giovedì, 06 ottobre 2005

Rocky I
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


RockyIo da piccolo giocavo sempre a Rocky. Generalmente sceglievo Rocky I, quando lui è triste e sfigato e non se lo fila nessuno e poi a un certo punto gli dicono: «Signor Balboa, lei non ha capito. Qui non stiamo parlando di fare lo sparring partner: sarebbe interessato a battersi per il titolo mondiale dei pesi massimi?». Lui, cazzo! Lui che per sbarcare il lunario spezzava i pollici per conto del boss del quartiere: mica poteva perderla un'occasione così. Perciò si mette lì, chiarisce un paio di cose con MickeyPuzza? La mia casa puzza? E vattene, allora! Vattene!»), si fa un bel culo agli allenamenti e poi alla fine - vabbé - perde, però cristodiddio che momento di gloria per una nullità di Philadelphia come lui. Allora mi mettevo lì pure io, però in salone, e menavo le mani per aria grondando sudore come se stessi sollevando Marte. In salone c'era questo mobile a vetri (che c'è tuttora, solo che è cambiata la casa e la città intorno, nel frattempo, oltre che a un paio di altre cosette riguardanti la mia persona) e siccome io ero bassottino bassottino, arrivavo preciso a specchiarmi tutto intero nel vetro dello sportello. Ecco perché mi mettevo lì davanti, mi potevo vedere, capito? Stringevo i pugnetti e menavo le mani contro il mio riflesso. Quante ne ho prese così! Quante vittorie e quanti ko. Certe volte andavo a terra. Mi ricordo questa cosa (avevo il senso della commedia anche a quei tempi): nella mia sceneggiata arrivava un certo momento in cui stavo soccombendo. Sangue dal naso e tutto il resto, muscoli tirati, miraggi. Ero lì lì per perdere contro il mio riflesso che alzava già i pugni in senso di scherno, quando ecco capitare qualcosa che mi ridava la carica. Ogni volta me ne inventavo una: la notizia di una vecchia sorella in coma che si risvegliava e io - tadaan! - che ritrovavo le forze; la mia fidanzata arrivata finalmente a guardarmi dopo un furibondo litigio che aveva incrinato la mia concentrazione, cose così. Ogni volta, sul punto di perdere, mi trovavo un bel deus ex machina e punch!, sbam!, tunf! vincevo io.

Poi c'era la questione di Adriana, ovviamente. Ripetevo il verso storico, però senza urlare. Era tutta una questione di labiale e fantasia: ero lì al centro del ring (mi schermavo gli occhi dai flash dei fotografi, perfino) e chiamavo «Adriana!». In questo io mi sentivo veramente uguale a Rocky: lui Adriana se l'era conquistata piano piano. Generalmente passava al suo negozio di ritorno dagli allenamenti. Le raccontava sempre cose stupide che non facevano ridere nessuno, tipo barzellette che poi doveva puntualmente spiegarle perché lei non capiva il senso. La cosa che mi piaceva da matti era che Rocky mentre parlava in quelle scene lì (faceva un freddo fuori e lui indossava solo questa sottile giacca di pelle) tirava su col naso. Era raffreddato, mi seguite? Perciò a me sembrava vero: pensavo che anche io, se fossi stato a Philadelphia con soltanto una giacca di pelle addosso, mi sarei raffreddato e tutto il resto. Insomma faceva così con Adriana: timidamente, goccia a goccia, senza invadere. E pure io facevo così con le femmine: cioè non è che lo facessi proprio, perché ero veramente troppo piccolo, ma è così che avrei fatto in seguito. Da grande, una volta tolti tutti i fumetti da sotto al letto e compagnia bella.

Il fatto è che essere Rocky (e Rocky I, in particolare) a me piaceva proprio. Mi sentivo grande e importante quando diventavo come lui (mentre per tutto il resto della giornata ero soprattutto timido e silenziosissimo): l'unico problema era che mamma stava di là in cucina e io un po' mi vergognavo a farmi vedere mentre giocavo a Rocky. Quindi tenevo sempre l'orecchio tesissimo, così se per caso veniva io mi facevo trovare intento in tutt'altro: questo finché non sono cresciuto un pochino e certe volte (non molte) capitava che lei mi lasciasse da solo in casa per qualche ora. Non vi dico: tiravo via i cuscini dal divano, li mettevo appoggiati alla parete e scazzottavo di santa ragione tutto il tempo. Urlavo Adriana!, chiedevo l'intervento dell'arbitro, guardavo disperatamente nel mio angolo e che fomento quando la voce dello speaker mi annunciava con tutti quegli epiteti («Lo sfracellatore di Philadelphia!», oppure «Il demolitore tutto-muscoli!», ma soprattutto «Lo stallone italiano!»). Decidevo lì per lì se avrei vinto oppure perso e se perdevo chiedevo la rivincita e tutti i cronisti lo scrivevano sui loro taccuini ponendo petulanti domande.

A scuola - capirai - nessuno lo sapeva che io ero Rocky I. Tantomeno facevo niente per darlo a vedere: ero come Clark Kent, mi seguite? Se qualche volta facevo una brutta figura o subivo un rimprovero dalle maestre, dovevo starci per forza. Mica potevo prendere e cominciare a menare le mani. Nessuno doveva sapere niente. Nessuno doveva nemmeno sospettare.

Ero minuscolo e senza spigoli. Ero pieno di alibi.
Ero
il Rocky I più giovane e con le idee più confuse che si fosse mai visto.