lunedì, 03 ottobre 2005
Vittorio Feltri - prima puntata
Categoria:personaggi, giornalismo, scritto da stefano havana
Se io fossi genitore direi a mio figlio alcune cose. Gli direi di stare attento ai cani molto grandi nei giardini pubblici; gli direi di non andare in giro troppo solo quando è troppo buio e lui ha addosso troppi soldi. Gli direi di guardarsi bene dai ragazzi cattivi, dai pedofili, dai rapitori, dai preti e dalla Chiesa. Dopodiché gli direi di fare attenzione a Vittorio Feltri e alle sue idee. Gli direi: «Figlio mio, stai lontano da quell'uomo che non uccide fisicamente ma assassina con la penna». Direi, soprattutto, a mio figlio di star lontano da tutta una tipologia di uomini a cui Vittorio Feltri appartiene di diritto e stirpe che è quella dei bamba (termine carissimo a lui e ai suoi titolisti). Vittorio Feltri, direttore del quotidiano Libero, è un violento e un mistificatore della realtà. Ma - incredibile - questo post non ce l'ha con Feltri (lui deve già pagare un dazio pesantissimo dato dall'essere quello che è). Questo post ce l'ha - e a morte - ancora una volta con la televisione ammorbidente e ammorbante. Facciamo un percorso e proviamo a capire perché (personalmente sono rimasto sconvolto).
Chi è Vittorio Feltri?
Vittorio Feltri nasce a Bergamo il 25 giugno 1943. La sua carriera giornalistica inizia a L'Eco di Bergamo, a diciannove anni, con l'incarico di recensire prime cinematografiche. Dal 18 luglio 2000 è in edicola il nuovo quotidiano di cui è direttore ed editore: Libero. Insieme con Furio Colombo, Feltri è autore di "Fascismo e antifascismo", un libro uscito nel novembre 1994 per l'editore Rizzoli. Da segnalare che ha occupato, per Il Giornale, la poltrona che era stata di Montanelli. Ha collaborato quotidianamente con Il Foglio di Giuliano Ferrara.
A proposito de Il Giornale, ecco una testimonianza del giornalista e scrittore Giuseppe Genna:
Per tre volte, nella mia vita, sono incappato nelle liste di proscrizione stilate da Vittorio Feltri. La prima capitò quando ero ventenne. Allora abitavo nell'alloggio popolare intestato ai miei nonni, a Calvairate, quartiere periferico e malfamato di Milano. Ero lì per impedire che gli abusivi, saputo del ricovero definitivo dei miei parenti, irrompessero nella casa che aveva fatto da scena primaria alla mia famiglia. Quell'alloggio era occupato dai Genna sino dal 1923. [...] Non c'era acqua calda. Niente doccia. Uno stato disperante di prostrazione edilizia. A fine '93, il mio nome campeggiava nella lista di proscrizione allestita da Feltri sul Giornale, che allora dirigeva. Si trattava proprio di gogna. Feltri, che cavalcava il reazionariato leghista, come da allora non ha smesso di fare, decise che era bene mostrare ai buoni borghesi di Milano i nomi e i cognomi di coloro che non pagavano l'affitto all'Istituto delle Case Popolari, o che occupavano abusivamente gli alloggi. Fottendosene se la gente non pagava quelle trecentomila lire perché non sapeva dove andarle a prendere: in quella lista ci finirono povere vecchiette, vedove, senza la pensione minima.
La cronologia della vergogna
Tra le altre cose che bisogna sapere di Vittorio Feltri c'è che fu espulso dall'Ordine dei giornalisti della Lombardia per aver violato il codice professionale allo scopo di far crescere le vendite del suo giornale che stentava a decollare. Nello specifico sbatté in prima pagina fotografie di bambini violentati da pedofili (edizione del 29 settembre 2000). Non male per un giornale che fa quotidianamente parte della rassegna stampa di un Tg nazionale come quello di Canale5. La motivazione legale messa agli atti parla testualmente di immagini raccapriccianti. I sette scatti rappresentano altrettante fotografie ricavate da "un sito pornografico reso disponibile dai pedofili russi" e di un'ottava immagine raffigurante "una scena di violenza tratta da video di pedofilia sequestrati dalla Magistratura". Nell'occasione Feltri rinunciò a comparire davanti al Consiglio e non nominò un difensore, ma si esibì in una autodifesa sulle colonne del proprio giornale asserendo che la pubblicazione di tale materiale si era resa necessaria al fine di "creare allarme e riprovazione sociale per il fenomeno della pedofilia". L'Ordine nazionale dei giornalisti ha poi sconfessato l'accusa trasformandola in semplice censura e decretando che "fu una decisione fuori luogo".
Questo che segue, invece, è un estratto di un suo editoriale in concomitanza del 25 aprile scorso (edizione del 26 aprile 2005). Mi piacerebbe che chi legge, tenesse presente che queste sono parole dette da un direttore di giornale nazionale che ha contatti con il nostro Presidente del Consiglio e con la politica, non da uno qualunque di noi all'interno del bar preferito:
A distanza di dodici lustri dalla resa dei conti, spacciare quel giorno di sangue e violenze per simbolo della democrazia, di valori eterni quali la libertà, è un'operazione cara solo ai falsificatori e ai mistificatori.
Un suo editoriale - dopo il G8 di Genova e i giorni sanguinosi che portarono alla morte di Carlo Giuliani - recita (tra le altre cose) così:
Sono già diventati eroi e tra qualche anno diranno ai loro bambini dissimulando l'orgoglio: io quel giorno a Genova c'ero. Stampa e televisione hanno riservato ai giottini indaffarati a spaccare tutto le energie e gli spazi dei grandi avvenimenti. I reduci della manifestazione ora progettano manifestazioni all'altezza della loro gloria. I primi raduni di militanti agnolettini si terranno il 20 agosto ad un mese dalla morte di Carlo Giuliani, martire dell'antiglobalizzazione e dell'ecologia: Sarà la giornata della memoria. Non dimenticare il compagno caduto sotto il fuoco vile dei Carabinieri, pericolosi nemici dello Stato e della democrazia. E non dimenticare che il dovere del militante è menare le mani.
Aprile 2004. Sulla prima pagina di Libero compare una maxi-foto dei funzionari italiani rapiti in Iraq (tra cui Fabrizio Quattrocchi ancora in vita). Sono seduti in terra con le canne dei fucili automatici puntati alla nuca. Il titolo recita: "Abbiamo 800mila ostaggi". Si parla, in sostanza, di tutti gli immigrati musulmani e/o arabi presenti in Italia secondo una stima; poi il sottotitolo "Se applicassimo ai musulmani gli stessi criteri che loro applicano a noi dovremmo sequestrare tutti quelli che risiedono in Italia. Ma non lo facciamo perché siamo in una civiltà superiore". Continua, poi, suggerendo che "L'imam di Bagdad adesso fa campagna elettorale per Prodi”.
[continua]





