martedì, 08 novembre 2005

Agli inferi
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


[continua da qui]

Quelli della metropolitana hanno orari diversi da tutti gli altri. Man mano acquisiscono esperienza e apprendono il momento conveniente per salire sui vagoni. E' una specie di coreografia che parte dalla sera prima, quando hanno già chiaro in mente cosa indosseranno per guadagnare tempo: il tempo è l'elemento fondamentale. C'è un preciso vagone che li attende, ci sono delle persone che incontreranno e che dovranno essere necessariamente quelle, previa disastrosi ritardi. Irrecuperabili accumuli di contrattempi. Si vedono ogni giorno, sempre gli stessi o giù di lì: mille rapporti consolidati a cui manca solo la parola. Eppure non andranno mai oltre quello sfiorarsi: mai ammetteranno di essere parte integrante di quel balletto allucinato. Gente, diranno oppure penseranno, senza dire o pensare che gente sono a loro volta. C'è la signora delle sette e venti, c'è il ragazzo di colore delle otto meno un quarto, ci sono i due carabinieri in divisa delle sette. Alle nove e dieci arrivano gli studenti della seconda ora che non alzano mai il viso dal libro che stanno ripassando: hanno le unghie mangiate e occhiali da sole a specchio. Le scolaresche sono tremende, nessuno le sopporta. Salgono soprattutto alla Fermata Flaminio: orde di ragazzi vestiti male e senza vergogna. Si dice che loro facciano la moda: è strano. Pensi che tu non ti sei mai vestito così, ti senti già fuori tempo massimo per recuperare il terreno perduto. Li guardi di nascosto, invidi quella capacità perduta di parlare ad alta voce in pubblico. Sono talmente diversi da te: sembrano Di Caprio, Brad Pitt, Michelangelo. Tu sembri il marchese del grillo, sembri Filini. C'è sempre qualcuno più timido, più silenzioso: è in lui che alla fine riponi tutta la tua fiducia per un mondo migliore, possibile, eventuale. E così vai avanti, mentre quelli non fanno altro che spingere e darti del lei. Dalle loro cuffiette arrivano i bassi dei Marlene Kuntz: tuz, tuz, tututuz, tuz tuz tututuz. Pensi che nessuno al mondo si è mai innamorato coi Marlene Kuntz. Pensi che se fosse sempre dipeso dai Marlene Kuntz, l'amore neanche esisterebbe.

Molti sbuffano, con i pugni affondati nelle tasche dei trench: il treno che va nell'altra direzione passa sempre prima. Deve esserci una legge scritta da qualche parte, in qualche archivio in Tribunale. Quando senti lo sferragliare delle rotaie in lontananza acceleri la discesa per le scale mobili saltando a due a due i gradini in barba alle raccomandazioni. Ma poi ti fermi, perché non è mai il tuo treno. E' l'altro. Quello che va dalla parte opposta. Cerchi un motivo per andare verso Piazza di Spagna, ma non ne trovi nemmeno uno. Non a quell'ora, non con quel freddo, non vestito così. Qualcuno si chiede: ma allora gli altri? Non siamo anche noi gli altri per loro? Non dovrebbe essere nostro il treno che arriva prima, dal loro punto di vista? La risposta è la stessa che spiega l'amore, valla a trovare. Pensieri così servono solo ad ingannare il tempo. Gli appositi sostegni sono unti e caldi come supplì: c'è sempre un posto libero accanto a uno straccione che si finge di ignorare. I giornali sono un lusso che possono permettersi solo i passeggeri seduti: sfogliarli in piedi è il suicidio. Che poi quelli seduti sono un altro mistero: c'è sempre gente seduta, eppure quand'è che si è seduta? Nessuno lo sa: esiste il primo passeggero? L'entità primigenia che anticipando tutti ha sverginato le porte della prima corsa? Nessuno lo sa: nessuno l'ha mai visto. Loro, quelli che parcheggiano di fronte al cinema o quelli che si siedono nel migliore posto del teatro: nessuno li ha mai visti. Sono già lì.

Qualche volta vengono dati annunci frettolosi dai megafoni seguiti da brusii di disapprovazione: non capisci quasi mai ma ti vergogni a domandare. Speri che la cosa non ti riguardi e passi avanti. Provi a ingannare il Mistero e attraversi la pensilina fingendo di aspettare l'altro treno. Così che il tuo arrivi prima, pensi. Invece non va. E' come comprarsi una di quelle macchine della Zecca di Stato e cominciare a stampare banconote in salotto: troppo facile, non è così che funziona. Non fanno altro che guardare l'orologio, tutti quanti, e maledirsi per non essersi sbrigati prima: il vento è viziato, ma diventa godereccio ponentino quando annuncia la venuta del convoglio, quello giusto: i fogli dei free press lasciati a terra cominciano a volare, come se volessero ricomporsi da soli e tornare sotto le rotative. Si spostano tutti come per far passare il cristo: non si può superare la linea gialla e nessuno che lo faccia. Qualcuno ci è morto a fare lo sbruffone. E' Clint Eastwood quello che ti sta guardando? No, ma ci assomiglia. Fatichi per non ridere, pagheresti oro per avere un complice a cui raccontarlo. Guardi altrove e scopri che tutti stanno guardando tutti. E' un gioco al massacro: qualcuno prima o poi crollerà e comincerà a strillare, si rotolerà per terra, azionerà il freno d'emergenza e dai finestrini trapeleranno scintille. E tu? A chi assomigli tu? Forse qualcuno ha visto in te un vecchio compagno del ginnasio e adesso lo sta sussurrando nell'orecchio del vicino: perciò ti guardano. Perciò ti senti così. Vorresti starnutire ma non ci riesci: starnutire è semplicemente l'ultima cosa che riusciresti a fare. Saltelleresti su un piede, piuttosto. Ma starnutire è impensabile con le altre facce tanto vicine alla tua. Ogni fermata che non è la tua è un martirio: entrano nuovi passeggeri a frotte e tu che avevi pensato che non ci sarebbero mai stati. Ingenuo. Potrebbe entrarci la Mongolia dentro il tuo vagone. L'Egitto. Una balena bianca.

I nuovi arrivati hanno le spalle degli impermeabili bagnate e gli ombrelli in vista: significa che piove. Significa che fuori c'è ancora un mondo. Significa che la realtà persiste. E' un sollievo, quasi cedi alla volontà dello starnuto, poi rinunci ancora. Sei improvvisamente nel bagno della biondina che ti sta davanti: è assai più bassa di te e puoi percepire l'odore del suo balsamo. E' un pensiero incredibile: vuole dire che anche gli altri – i famosi altri – hanno questo potere nei confronti della tua persona. Se puzzi, il mondo lo saprà. Se hai dimenticato qualcosa, ci sarà un passaparola. E' la tua fermata la prossima? Sì, è la tua fermata e la tua fermata è la non-fermata di qualcun altro: lì dentro il calvario è destinato a continuare. Quanto a te, sembra che più ti avvicini alla superficie, più le cose tornino a girare come si deve: ecco quel ragazzo che sullo zaino ha un adesivo dei Gammaray. Pensavi di conoscerli solo tu e invece. Fuori è tutto un riassestarsi da camerino: si mettono a posto i colletti, le maniche, gli orli dei pantaloni. Chi si lega meglio le scarpe. Si fa l'inventario nelle tasche e negli zaini. Qualcuno si batte una mano sulla fronte. Ti riempi i polmoni di aria, di Roma. Roma, poi: adesso non ti sembra più neanche Roma. Ti sembra Las Vegas. Ti sembra Toronto. Ecco quel palazzo, guarda quant'è alto: sembra l'Australia. Ci avevi visto giusto: piove e i marocchini vendono ombrelli. Marocchini che non c'erano un attimo prima, vero? Saranno spuntati dai tombini oppure per magia. L'ipotesi magia si scioglie come tempera sotto i colpi dell'ennesimo clacson. In fondo anche tu non c'eri un attimo prima.