martedì, 25 ottobre 2005
Fragile
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana
«Raccontami di lei». La voce è della donna. C'è la casa vuota e ci sono ancora tutti i tappeti, solo che sono arrotolati e radunati lungo il muro come sarcofaghi. «Perché?». L'uomo è stanco, senza certezze. Le unghie delle mani sono gialle per le sigarette di una vita e i polpastrelli consumati per il troppo battere sulla macchina da scrivere. Fortuna che con l'alcol ha chiuso: sposta il peso da un piede all'altro con calcolata lentezza. I mocassini consumati sono macchiati di vernice bianca. Tutto di se stesso gli pare vecchio, liso, irrimediabile. Sulle braccia i peli sono radi e le vene blu. Sulle pareti ci sono i segni lasciati dai quadri staccati. «Dai papà, raccontami di quando dovevo ancora nascere», incalza la donna. «Raccontami di quando mamma era viva».
L'uomo guarda la figlia: «Era malata, ho dovuto scegliere e ho scelto te». Sotto gli occhiali l'uomo sente gli occhi gonfiarsi di lacrime sceme mentre i tre uomini in tuta blu portano via altri tappeti. Adesso si abbraccerebbe: gli fa tenerezza pensare al modo in cui s'è vestito quella stessa mattina, ai calzini che ha scelto, la cravatta celeste. Gli fa tenerezza ricordare la sua colazione di fretta, il caffè amaro e una fetta biscottata integrale: tutto all'inpiedi con il tavolo e le sedie già radunate in giardino. Pensa che anche sua figlia potrebbe stare piangendo, ma con quegli occhiali da sole non può esserne certo. Vorrebbe suggerirle di toglierli ma poi non dice niente. In fondo è così bella lo stesso: sembra un'attrice, quella dentro la Fontana di Trevi, non si ricorda. Ci sono troppe casse con la scritta "Fragile" stampata in rosso sul dorso. Ci sono troppe pagine di giornale dentro ai bicchieri.
«Papà, mi aiuti?». L'uomo le prende dalle mani la scatola grande. Gli sembra che in un certo senso anche la figlia abbia una scritta "Fragile" stampata in rosso sul pancione: le vorrebbe dire anche questo, ma lei sta parlando con quegli operai e perciò ci ripensa. Le vorrebbe dire un sacco di cose: raccontarle la paura e l'angoscia con cui fece la scelta quel giorno. Il tremore delle sue dita mentre passavano leggere sugli occhi spalancati della moglie al fine di chiuderli. Il cenno del chirurgo alle infermiere col camice verde, il modo in cui scattarono tutte contemporaneamente. «Dai, papà. Magari gli insegni come diventare scrittore», gli dice la figlia guidando calma. L'uomo vorrebbe sorridere come quando i tappeti erano ancora tutti per terra; vorrebbe dirle che è proprio pensando a questa eventualità che, quel giorno, fece la scelta. "Perciò scelsi te", vorrebbe sussurrarle finalmente senza paura. Invece si gratta il gomito e non dice niente.
amici scrittori o pseudo-tali, oggi alle 12 sul blogrodeo si gioca di nuovo ad inventare storie in poche ore. Partecipate, se vi va





