venerdì, 11 novembre 2005
Uova
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana
Perché la gente beve insieme? Che senso ha? Te lo sei sempre domandato: e perché si va a cena fuori? Spesso, nei ristoranti, ti limiti a guardarti intorno e vedi una massa di individui fare movimenti liquidi con le labbra gli uni di fronte agli altri. Addetti in camice bianco scrivono su blocchi di carta per appunti le preferenze riguardo cibo e bevande: non fa ridere? Non è strano? A che serve? Per non parlare del sesso.
Di notte pensi a tutte queste cose e molte di più: prendere sonno è un meccanismo che ti riesce ancora difficile mettere in pratica dopo anni e anni di spontaneo allenamento. Forse proprio il ritenerlo un meccanismo, ne blocca le portentose potenzialità: l'imminente sveglia, poi, ti sembra un incendio in lontananza. Focalizzi la tua concentrazione su due immaginarie lancette gigantesche che ticchettano insensatamente verso la destinazione delle sette di mattina. Il conteggio alla rovescia ti destabilizza: mancano sei ore e quaranta minuti. Mancano sei ore. Mancano. E così via. Riesci a dormire benissimo solo quando la prima luce del giorno trapela dai buchini delle tapparelle. Un tempo non si vedeva forse il sole proiettato in piccole bollicine sulla parete opposta alla finestra? Non si vedeva la polvere volare tra i raggi? Ora questo fenomeno dolce e saporito non c'è più. Perché? La luce è diventata un'accozzaglia di colore che illumina genericamente tutto. Ci pensi un attimo e forse capisci: sarà che nel frattempo sei diventato miope. Ti appunti mentalmente: dormire con le lenti a contatto per ritornare bambino.
Non funzionano questi piccoli trucchetti arriccia-sonno. Il sonno è scontatamente come l'amore: sta lì e sfugge alla presa delle dita. Fingere disinteresse e distacco, è un'altra delle cose che ti segni tra le rughe della fronte. Sei scoperto, di notte. Non importa il piumone. Hai paura di morire, di notte. Nel sonno. Hai paura di non svegliarti più. Hai paura di una telefonata piena di cattive notizie. Hai paura dei ladri, hai paura dei fantasmi. Fai il conto degli anni, t'accorgi che la gente comincia a morirti intorno. Pensi al tuo lavoro: licenziarti, ti annoti ancora. E poi ti sorprendi se non riesci a prendere sonno. Va bene: cerchi pensieri positivi. Li cerchi come cerchi in bagno etichette da leggere dietro le confezioni di sapone. Li cerchi come palliativo a te stesso: concentrarti su te stesso ti fa male. Non ti fa fare quello che devi fare, sia dormire o sia cagare. Pensi a lei, pensi alle parole giuste da dirle. Ti piace l'idea: ti dai un colpo di scalpello sul mento per assomigliare un po' di più a Richard Gere, starnutisci via gli occhi per incapsularti quelli di Di Caprio. Un pizzico di savoir faire di George Clooney. Imparare a ballare come John Travolta: lo pensi delicatamente. Forse stai imparando ad addormentarti. Così la conquisterai: essendo te stesso il meno possibile. Prendendo un po' di questo e un po' di quello dagli altri. Non hai più dubbi, eppure domani fallirai nuovamente. Ti mancherà il coraggio, l'occasione: ti appoggerai all'alibi del non era il momento giusto.
Pensi all'autoironia: l'autoironia – sembrerebbe – ne fa scopare più dei muscoli. L'autoironia spinge uomini calvi nei letti di modelle svedesi: è incredibile questo fenomeno. Nessuno capisce che l'autoironia è una bufala? Nessuna donna capisce che un uomo autoironico è un uomo a cui non rimane altro? C'è un critico televisivo, citato in un necessario saggio di David Foster Wallace, che dice: "L'autoironia è una forma di sincerità interessata". Notare quanti uomini autoironici sono anche ricchi, pensi automaticamente e domani te ne sarai dimenticato. Non scriverai mai come Pasolini, non avrai mai la capacità citazionistica di un David Foster Wallace, né il realismo color seppia di un Hemingway; imiterai per sempre – senza neppure avvicinarti a un risultato definibile soddisfacente – la meta-narrativa di John Barth, il surrealismo post-moderno di Donald Barthelme, la scelta linguistica di Busi, la visionarietà moderna di Lethem e quella più cupa di Philiph Dick. Inseguirai senza speranza il lirismo di Bradbury, quella capacità di strutturare un impianto narrativo gigantesco di Ellroy. Ti vanterai della tua capacità di saper scrivere ottimi racconti brevi in prima persona plurale, senza contare che Eugenides lo sa fare molto meglio di te; invidierai la capacità di fotografare il quotidiano di Moody, Whitehead e Franzen. In ultima analisi non sarai mai Raymond Carver.
Ti addormenti e il tuo film preferito di Woody Allen ti spiega finalmente la vita: "Un tale va dallo psichiatra e dice: «Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina». E il dottore gli fa: «Bè, perché non lo interna?». E il tizio risponde: «E poi a me le uova chi me le fa?». Ecco, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti umani. E cioè che sono assurdi… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova".





