in fretta: mi ricordo che la prima visione di Arancia Meccanica fu accompagnata da soventi erezioni; adesso resto affascinato fino all'ultimo dei titoli di coda e non mi ricordo più cosa ci trovassi di sessuale in tale capolavoro.





