lunedì, 07 novembre 2005
Il primo giorno del resto della loro vita
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana
Cercano la manovra migliore per uscire dal garage senza danni, tutti quanti. Il saluto al portiere è meccanico, il braccio alzato mentre il cancello si apre e sanno che qualcuno ancora addormentato percepirà da sotto le lenzuola quel lento cigolare ancora prima della sveglia. Bip bip… Bip bip… Bip bip: è la sirena del capitalismo, una soffice mano piena di anelli che sfiora il mento e poi le basette. Una manna per alcuni, vogliosi di produrre. Tutti strappati dai loro sogni perfetti, seduti disordinatamente nel letto con le gambe magre penzoloni e i piedi nudi che sfiorano il pavimento freddo: sono brutti a vedersi, nello sguardo che non guarda niente c'è già contenuta tutta la giornata. Sul comodino il bicchiere d'acqua pieno di bollicine. Sui dorsi delle mani i timbri semicancellati marchiati dai responsabili all'ingresso dei locali bene di Via Veneto o di Testaccio: di notte leoni, la mattina cojoni recita un vecchio adagio popolare e se lo recitano da soli con le due mani strette davanti agli occhi mentre pisciano senz'anima, l'anima è rimasta altrove, tra le braccia di qualcuno, tra tre mojito e marijuana.
Lui cerca di ricordare come sia successo, lei si stringe le braccia al seno: addosso ha ancora il suo maglione di cachemire color del salmone e il risveglio è stato un risveglio dolcissimo. Si domanda il senso di quello starsi addosso, pensa alle conseguenze e scopre che sono meglio dei rimpianti. Guidano nella nebbia fredda del mattino con l'aria calda al massimo e la strada è un prolungamento delle loro stanze, dei loro armadi: qualcosa a cui sono abituati come a mangiare a certi orari, cagare in determinati ambienti che abbiano minime caratteristiche di privacy. Scelgono il percorso migliore, più lungo ma meno trafficato e arrivano ai loro uffici in perfetto orario, oppure in ritardo; tutti con la stessa aria addosso, le guance rosse e fredde seminascoste dalle sciarpe colorate, di quelle che vanno di moda. Si radunano intorno alle macchinette del caffè, con le chiavette in mano e lì cominciano i primi rituali sociali. Quelli che si sono vestiti di fretta sono riconoscibili come pesci rossi sputati dall'acqua: si odorano di nascosto e controllano i lacci delle scarpe. Parlano poco, preferiscono occupare al più presto il proprio posto. Si discute di Radiohead e di Smiths; certi si sono visti al concerto la sera prima, altri hanno condiviso un film. Si finisce con l'uscire tutti con i propri vicini, piccole sfere di individui che si spostano comprensibilmente dal posto di lavoro a quello ricreativo: loro due si guardano di sfuggita, hanno paura a parlarsi, soprattutto da quando hanno tratto quel medesimo respiro contemporaneamente intrecciando le dita sopra un copriletto azzurro. A lui lei piace tantissimo ma ha una storia complicata e con l'amore – va in giro a dire – ha smesso da un pezzo. Lei, non ne parliamo: certe sere resta seduta in macchina a motore spento un po' più a lungo del necessario. Ascolta i Franz Ferdinand tamburellando le dita sul volante e un po' sorride, un po' lo manda a fare in culo.
Si svegliano tutti allo stesso modo, tutti alla stessa ora e guardano fuori dalla finestra disgustati dal grigiore invernale. Bevono caffè sapendo che sarà soltanto il primo della giornata, si asciugano le labbra con fazzoletti di carta che lasceranno appallottolati sul tavolo e lì li ritroveranno a sera, con il nodo della cravatta allentato e le scarpe col tacco tenute in mano con l'indice e il medio. Le calze smagliate. Viale del Muro Torto è un caos a quell'ora del mattino, ma si scordano sempre di evitarlo. Puntualmente se ne ricordano quando ormai è tardi e nelle retine è tutto uno spegnersi e riaccendersi di lucine rosse: i tergicristalli fanno un identico rumore nelle macchine di tutti. In una c'è "Sally" di Vasco, in un'altra c'è "Piccola stella senza cielo" di Ligabue. Certi sono da Mario, altri al Roxy Bar, per non parlare di chi preferisce i Beatles. C'è sempre qualcuno fissato con gli anni '70. Certi, perfino, insistono con Rino Gaetano, Marco Corradini. I semafori sembrano avercela con tutti loro: a Viale Regina Margherita sono a rischio ictus, un semaforo ogni quattrocento metri, quasi tutti sono pedonali e il Comune insiste per tenerli accesi anche nelle ore più isteriche. Si possono impiegare anche 40 minuti per sbucare da qualche parte che sia Via Nomentana o i Parioli. Sono anni che si promettono un caffè al bar di Piazza Ungheria e sono anni che ci arrivano in ritardo: forse prima o poi si incontreranno lì e i caffè diventeranno due, uno al vetro, l'altro corretto. All'imbocco di Via Pinciana ci sono i lavavetri ed è da lì che si capiscono un po' di cose, è lì che il mattino spara le sue prime sentenze: certi danno un colpo all'acceleratore e per poco non li investono, altri fingono di parlare al cellulare. Poi c'è chi non riesce a non sorridere e li lascia fare: alcuni di loro ci fanno anche amicizia e sanno che la zingarella carina si chiama Giulia. Certe cose possono far andare meglio la giornata, anche se è tutta una questione di scaramanzia. La sentenza dell'armadio è inquisitoria, senza scampo: stanno fermi davanti a fantasmi asettici che penzolano da grucce di ferro e non sanno come comportarsi. Fuori fa un freddo becco, le previsioni dicono che nevicherà e l'iconcina del sole di Canale 5 sta depositata ovunque tranne che sulla loro regione. I numeri oscillano tra cifre imbarazzanti, meno sette-più tre; passano davanti al letto ancora impregnato della loro forma. In mano hanno almeno due pantaloni e tre camicie, due maglioni: la prova dello specchio è terribile. Il gel nei capelli, l'acqua che si ostina a uscire fredda, quelle tubature che ghiacciano.
Bob Dylan soffia nel vento di Lungotevere: fermi nella coda guardano lo Stadio Olimpico con diversa emozione a seconda della squadra del cuore, se hanno vinto oppure perso. I camioncini della nettezza urbana hanno appena cominciato a rastrellare la sporcizia e tra tutte quelle carte appallottolate in terra ci sono anche le loro, lasciate cadere da quelle stesse mani che adesso tengono con forza zaini e valigette. Le nocche diventano bianche e si spellano nel freddo: lei ha la crema nivea nella borsa. Tiene così tanto alle sue mani: vorrebbe farsi fare quelle unghie finte con la striscia bianca ma l'estetista costa troppo e vuole tenersi i soldi per la vacanza della vita. Intanto spera che nessuno noti che ha messo gli stessi pantaloni del giorno prima. Mangiano benagol e si spruzzano rinazina nel naso: quando il tram passa a Valle Giulia trema così tanto che la gente si cade addosso. Di notte a Valle Giulia si prostituiscono gli uomini e i froci fanno toc-toc ai finestrini delle auto parcheggiate. A quell'ora acerba, invece, ci sono gli studenti con le cartelline trasparenti e lunghi tubi tenuti ben distanti dall'asfalto dove nascondono progetti e disegni in carta millimetrata. Vanno tutti alla Galleria Nazionale di Arte Moderna oppure alla Facoltà di Architettura e un sacco di amori sono esplosi davanti a installazioni di artisti portoghesi. Lei guarda attraverso una teca un ragazzo moro che la guarda. Le sembra sempre un miracolo che qualcuno possa guardarla a quell'ora del mattino, quando si sente inadatta a qualunque cosa, quando il vento ha combinato un disastro con i capelli e le labbra sono rotte a sangue e pure le lenti a contatto danno fastidio. In più ha quella storia ancora da risolvere, perciò non dice niente. Pensa ai Radiohead, a quella canzone che si chiama True love waits, il vero amore aspetta. Sul motorino l'ascolta col suo ipod verde mela e tutte le cose le sembrano possibili, anche scappare e ricominciare. Ma anche fare il bungee jumping, cose così. Ai semafori mette giù la sua scarpa col tacco e ripensa al maglione di cachemire color del salmone che ha lasciato appeso alla sedia ad aspettarla. Prima o poi glielo restituirà.
C'è la discesa in ascensore, uguale per tutti; gli ultimi accorgimenti, il colletto, il profilo della barba, quel brufolo in piena fronte. Si alita sul vetro e poi si annusa: fuori non c'è traccia del sole e a quell'ora l'ottimismo è ancora tutto dentro al letto lasciato disfatto, le pantofole una sopra all'altra, la caffettiera col caffè dentro, i telecomandi sul divano. L'estate è ancora una sottile strisciolina piatta all'rizzonte, lontana come il matrimonio, i figli, la macchina nuova, quel leasing, la cassiera del pub in Piazza Santa Maria in Trastevere, l'aumento di stipendio. Nessuno che si ricordi dove ha parcheggiato la macchina la sera prima: si guardano intorno, incapaci di concentrarsi mentre il fiato si condensa in palloncini davanti alla bocca. E' il primo giorno del resto della loro vita e da qualche parte dovranno pur cominciare.





