giovedì, 10 novembre 2005
Imitazioni borghesi
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana
Tornando a casa non provano sollievo. Quello è rimasto tutto negli autobus incolonnati sulla Cassia, quando rientravano da scuola alle due del pomeriggio. Adesso che sono le otto di sera, nel traffico c'è un che di desolato: è presumibilmente il primo momento della giornata in cui ognuno respira i fatti propri. La tua stazione preferita è Radio Rock: la ascolti perché non c'è Linus, soprattutto, e perché non trasmetteranno mai Tiziano Ferro. In compenso ti sorbisci quaranta minuti di approfondimento sulle colonne sonore dei film e scopri che il poliziottesco ha tutta una strumentazione propria. Frizione e acceleratore, frizione e acceleratore: scandisci lentamente il tuo avanzare e fermarti. Anche tu hai una strumentazione tua: a un certo numero di virate a destra e a sinistra corrisponde casa. C'è di peggio che passare un'ora nel traffico da soli: passare un'ora nel traffico in compagnia di qualcuno con cui non sai cosa dire, per esempio. Certi con cui non vorresti mai condividere un viaggio ce li hai proprio nella macchina di fianco: hanno quest'aria stranita dietro le sigarette. I finestrini sono aperti di un dito e dagli abitacoli si leva fumo bianco. Le luci dei cruscotti fanno pandant con quelle della radio: ci si spia a vicenda. Ascolti i gusti musicali degli altri; li giudichi. Ti sorprendi di quanti abbiano il coraggio di tenere a un volume così alto l'ultimo hit di Biagio Antonacci. E si procede così, lentamente. Ai semafori non si impazzisce più: non è come alla mattina. Non è come quando sei arrivato: non pensi più che il traffico ce l'abbia con te. La frenesia del capitalista s'è dissolta: le saracinesche sono tutte chiuse a parte quelle dei concessionari d'auto. Usi il poggiatesta del sedile: ti guardi intorno, mandi sms a persone che hai avuto tutto il giorno davanti agli occhi.
Non si eleva solo gas di scarico in queste bibliche processioni: dall'asfalto bagnato di Via Paisiello si alzano soprattutto storie e pensieri, rate da pagare, ici, un figlio nei guai, letti d'ospedale, amori interrotti, appuntamenti impossibili, conti in banca e multe salate, pensieri politici, rabbia sociale, senso civile, brutte notizie e pannolini. Sul display del telefonino lampeggia il nome Avv. Panieri. Lo lasci squillare nel vano portaoggetti e fai attraversare due persone con una enorme scatola in mano con la scritta Kenwood. Monteranno il loro primo impianto dvd e guarderanno Il Gladiatore con le mani intrecciate bevendo coca cola e rovistando in una busta di crick crock. Sarà la loro piccola imitazione di un cinema privato e saranno felici per un po'. Magari faranno all'amore quando tu starai ancora iniettandoti la tua dose quotidiana di traffico. Velocità minima 0, velocità massima 13: è tutto un'imitazione di qualcosa. C'è chi finge di essere Schumacher. Si va avanti così: accontentandosi del proprio ma travestendosi da altro. D'altra parte non è quando è travestito che l'uomo dà il meglio di sé? L'ha detto Oscar Wilde, annuisci nel buio di Corso Francia: quel vecchio irlandese ne sapeva una più del diavolo.
Nel traffico vai avanti come non vai mai avanti nella vita. Lentamente, irrimediabilmente, fino a quando la strada diventa automatica: succede più o meno quando la trasmissione di Radio Rock è ai saluti e tu sei stato sputato via dal traffico come un calcolo renale. Saresti in grado di contare i chilometri residui, adesso, e i palazzi intorno – per un motivo o per l'altro – cominciano ad esserti familiari. E' la strada di casa, è un momento laico che sfiora la religiosità. Tutto diventa familiare – le buche, i segnali, i rumori, gli odori – e tu diventi l'imitazione di te stesso: è così, solo così che trovi pace. La macchina sta ferma e la strada si srotola sotto le ruote: potresti mollare il volante e intrecciare le mani dietro la nuca, stendere i piedi sopra il cruscotto e cantare The Passenger. Poi ti ricordi di quel giorno per la festa di Rosanna, quando per fare presto perdesti il controllo della macchina e finisti nell'altra corsia. Per poco non fu una tragedia e se vai a rivedere, lungo quel marciapiede c'è ancora il segno dei tuoi cerchioni. Rifletti che non è più semplice come un tempo: ti torna in mente Steinbeck, quando dice che una volta che uno ha una casa propria, la smette di andare in giro a fracassare i vetri delle finestre. E' vero: forse succede così anche agli astronauti. Vanno sulla luna e poi non la guardano più. Smettono di sognarci sotto. È la dura consistenza della presa di coscienza: sbatti le cosce sugli spigoli dei tavoli e da quella volta cominci a tenere accese le luci di notte.
Casa è un disastro, ci sono le pentole da pulire e dai tubi arrivano strani rumori: è una settimana che non rifai il letto e continui a dormire sui rimasugli di sonno precedente: conta poco che tu abbia lavorato tutto il giorno o che ti sia svegliato presto e che altrettanto farai domani; il fatto che tutto sommato tu abbia lavorato anche bene e che i colleghi ti stimino e che, insomma, quando c'è da fare una cosa importante la danno da fare a te, tutto questo non serve a mitigare l'orrore che ti rimangono sì e no ancora due ore di veglia, poi sarà di nuovo il sonno e un'altra volta mattina con tutta quella nebbia e il traffico che dopo l'extra omnes notturno, s'è ricomposto alla perfezione ed è tutto là che ti aspetta a braccia aperte o a mano armata. A seconda del giorno della settimana, in tv c'è un giallo, un thriller o una roba d'amore: definiscono il tuo umore in base all'idea che hanno di te. Il lunedì c'è l'azione, per farti scaricare i nervi. Il martedì la commedia rosa per farti calare nella parte, il mercoledì c'è la super trasmissione con gli ospiti, giovedì è il turno del disaster movie, il venerdì c'è il reality show e il sabato danno il filmone che faccia da controprogrammazione alla rete concorrente. La domenica, vabbè, il calcio. Cercano tutti di scappare da questo inscaffalamento: molti non ci riescono e seduti sulla tazza del cesso sfogliano cataloghi postalmarket. Si guardano intorno nelle loro belle case con le mani sui fianchi e annuiscono dei propri gusti: le mensole ikea, le casse onkyo, il televisore sony gli amplificatori bose, il frigorifero è samsung. È tutto frutto del loro lavoro: cercano di dare una giustificazione alla fatica che fanno ogni giorno. A quel traffico che devono sorbirsi. A quegli starnuti trattenuti in metropolitana. Dormono su doghe di legno altamente consigliate per essere pronti prima degli altri, si spazzolano i denti con spazzolini consigliati dai medici dentisti per aver sorrisi più brillanti ai colloqui di lavoro, vestono Nike per essere come Ronaldinho o non essere da meno.
Si girano intorno, tutti loro, ancora con la giacca addosso e lentamente diventano quello che hanno comprato: hanno la pelle liscia della linea nivea, hanno i capelli morbidi del balsamo fructis e mangiano macrobiotico come consigliato da una di quelle riviste mensili. Migliaia di oggetti comprati per il proprio benessere che semplicemente svaniscono per otto ore al giorno, mentre in casa non c'è nessuno a guardarli. Pensano che eppure deve esserci un senso in tutto quel faticare, svegliarsi presto, vomitare: una destinazione. Cercano di trovare un motivo che non sia un affanno: pensano all'ultima volta che hanno dormito con una donna senza provare disinteresse: guarda, lì tempo fa hai tirato a terra un piatto per la rabbia di non essere capito. Da quanto non ti arrabbi tanto? Sei a casa: c'è il profumo delle tue cose. Potrebbe essere un qualunque momento della tua vita; potrebbe essere ieri. Oppure domani. Ma in tv c'è un film su un disastro aereo. E allora capisci – ti ricordi, intuisci – che è solo giovedì.





